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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
01lavandarBisogna essere attenti alla «carità ipocrita» mascherata da «beneficenza» e tenere sempre al centro «la signoria di Cristo»: ecco i due suggerimenti proposti dal cappuccino Raniero Cantalamessa, venerdì mattina 2 marzo, nella seconda predica di quaresima tenuta nella cappella Redemptoris Mater, alla presenza del Papa.
«Essere santo non significa seguire la retta ragione — sp esso comporta il contrario — ma seguire Cristo» ha affermato, spiegando che «la santità cristiana è essenzialmente cristologica». Facendo riferimento al capitolo 12 della lettera di Paolo ai Romani, il predicatore ha fatto notare che «tutte le principali virtù cristiane, o frutti dello Spirito, sono elencati: il servizio, la carità, l’umiltà, l’obbedienza, la purezza. Non come virtù da coltivare per se stesse, ma come necessarie conseguenze dell’opera di Cristo e del battesimo». Padre Cantalamessa ha quindi suggerito una riflessione sulla carità; anche se, ha spiegato, «l’agape, o carità cristiana, è la forma di tutte le virtù». Ma «per cogliere l’anima, l’idea di fondo, il “sentimento” che Paolo ha della carità, bisogna partire dalla sua parola iniziale, sempre nella lettera ai Romani: “La carità non abbia finzioni”», perché «non è una delle tante esortazioni, ma la matrice da cui derivano tutte le altre: contiene il segreto della carità». «Il termine originale usato da san Paolo e che viene tradotto “senza finzioni”, è anhypòkritos , cioè “senza ipocrisia”» ha spiegato il religioso. Questo vocabolo «è una luce-spia: un termine raro che troviamo impiegato nel Nuovo testamento quasi esclusivamente per definire l’amore cristiano» autentico. «San Paolo, dunque, con la semplice affermazione “la carità sia senza finzioni”, porta il discorso alla radice stessa della carità, al cuore» ha rilanciato padre Cantalamessa. «Possiamo parlare — ha detto — di un’intuizione paolina, a riguardo della carità; essa consiste nel rivelare, dietro l’universo visibile ed esteriore della carità fatto di opere e di parole, un altro universo tutto interiore che è, nei confronti del primo, ciò che è l’anima per il corpo». Così «ritroviamo questa intuizione nell’altro grande testo sulla carità, la prima lettera ai Corinzi: ciò che Paolo dice al capitolo 13 si riferisce «a questa carità interiore, alle disposizioni e ai sentimenti di carità: la carità è paziente, è benigna, non è invidiosa, non si adira, tutto copre, tutto crede, tutto spera». Insomma, «nulla che riguardi, per sé e direttamente, il fare del bene o le opere di carità, ma tutto è ricondotto alla radice del volere bene: la benevolenza viene prima della beneficenza». Ed è «l’apostolo stesso che esplicita la differenza tra le due sfere della carità: il più grande atto di carità esteriore — distribuire ai poveri tutte le proprie sostanze — non gioverebbe a nulla senza la carità interiore, sarebbe l’opposto della carità “sincera”». Infatti «la carità ipocrita è proprio quella che fa del bene senza voler bene, che mostra all’esterno qualcosa che non ha un corrispettivo nel cuore: si ha dunque una parvenza di carità, che può nascondere egoismo, ricerca di sé, strumentalizzazione del fratello o anche semplice rimorso di coscienza». Però «sarebbe un errore fatale contrapporre carità del cuore e carità dei fatti, o rifugiarsi nella carità interiore per trovare in essa una specie di alibi alla mancanza di carità fattiva» ha aggiunto il religioso. Del resto, «dire che senza la carità “a niente mi giova” anche il dare tutto ai poveri, non significa dire che ciò non serve a nessuno e che è inutile; significa piuttosto dire che non giova “a me”, mentre può giovare al povero che la riceve. Non si tratta, dunque, di attenuare l’importanza delle opere di carità, quanto di assicurare a esse un fondamento sicuro contro l’egoismo e le sue infinite astuzie». San Paolo «vuole che i cristiani siano “radicati e fondati nella carità” e che la carità sia radice e fondamento di tutto». «I credenti in Dio — ha constatato padre Cantalamessa — oggi sono considerati corpi estranei in una società evoluta ed emancipata» e sono «guardati con odio e disprezzo da quanti determinano il sentire comune». Ma Paolo ci invita a non «perderci un solo istante in astiose recriminazioni, in sterili polemiche», neppure nei «conflitti intraecclesiali, sia a livello di Chiesa universale che della comunità particolare in cui ognuno vive». L’apostolo «suggerisce di seguire la propria coscienza, rispettare la coscienza altrui, astenersi dal giudicare il fratello, evitando di dare scandalo: questi criteri sono particolari e relativi rispetto a quello, universale e assoluto, della signoria di Cristo». Ecco che «ognuno è invitato a esaminare se stesso per vedere cosa c’è al fondo della propria scelta: se c’è la signoria di Cristo o la propria affermazione; se la sua scelta è di natura veramente spirituale ed evangelica o se non dipende invece dalla propria inclinazione psicologica o, peggio, dalla propria opzione politica». E «questo vale sia per chi sta dalla parte della libertà e novità dello Spirito, sia per chi sta dalla parte della continuità e della tradizione». In conclusione, il predicatore ha indicato «il criterio dell’autorità e dell’obb edienza» citando sempre Paolo: «Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite. Infatti non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio». E «negli inevitabili conflitti che sorgono in seno alla comunità locale o universale», ha riproposto «l’esortazione conclusiva che l’apostolo rivolgeva alla comunità romana di allora: “Accoglietevi dunque gli uni gli altri, come anche Cristo accolse voi per la gloria di Dio”».

© Osservatore Romano - 3 marzo 2018