L’Eucaristia non è un fatto privato ma è per tutti ed è al centro della Chiesa e della grande rivoluzione cristiana. È la riflessione riproposta dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, presiedendo domenica 22 giugno, nella cattedrale di Orvieto, la messa per il Corpus Domini. Tra l’altro ricorreva il 750º anniversario del miracolo eucaristico di Bolsena e della Bolla con la quale Urbano I V, proprio a Orvieto, istituiva la solennità.Accolto dal vescovo di OrvietoTodi, monsignor Benedetto Tuzia, nell’ambito del Giubileo eucaristico straordinario diocesano, il cardinale ha anzitutto rimarcato come la cattedrale sia un «capolavoro della fede, prima ancora che dell’arte» in quanto «eretta per custodire il corporale e gli altri arredi liturgici bagnati del preziosissimo sangue di Cristo, straordinariamente fluito dall’ostia spezzata, provenienti da Bolsena». «Non si poteva ignorare — ha affermato il porporato — una ricorrenza tanto importante come quella che si sta celebrando qui a Orvieto, con un Giubileo eucaristico straordinario della durata di due anni». Infatti «la decisione di Papa UrbanoIV di istituire la festa delC o rp u s Dominiper tutta la Chiesa ha rappresentato una sorgente di grazia che continua ancora oggi a produrre frutti abbondanti di vita eterna, come una vera “primavera eucaristica” senza tramonto, che troverà il suo compimento soltanto al momento della mietitura, alla fine del mondo». Tanto che nella Bolla Transiturus de hoc mundo dell’11 agosto 1264 Urbano IV scrive: «Sebbene l’Eucaristia ogni giorno venga solennemente celebrata, riteniamo giusto che, almeno una volta l’anno, se ne faccia più onorata e solenne memoria. Le altre cose infatti di cui facciamo memoria, noi le afferriamo con lo spirito e con la mente, ma non otteniamo per questo la loro reale presenza. Invece, in questa sacramentale commemorazione del Cristo, anche se sotto altra forma, Gesù Cristo è presente con noi nella propria sostanza. Mentre stava infatti per ascendere al cielo disse: “Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” ». In quel documento, ha rilevato il cardinale, «sono rievocate con discrezione anche le esperienze mistiche di santa Giuliana di Liegi, avvalorandone l’autenticità. A sedici anni la santa ebbe una prima visione, che poi si ripeté più volte nelle sue adorazioni eucaristiche. La visione presentava la luna nel suo pieno splendore, con una striscia scura che la attraversava diametralmente. Il Signore le fece comprendere il significato di ciò che le era apparso. La luna simboleggiava la vita della Chiesa sulla terra, la linea opaca rappresentava invece l’assenza di una festa liturgica, per l’istituzione della quale era chiesto a Giuliana di adoperarsi in modo efficace: una festa, cioè, nella quale i credenti avrebbero potuto adorare l’Eucaristia per aumentare la fede, avanzare nella pratica delle virtù e riparare le offese al Santissimo Sacramento». Riferendosi alla liturgia del giorno e citando l’insegnamento di Papa Francesco, il cardinale ha messo in guardia dalla tentazione «di cedere alla logica della carne, come se fosse l’unica dimensione dell’esistenza umana, e di conseguenza alla cupidigia per i beni materiali, fino a rinnegare il primato dello spirito e di Dio nella nostra vita». Quindi ha indicato «la verità e la forza della rivoluzione cristiana, la più profonda che la storia umana abbia mai conosciuto». Partecipando, infatti, all’Eucaristia, «persone diverse per età, sesso, condizione sociale, morale e ideale diventano “un corpo solo”, senza che nessuno si senta minimamente violato nella sua libertà e nella sua individualità». E così «l’amore di Gesù fa breccia nei nostri cuori, perché ci apriamo gli uni agli altri per diventare una cosa sola a partire da Lui. L’Eucaristia non deve mai essere un fatto privato, riservato a persone che si sono scelte per affinità, per amicizia o per altre ragioni particolari, perché non ha nulla di esoterico o di esclusivo. L’Eucaristia è sempre per tutti». Nel Vangelo, ha proseguito, «abbiamo ascoltato l’ultima parte deldiscorso del Pane di vita, che è Gesù. E «nel comando “Fate questo in memoria di me”, ci chiede di ripresentare sacramentalmente il suo dono e di corrisponderlo». Così «mediante la consacrazione del pane e del vino in cui si rende realmente presente il suo Corpo e Sangue, Cristo trasforma ciascuno di noi, assimilandoci a sé e coinvolgendoci con la forza del suo amore nella sua opera di redenzione». «Il Signore — ha aggiunto — vuole che la sua Chiesa, nata dal suo sacrificio, accolga questo dono per mezzo dello Spirito Santo nella forma liturgica del Sacramento. Tutte le volte che celebriamo l’Eucaristia non si tratta semplicemente di ripetere i gesti e le parole dell'Ultima Cena, ma di lasciarci coinvolgere nella dinamica dell’atto di amore con cui Gesù dona se stesso». La Chiesa, ha concluso, «ha fatto di questo sacramento il centro della propria esistenza, la fonte inesauribile da cui attingere la forza necessaria per il suo cammino nella storia e il fondamento di una speranza che non delude per la trasformazione del mondo secondo la logica del regno di Dio».
© Osservatore Romano - 23-24 giugno 2014