"Gratia non tollat naturam, sed perficiat”
(S. T. , I, Q1, A 8, ad 2)
“Gratia perficit naturam secundum modum naturæ”
(S.T., Q 62, A5)
✠
Questi due passaggi specifici della Summa Teologica hanno ispirato lo stichwort tommasiano
“Gratia supponit naturam et perficit eam”, sovente citato e che, chi segue un pochino le articolate riflessioni proposte, sa che ho “ampliato” secondo una visione propria della teologia Bonaventuriana con
Gratia supponit naturam et extendit eam
Gratia supponit gratiam et profectum in ea
Proprio basandomi sulla descrizione che San Bonaventura fa delle stimmate di Santo Francesco nella Legenda Major (vd CONFORMITAS).
Un errore frequente che facciamo, infatti, paradossalmente presente ovunque nei nostri tempi, è quello di considerare la natura come un dato “non ferito” e che segue una sua dimensione teleologica verso la crescita ed il Bene. Questo è un grave errore teologico che comporta gravissimi errori pastorali presupponendo che “inevitabilmente” l’uomo sia inclinato al Bene.
Ricorda la Gaudium et Spes al numero 13:
«Quel che ci viene manifestato dalla rivelazione divina concorda con la stessa esperienza. Infatti, se l'uomo guarda dentro al suo cuore, si scopre anche inclinato al male e immerso in tante miserie che non possono certo derivare dal Creatore che è buono. Spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l'uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo ultimo fine, e al tempo stesso tutto il suo orientamento sia verso se stesso, sia verso gli altri uomini e verso tutte le cose create »
All’uomo non basta gli sia dato un “input”, un bel pensiero, una “benedizione” che questo “evento” di Bene susciti del bene.
Ricorda il CCC 407:
“Ignorare che l'uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell'educazione, della politica, dell'azione sociale e dei costumi”
Ricorda San Giovanni Paolo II nella Centesimus annus al numero 25:
“Inoltre, l'uomo creato per la libertà porta in sé la ferita del peccato originale, che continuamente lo attira verso il male e lo rende bisognoso di redenzione. Questa dottrina non solo è parte integrante della Rivelazione cristiana, ma ha anche un grande valore ermeneutico, in quanto aiuta a comprendere la realtà umana. L'uomo tende verso il bene, ma è pure capace di male; può trascendere il suo interesse immediato e, tuttavia, rimanere ad esso legato.”
Sovente si parla, con temerarietà, del “Bene possibile”.
Basta che la grazia sia data, ad esempio con un sacramento, che tale grazia porterà a compimento la natura secondo tutti i suoi buoni aspetti.
L’esperienza reale e quotidiana mostra che non è così.
La grazia necessita di una natura preparata, curata, artisticamente e artigianalmente predisposta. E nel contempo successivamente accompagnata, seguita, sostenuta per non mortificare non tanto il “bene possibile” che è tautologia e mortificazione della virtù ma piuttosto per far emergere il Bene presente, specie battesimale, perché ecciti alla trascendenza, trascendenza orizzontale e verticale, e muova alla virtù. Anche lì dove umanamente si sperimenta una impossibilità, ma tutto è possibile nella Grazia e nel rispetto del “principio di gradualità”.
Ricordava San Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio al numero 34:
«Anche i coniugi, nell’ambito della loro vita morale, sono chiamati ad un incessante cammino, sostenuti dal desiderio sincero e operoso di conoscere sempre meglio i valori che la legge divina custodisce e promuove, e dalla volontà retta e generosa di incarnarli nelle loro scelte concrete. Essi, tuttavia, non possono guardare alla legge solo come ad un punto ideale da raggiungere in futuro, ma debbono considerarla come un comando di Cristo Signore a superare con impegno le difficoltà. “Perciò̀ la cosiddetta legge della gradualità̀, o cammino graduale, non può identificarsi con la gradualità̀ della legge, come se ci fossero vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse»
San Tommaso, di cui oggi facciamo memoria liturgica, lo sviluppa con la sua logica ferrea argomentando come l’uomo sia stato preparato alla Grazia dell’Incarnazione per portarlo alla “pienezza dei tempi”.
Ora quanto è avvenuto per divina disposizione nella storia della salvezza avviene anche nella singola persona, nel suo specifico cammino.
La grazia, per così dire, diventa efficace non magicamente (o “animisticamente” come spesso ho ripetuto, rifacendomi a certa cultura sud-americana o africana che mischia sincreticamente forme cristiane con dimensioni magiche) ma secondo discernimento e cura costante dell’umanità e della sua autocoscienza verso la necessità del Bene grazie al Bene Presente. E questo si fa certamente non in nome del “Bene possibile” (che come dicevamo tra l’altro è tautologico e, ripetiamo, rischia di mortificare l’opera stessa dello Spirito alla trascendenza nella virtù cristificante) ma del “Bene presente”. E il Bene presente è anzitutto la Persona, creata ad Immagine e Somiglianza di Dio.
La retorica ebraica è stata ripresa dai medievali distinguendo l’Immagine (sostanza) dalla somiglianza (operatività) dove l’operatività, legata alla ragione (che per essere tale ragiona e risponde alla logica) e soprattutto alla volontà rende visibile e fa “esprimere” l’Immagine. Pertanto il Bene presente coltivato, sia nell’ontologia battesimale sia nei moti imprevedibili della Grazia (per cui occorre discernimento), rende l’uomo ciò che è e ciò che può essere nel Pensiero di Dio.
Questo propriamente si chiama cammino battesimale e vocazionale. E non si può dare per scontato.
Amministrare i sacramenti dopo il battesimo, che è un bene primigenio ed in sé, senza sostenere un catecumenato è follia.
Perché il catecumenato esplicita e slega la grazia immensa del battesimo e la rende efficace, per la persona, preparando la risonanza profonda e in tutte le pieghe dell’essere della grazia degli altri sacramenti.
La cura dunque di tutti gli aspetti umani, capaci di Dio, della sua formazione antropologica ed esistenziale, del suo intelletto, della sua volontà, della sua disciplina, non sono un dettaglio marginale, altrimenti non abbiamo cammino nella grazia ma spiritismo, animismo, peggio ancora schizofrenia esistenziale in cui la persona è tragicamente ferita nella dimensione umana e rivestita di spiritualità devozionale che la rende una vera e propria mina vagante.
Ad esempio la Persona potrebbe ricevere Benedizioni e persino Sacramenti ma di fatto vive dissociata da quanto ha ricevuto e, cosa terribile, sentendosi giustificata in questo in una sorta di ipocrisia strutturale che ne avviliscono gravemente la dignità umana. Cioè mortificando quella sana inquietudine di Bene nel bene e di aderenza al Bene a cui la propria Immagine lo chiama.
Questo stato è l’Inferno, e comincia da qui, ed è lo stato per cui la Somiglianza è dissociata dall’Immagine e lo diventa talmente in maniera strutturata che è incapace di aderirvi perché ha negato alla Grazia lo spazio necessario per far fiorire l’Immagine. È questa la bestemmia allo Spirito Santo.
La grazia di stato, ad esempio, presuppone proprio questo cammino previo e costante di riforma umana di sé nel Bene. È un cammino di formazione permanente nella conversione, nel lasciarsi fare da Dio collaborando con gioia alla cauterizzazione che lo Spirito opera nella nostra vita, nella nostra storia.
Non potendo dilungarmi in questo spazio cosa intendo dire?
Che Francesco di Assisi ha reso perfettamente la grazia efficace per sé e per la Chiesa per l’intenso lavoro che Dio stesso gli ha ispirato di fare sulla sua umanità “leggera”.
Prima con il “ritorno in sé stesso” e la coscienza del limite, poi con la “desatellizzazione” dalla figura paterna, poi la polarizzazione totale dell’ascolto davanti al Crocifisso di San Damiano.
Ancora davanti all’incontro con il lebbroso ed il servizio degli appestati fuori le mura di Assisi egli attua il suo “primo cantico” di formazione permanente alla e nella “minoritas”.
Ancora non disdegnando l’elemosina per la costruzione e la riparazione delle chiese, così come egli aveva inteso la riparazione della Chiesa. Sia coltivando la minorità come umiltà e povertà dinamica davanti ai fratelli e alla comunità.
Più cresceva in santità e più cercava di essere minore.
Senza appropriazione ripetendo a gran voce “il Signore mi diede di fare penitenza”, “il Signore mi diede”.
Francesco, per far lievitare la grazia ricevuta ha “spezzato” la sua umanità e l’ha formata nella grazia stessa. Egli ha dunque vissuto un iniziale e perenne catecumenato.
E Francesco, come quelle canzoni moderne (Dalla e Giorgia) aveva fatto Sue quelle parole “Tu non mi basti mai!”
Ma tornando al dottore angelico credo che la lezione che la Chiesa può trarre è quella che non c’è frutto nella grazia che possa togliere il cammino, talvolta arduo e medicinale, nella e della dimensione umana; sia in preparazione alla Grazia che nel far fiorire la Grazia.
Svendere i sacramenti ed anche le catechesi, per piacioneria, superficialità e mondanità spirituale non salva né chi li riceve né chi li amministra e, in certo qual modo, bestemmia l’incarnazione, cioè l’opera mirabile che lo Spirito Santo compie. La natura, e la sua formazione, necessita di cura e chiarezza antropologica.
Le continue eccezioni di falsa misericordia, che sanno più di accomodamenti carnali che di dono per la trascendenza (ben presente nel moto discendente dell’incarnazione) non elevano la dignità ma la rendono più brutale e mortale.
Anzi peggio, la impantanano, non le fanno volgere lo sguardo in alto e al largo (duc in altum) e non rendono slegato, finalmente, l’orientamento al Bene, al Vero e al Bello. Bene, Vero e Bello che sono luce di ogni Giustizia.
E trascinano l’uomo nell’abisso di un egoismo e narcisismo soggettivistico strutturato in cui è misura di sé stesso e non della grazia ricevuta.
La grazia, invece, eleva, compie, trasfigura, estende e cresce in una natura ben formata e predisposta.
Artigianalmente e artisticamente, ben formata e predisposta. Ed è qui la dignità della Persona umana, proprio perché sempre più divina.
(foto interni della navata principale dell'Abbazia di Fossanova, dove San Tommaso morì)
PiEffe