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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

Pubblichiamo la sintesi di una delle relazioni tenute a Foggia nell'ambito della "Lectura Patrum Fodiensis" quest'anno dedicata al tema "Biografia e autobiografia in età cristiana".

di Sandra Isetta

Si deve a san Paolo l'icona del cristiano miles Christi, in armi e in combattimento contro le forze del male, a riflesso della realtà storica dei primi martiri cristiani, agonisti circensi nell'estremo atto di fede e di una imitatio Christi perfetta, fino alla morte. Il lessico militare inaugurato dall'apostolo si codifica e permane nella letteratura cristiana antica anche in epoca postcostantiniana, riferito o in senso generico ai fedeli o in senso specifico al santo, asceta o vescovo, che pone la sua vita al servizio di Cristo e a lui si immola, sia pur in modo incruento.

Attribuito a un martire o a un santo davvero soldato, il tòpos paolino rafforza la sua pregnanza. È il caso dei molti martiri militanti nell'esercito imperiale, obiettori di coscienza in quanto confessori della fede. Tertulliano scrive un intero trattato, De corona militis, traendo spunto dal gesto di un soldato che rifiutò di ricevere il donativo e di sacrificare a Cesare, proclamandosi cristiano e scegliendo la via del martirio.
Tra le fila dei martiri militari rientra la fitta schiera di Vittori, Vittorino, Niceta, Niceforo e così via, dove la valenza del nomen/omen gioca un ruolo di primo piano:  soldati vincitori, anche se caduti sul "campo della persecuzione", perché hanno conquistato la gloria della testimonianza e la vita eterna, secondo il paradosso cristiano del dies natalis come giorno della morte.
Si pensi alla "vittoria" di san Vittore il Moro, insieme a quella di Nabore e Felice celebrata da sant'Ambrogio, per il quale il pregresso servizio militare assume valore positivo, come palestra della futura militia Christi.
Anche Martino (piccolo Marte) non si sottrae alla suggestione del nomen:  il vescovo di Tours, prima che monaco, fu soldato. Al contrario di Ambrogio, questa condizione in certo qual modo è d'impiccio al suo agiografo, Sulpicio Severo (v secolo), al quale preme specificarne il prematuro congedo.
Genitori pagani e un padre della classe equestre frustrano il precoce desiderium eremi del piccolo Martino appena dodicenne, come Gesù nella disputa al tempio. Attesta una militanza forzata il popolarissimo episodio, immortalato da artisti come Simone Martini e Rubens, e di cui, qualcuno ricorderà, si proponeva lettura nelle scuole.
Si tratta della famosa scena nella città di Amiens, dove "quell'uomo pieno di Dio" ma ancora miles dell'imperatore Giuliano, vedendo un ignudo esposto ai rigori invernali tra l'indifferenza della gente, comprende che "quel povero è riservato a lui". Possiede solo la clamide che indossa ma con la spada la taglia in due parti perché anche il poveretto abbia di che coprirsi. Alcuni sghignazzano, altri si vergognano della loro insensibilità. La notte successiva, in sogno, Martino vede Cristo, vestito con la metà del suo mantello, che lo elogia tra una corona di angeli. Elena Giannarelli (Vita di Martino, Edizioni Paoline, 1995) ha messo in luce la filigrana neotestamentaria dell'intreccio narrativo:  "Ero nudo e mi avete vestito" (Matteo, 25, 36); "un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione" (Luca, 10, 33). Sulpicio Severo, come ricorre all'andamento della parabola così reclama per la sua Vita Martini la stessa fede che si deve alla parola di Dio:  "Colui che leggerà questo libro con incredulità, peccherà" e, con allusione al passo di Giovanni "non credere ai miracoli di Martino è rinnegare il Vangelo" (14, 12).
Solo apparentemente dunque la biografia di Martino è una storia semplice, poiché, come genere "esemplare", propone al lettore un ideale di umanità e di santità ben preciso:  secondo Jacques Fontaine, Sulpicio Severo avrebbe composto una sorta di Vangelo, o meglio Apocalissi, considerata la sua visione millenaristica.
Sono proprio i tre volumi delle "Sources Chrétiennes" editi dallo studioso francese a rilanciare, negli anni 1967-1969, gli studi martiniani, rompendo con una valutazione critica della Vita Martini ridotta a mero ricalco del modello della Vita Antonii.
Certo, si coglie il malcelato intento di Sulpicio di offrire alla Gallia cristiana la figura di un santo eccellente, alla pari, se non superiore, degli asceti egiziani:  operazione riuscita, se Martino diviene patrono dell'intera Francia. Ma non fu semplice, perché la figura di Martino - prima soldato, poi asceta dopo il rifiuto del diaconato offertogli a Poitiers da Ilario, e, infine acclamato vescovo di Tours ancora suo malgrado, a furor di popolo e a dispetto del clero locale - suscitò nella Gallia del iv secolo perplessità se non aperti contrasti.
Martino è un santo "scomodo", conserva il tratto irruente del soldato, i suoi miracoli sono azioni imperiose e rumorose, pur nel rispetto delle parole di Gesù:  "Curate gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni". Egli intraprende senza posa il suo apostolato, battendo in lungo e in largo la Gallia rurale e cittadina, probabilmente invadendo territori altrui. È coraggioso, quasi incosciente, la sua santità è una battaglia che non risparmia colpi, nemmeno ai potenti, imperatori o vescovi che siano:  interviene presso l'imperatore Massimo perché annulli la condanna a morte dei priscillianisti, poiché i provvedimenti in ambito dottrinale spettano alla Chiesa.
E forse è questa santità impetuosa la causa del periodo di silenzio su Martino da parte dei suoi compatrioti, fino a quando Gregorio di Tours, alla fine del vi secolo, non lo riporterà alla ribalta con i quattro libri I miracoli di san Martino.
La medesima causa è alla base dell'anomalia più vistosa della Vita Martini, che Sulpicio Severo, con urgente intento apologetico, redige prima della morte del santo, guadagnando alla sua opera la definizione di vita "mutila". La storia di Martino sarà completata in alcune Epistole e nei Dialoghi, che, insieme alla Vita, costituiranno il dossier sulpiciano copiato nel Medioevo con il titolo Martinellus, diffuso fino a diventare il modello agiografico dell'Occidente.

(©L'Osservatore Romano - 31 maggio 2009)