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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
"La vita spirituale cattolica era diventata sempre più dipendente da quella moderna e aveva perduto il legame con il suo illustre passato. La seconda metà del Diciannovesimo secolo ha portato in essa un vero rinascimento, una nuova nascita mediante la reimmersione nelle sorgenti migliori. Non è sorprendente che occorressero proprio i decreti di Leone XIII e di Pio XI per dare nuova vita allo studio di san Tommaso, che ciò fosse indispensabile perché si sentisse prima di tutto l'urgenza di provvedere a un'edizione utilizzabile delle sue opere, che nelle biblioteche ci fosse ancora tanta dovizia di materiale manoscritto inedito e totalmente sconosciuto, e che solo negli ultimi anni si sia iniziata un'ampia opera di traduzione?". Così nell'introduzione alla sua opera Essere finito e Essere eterno, scrive Edith Stein negli anni 1935-36, commentando ciò che era accaduto nell'ambito della cultura cattolica. La ripresa del pensiero di Tommaso rappresentava un riannodare i fili con il passato e soprattutto ciò acquistava valore perché la filosofia moderna, avendo voluto rescindere radicalmente i legami con la verità rivelata, non aveva solo rivendicato l'autonomia della ragione naturale - cosa in se stessa legittima - ma l'aveva costretta a non estendersi oltre il mondo dell'esperienza naturale facendo di essa una scienza non solo autonoma, ma in gran parte una scienza priva di Dio.
Il pensiero moderno portava con sé, secondo l'autrice, i germi di un ateismo che si sarebbe progressivamente consolidato operando una frattura nell'ambito della ricerca filosofica fra una filosofia scolastica e una filosofia autonoma, coltivata anche da cattolici. In questa situazione si inquadra il progetto della Stein di ritrovare un'unità, di superare una separazione che non porta frutti positivi.
Ciò è reso possibile non da un rifiuto della filosofia contemporanea, ma da una accettazione dei suoi aspetti più validi; anche le scienze dello spirito - ora diremmo le scienze umane - delineatesi fra la fine del secolo Diciannovesimo e l'inizio del Ventesimo possono contribuire alla rinascita di un pensiero che, mantenendo le radici con il passato, guarda verso il futuro. E il passato è rappresentato, soprattutto nell'ambito della filosofia cristiana, dalla speculazione di san Tommaso. Come è noto, nell'ambiente culturale francese per opera di Etienne Gilson e Jacques Maritain si andava consolidando negli anni Trenta una filosofia cristiana che si definirà neotomista a causa della profonda adesione al pensatore medioevale, considerato il culmine della speculazione umana. Edith Stein è consapevole dell'importanza della filosofia tomista, non a caso inizia il suo studio del medioevo leggendo e traducendo i testi di san Tommaso e i maggiori commenti contemporanei. Ma "... il tomismo non è uscito dalla mente del suo maestro come un sistema già compiuto di concetti; sappiamo che è una vivente creazione dello spirito, di cui possiamo seguire la formazione e la crescita. Esso richiede di essere assimilato da noi e di ritrovare in noi nuova vita. Si sa che i grandi pensatori del medioevo cristiano si sono dibattuti intorno ai medesimi problemi che ancora ci interessano, e che essi hanno da dirci molte cose che possono esserci di aiuto".
Non si tratta di accettare il tomismo come sistema chiuso, ma di considerarlo come un'alta proposta intellettuale che può essere certamente utilizzata, rinnovata e soprattutto discussa, quindi non accettata senza alcun intervento critico. Questa è una prima grande differenza fra il neotomismo dei pensatori francesi, Etienne Gilson e Jacques Maritain, e Edith Stein; anch'essi vogliono riattualizzare il pensiero di Tommaso ma, considerandolo come il punto d'arrivo del pensiero occidentale, non si pongono nei suoi confronti in un atteggiamento critico e ritengono tutti gli altri pensatori dell'età medioevale e quelli dell'età moderna e contemporanea incapaci di risolvere le grandi questioni filosofiche, se non dannosi per la speculazione umana. Edith Stein assume un atteggiamento diverso:  nel testo citato osserva che tutti i grandi pensatori del medioevo hanno dato un contributo importante alla filosofia cristiana e che essi possono essere utili per rispondere all'esigenza di superare le secche della filosofia moderna. "La rinata filosofia del medioevo e questa nuova filosofia del XX secolo possono incontrarsi nell'unico alveo della philosophia perennis?" si chiede l'allieva di Edmund Husserl. La risposta è positiva, ma si tratta di affrontare il compito della loro fusione:  "Esse parlano ancora un linguaggio troppo diverso - osserva la Stein - e bisogna innanzi tutto trovarne uno che consenta una reciproca intesa".
L'opera di Edith Stein Essere finito e Essere eterno vuole svolgere in verità questo compito, ma non perché si intenda semplicemente fondere passato e presente; l'obiettivo non è di tipo storico, ma teoretico:  si tratta di porsi la questione della verità e in rapporto ad essa ogni fonte, ogni suggerimento può essere utile in quanto illuminante. La filosofia che si vuole proporre è una filosofia cristiana come sostenevano i pensatori francesi, ma lo è in modo diverso, sottilmente diverso da come essi la intendevano.
Per quanto riguarda il primo aspetto Gilson, prendendo posizione sulla legittimità della nozione di filosofia cristiana, afferma nei capitoli introduttivi al suo importante libro Lo spirito della filosofia medioevale che non basta ad una filosofia il fatto di essere aperta al sovrannaturale per definirsi cristiana; è tale se il soprannaturale rappresenta un elemento costitutivo della sua formazione.
La Stein ribadisce la differenza fra filosofia "pura", basata sulla ragione naturale, e una filosofia che riconosce l'apporto determinante della fede e che, per questo motivo, potrebbe essere considerata "mista"; rendendosi conto dell'insufficienza dell'essere umano, della sua situazione storica e concreta, pone "armonia" fra "... ciò che essa ha elaborato con i suoi mezzi e ciò che le viene offerto dalla fede e dalla teologia, nel senso di una intellezione dell'essere basata sui suoi ultimi fondamenti". Ciò non significa, però, abdicare alla ricerca razionale, anzi si può affermare che il compito più importante è quello di preparare il cammino della fede. Ed è qui che propone la sua interpretazione del pensiero di san Tommaso, sottolineando che ebbe a cuore "... edificare una filosofia pura sul fondamento della ragione naturale" perché "... solo così si può percorrere un tratto di strada con i non credenti; se essi acconsentono a fare con noi questo tratto di strada, forse anche in seguito si faranno ulteriormente guidare al di là di quanto si proponessero nella loro intenzione originaria".
L'autrice ribadisce che la filosofia cristiana "... nel senso in cui si può chiamare così il tomismo" non è una filosofia "... che accolga nel suo contenuto la verità rivelata come tale", ma il riconoscimento dell'insufficienza della ragione è già un riconoscimento "filosofico" che ammette l'apertura ad altre fonti di verità, quali la fede o la teologia, senza per questo confondersi con esse; l'obiettivo, infatti, della ricerca umana in via è il raggiungimento della verità e per ottenerlo sono percorribili diverse strade, compresa quella della mistica. Poiché nella indagine filosofica, se si è onesti intellettualmente, si devono riconoscere le difficoltà che incontra la ragione umana, che voglia basarsi sulle sue sole forze, si può accettare un progressivo allargamento che deriva dalla Rivelazione.
Per tale ragione le Summae medievali, quelle che si caratterizzano come filosofiche, hanno avuto il merito di mettere "armonia", accordo, fra i risultati della speculazione naturale e le verità rivelate e questo è il compito al quale è chiamato il filosofo cristiano ancora ai nostri giorni. Si può sostenere, allora, che il libro di Edith Stein Essere finito e Essere eterno rappresenta veramente una nuova Summa, che raccoglie l'eredità del pensiero medioevale in quanto stile complessivo di ricerca, ma muove da premesse filosofiche diverse da quelle da cui erano partiti i pensatori in quell'età. Come san Tommaso ha preso l'avvio da Aristotele, così Edith Stein, seguendo l'esortazione paolina "Esaminate tutto e ritenete ciò che è ottimo", afferma che è possibile andare alla scuola dei greci e dei moderni, avendo come criterio di scelta, per quanto riguarda la ragione naturale, il ritorno alle "cose stesse" di cui aveva parlato il suo maestro di Gottinga, e come secondo metro di controllo le verità rivelate.
Quale contributo ha dato san Tommaso alla conquista della verità? In primo luogo Edith Stein gli riconosce il merito di aver parlato dell'atto e della potenza come di modi dell'essere; è necessario, però, che la questione dell'essere sia riattualizzata e venga posta in termini accessibili alla sensibilità contemporanea; è necessario muovere da ciò che è più vicino, dal dato di fatto del "proprio essere".
Dell'esistenza ha parlato Martin Heidegger, come è noto, nel libro Essere e tempo (1927), ma il modo in cui ha posto il problema e soprattutto ha descritto tale esistenza non è, secondo Edith Stein, convincente. Poiché i suggerimenti per illuminare tale questione possono venire da tutti i pensatori del passato e del presente, ella sceglie i tre filosofi che nell'età medioevale, in quella moderna e in quella contemporanea hanno affrontato il tema della propria esistenza:  sant'Agostino, Cartesio e Husserl; il primo ha parlato della consapevolezza del proprio vivere, dell'intima scientia che ogni uomo possiede, il secondo della evidenza del cogito, il terzo della coscienza:  al fondo della loro ricerca si cela un io sono.
E, seguendo le indicazioni del metodo fenomenologico, che non abbandona mai nelle analisi operate dalla ragione naturale, sostiene che l'io sono "... non viene ricavato o dedotto, come sembra indicare la formula cogito, ergo sum, ma vi si trova in modo immediato:  pensando, sentendo, volendo o in qualsiasi moto dello spirito sono e sono consapevole di questo essere. Questa certezza del proprio essere è in un certo senso la conoscenza più originaria (...) nel senso di ciò che mi è più vicino, che è da me inseparabile e perciò come punto di partenza al di là del quale non si può andare". I concetti di attualità e potenzialità, elaborati da san Tommaso, possono essere utilizzati per comprendere l'io e la sua vita e proprio il passaggio dalla potenzialità all'attualità permette di accedere al significato profondo della temporalità. E a questo punto l'analisi riprende alcune importanti conquiste del metodo fenomenologico husserliano, già applicato alla conoscenza dell'altro nella sua tesi di laurea sull'empatia.
L'analisi di un particolare vissuto, quello della gioia, le consente di comprendere il rapporto fra ogni momento dell'esperienza e l'io; quest'ultimo non si esaurisce nel fluire delle sue esperienze, dei suoi vissuti, ma mantiene una presenza, un'attualità che lo rende padrone del tempo; tuttavia "la vita dell'io non abbraccia tutto ciò che è suo, è sempre viva, fintanto che è, ma il suo vivere non è quello dell'atto puro che abbraccia tutto il suo essere:  il suo vivere è nel tempo, procede di momento in momento". L'io si rende conto di aver avuto un inizio e non sa dare una risposta soddisfacente al problema della sua possibile fine; è questo che Martin Heidegger ha messo in risalto quando ha parlato del nulla come confine dell'esserci.
È necessario, però, andare oltre e riconoscere che il nostro essere non dipende da noi, esso è ricevuto:  "L'io può giungere all'idea dell'essere eterno non solo dal divenire e passare o venir meno dei suoi contenuti d'esperienza, ma dalla particolarità del suo essere che si prolunga da un attimo all'altro attimo" e deve riconoscere di essere solo un'immagine infinitamente lontana e debole dell'essere compiuto, dell'atto puro.
Se ci si chiede quale sia il luogo dell'essere essenziale, di questo regno dei significati che supera il tempo:  "Ciò che dà l'essere a me e che nello stesso tempo colma di senso questo essere, deve essere non solo padrone dell'essere, ma anche padrone del senso:  nell'essere eterno è contenuta tutta la pienezza del senso ed esso non può "attingere" se non da sé medesimo il senso con cui viene ricolmata ogni creatura, allorché è chiamata all'esistenza. (...) È l'essere eterno stesso che foggia in sé le forme eterne...". Essere ed essenza sono separabili nell'ordine del pensiero, ma di fatto è "... impensabile anche solo pensarlo senza l'essere"; se si potesse veramente pensare ciò, avremmo un fondamento ancora più profondo della prova di Anselmo secondo la quale Dio è ens quo nihil maius cogitari possit, in verità non si tratterebbe di una prova ma di una "conclusione" che d'altra parte lo stesso san Tommaso ammette implicitamente quando, pur respingendo la prova anselmiana, sostiene che la proposizione "Dio esiste" è evidente in sé, ma non per noi.
Si può osservare che Edith Stein, prendendo le distanze dalla discussione medioevale tendente a stabilire quale fra le prove dell'esistenza di Dio fosse la migliore, le relativizza in un duplice senso:  da un lato considerandole tutte tentativi della mente umana finita di percorrere vie diverse per raggiungere Dio, la via dell'esistenza (san Tommaso) o dell'essenza (sant'Anselmo), dall'altro integrandole con il riferimento al testo sacro, soprattutto al logos di Giovanni, nel quale solamente è possibile trovare la risposta a una questione che la nostra ragione può sì affrontare, ma mai risolvere integralmente. L'atteggiamento di Edith Stein nei confronti di san Tommaso è di profondo rispetto per l'importanza teoretica del suo pensiero, ma anche di rispetto per il significato umano e storico della sua indagine. Lo considera come un ricercatore che ha indagato con i suoi mezzi, affidandosi poi alla Rivelazione quando si è reso conto di non poter giungere da solo ad alcuni risultati e un geniale pensatore che ha chiarito anche con l'aiuto della filosofia le verità di fede nelle sue analisi teologiche. Pur avendo raggiunto altezze supreme nel suo cammino speculativo, il suo rimane un cammino umano e come tale può essere sempre corretto e integrato se la realtà, che è il comune terreno dell'indagine, indica aspetti che egli non ha colto.
Si tratta, quindi, veramente di superare una scolastica nel senso deteriore del termine, per riesaminare tutto ogni volta da capo e per poter incontrare anche i risultati della ricerca di Tommaso quando questi sono illuminanti. Anche il pensiero di san Tommaso può dire cose importanti all'uomo del Ventesimo secolo se la sua filosofia non viene assolutizzata in modo acritico, ma considerata come una vivente compagna del lavoro di ricerca.
Angela Ales Bello

(©L'Osservatore Romano - 5-6 maggio 2008)