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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
beata Maria Felicia Guggiari EcheverríaRomano Gambalunga, Postulatore generale dell’ordine dei carmelitani scalzi

Dall’impegno nell’Azione cattolica alla clausura tra le figlie di santa Teresa d’Ávila. È la parabola di Maria Felicia di Gesù Sacramentato, al secolo Maria Felicia Guggiari Echeverría, chiamata affettuosamente dal padre “Chiquitunga” a motivo del suo fisico minuto. Viene beatificata dal cardinale Angelo Amato, in rappresentanza di Papa Francesco, sabato 23 giugno, nello stadio Nueva Olla di Asunción, in Paraguay.

Maria Felicia nacque in Paraguay il 12 gennaio 1925 a Villarica dello Spirito Santo, prima di sette figli, da Ramón Guggiari e Arminda María Echeverría. Fu battezzata l’8 febbraio 1928 nella sua città natale. A partire dall’infanzia mostrò qualità umane e spirituali splendide, come l’allegria, la socievolezza, l’essere servizievole, la semplicità, la modestia, che si manifestavano in azioni semplici ma eloquenti. A cinque anni entrò nel collegio Maria ausiliatrice di Villarica, dove apprese ad amare la madre di Gesù e affidarsi a lei ogni giorno. La Vergine occupò nella sua vita un posto molto importante; la chiamava «mia mammina, la piena di grazia» e diceva: «Voglio soltanto appartenerti, mammina, perché tu, prendendomi per le mani come una bambinetta, mi porti da Lui, l’unico, l’amore esclusivo del mio cuore».

A causa delle turbolente vicende politiche dell’epoca, il padre fu costretto all’esilio. Fu così che Chiquitunga, concluso il quinto grado della scuola primaria, sospese per due anni gli studi per aiutare la mamma nei lavori domestici. Anche successivamente, cercò sempre di aiutare la famiglia consegnando in casa i soldi che guadagnava con il suo lavoro.
Il giorno più importante della sua vita fu quello della prima comunione, che ricevette l’8 dicembre 1937 nella cattedrale di Villarica. A sedici anni si iscrisse all’Azione cattolica dove venne nominata responsabile della sezione delle bambine, chiamate “piccole”. Questo movimento fu importante nella sua formazione, perché vi incontrò il grande ideale che orientò tutta la sua vita: far conoscere Gesù e far amare la Chiesa. Il 26 ottobre 1942, dopo quasi due anni di militanza, fece la sua consacrazione all’apostolato, che ella considerava la grazia più grande e sublime che Dio le aveva fatto, dopo il battesimo e l’Eucaristia. Oltre alle iniziative istituzionali di apostolato dell’Azione cattolica, aveva il cuore sempre aperto a tutti i bisognosi nel corpo e nello spirito, soprattutto i più poveri fra gli anziani, gli ammalati, gli abbandonati, i carcerati.
Quando la famiglia, nel febbraio 1950, si trasferì nella capitale, Maria Felicia proseguì gli studi per ottenere la facoltà di insegnare, cercò un lavoro con cui aiutare la numerosa famiglia e si reintegrò nelle file dell’Azione cattolica, dove la sua fama di apostola per eccellenza l’aveva preceduta. Lì incontrò un giovane dirigente, Ángel Sauá Llanes, con il quale visse una profonda amicizia condividendo il medesimo ardore missionario. Lo sbocco naturale di questa relazione sarebbe stato il matrimonio, che i genitori di Chiquitunga speravano, ma Ángel decise di entrare in seminario. Maria Felicia accettò con slancio la vocazione dell’amico che amava appassionatamente, promettendo di offrire la sua vita perché divenisse un sacerdote santo.
Visse un periodo di lotta interiore e purificazione, che la confermò nell’amore esclusivo per Gesù e per la Chiesa, comprendendo lucidamente il significato di ciò che stava vivendo. La risposta non tarderà ad arrivare. Il 20 agosto 1952 ebbe un incontro provvidenziale con madre Teresa Margherita, la priora del monastero delle carmelitane scalze, che era ricoverata nell’ospedale spagnolo della città: la conversazione con lei fu illuminante e dipanò i dubbi vocazionali che l’avevano accompagnata negli ultimi mesi. Orientò i suoi passi verso la vita contemplativa, decidendo di entrare nel monastero delle carmelitane scalze di Asunción il 2 febbraio del 1955, festa della presentazione del Signore al tempio, contro la volontà del padre, che non capiva la sua scelta.
Iniziò la sua vita carmelitana con grande fervore. Prima di vestire l’abito, non mancò la prova: con il bisogno che c’è di evangelizzare il mondo, sarà veramente volontà di Dio che mi rinchiuda per tutta la vita in monastero? Risolto il dubbio con l’aiuto del confessore e della madre priora, iniziò con grande slancio il noviziato, facendo la professione semplice il 15 agosto 1956. Giorno dopo giorno si realizzava così in maniera totalizzante il suo famoso motto «Tutto ti offro Signore», da lei sintetizzato a mo’ di formula chimica nella sigla “t2os”.
Nel gennaio del 1959 fu affetta da una grave epatite infettiva, che la costrinse a un ricovero d’urgenza. Dal sanatorio dov’era ricoverata scriveva: «Sto già aspettando Gesù. Vorrei riempirmi solamente del suo amore e non vivere se non per lui. Spero soltanto di compiere la sua volontà. Non voglio altro». Il male cessò apparentemente all’inizio della quaresima, permettendole di rientrare nell’amata comunità religiosa per prepararsi a celebrare la Pasqua. Fu un’illusione, perché il lunedì della settimana santa, visitata dal medico a causa di un malessere, le fu diagnosticata una forma grave. Ricoverata nuovamente, visse i suoi ultimi giorni in ospedale, totalmente consegnata alla volontà di Dio. La mattina del 28 aprile 1959 chiese che le fosse letto il poema di Teresa d’Ávila Muoio perché non muoio, che canta le pene dell’anima talmente piena di amore ardente per Cristo da morire dalla voglia di essere con lui. Al padre che si era avvicinato al Signore comprendendo la scelta della figlia, disse: «Paparino amato, sono la persona più felice del mondo. Se sapessi cos’è la religione cattolica!». Si addormentò nelle braccia del Padre celeste dopo aver pronunciato le parole: «Gesù ti amo! Che dolce incontro! Vergine Maria!».
  © Osservatore Romano - 22-23 giugno 2018