IO SONO IN QUELLA MANO FORATA
"Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama." (Gv. 14,21)
L'amore per Cristo non si misura sulle consolazioni, sulle "caramelle" sensibili che talvolta la preghiera dona in un mescolarsi di Grazia e umanità, piuttosto si misura da quanto la legge di Cristo, donata nel battesimo, esplode nella nostra vita quotidiana. Da quanto i nostri passi seguono i suoi passi o, come diceva San Francesco, i nostri piedi si poggiano sulle sue orme, in maniera, per quanto possibile alla nostra povertà, speculare e costante.
In sostanza da quanto viviamo la sua legge nelle nostre membra. Ma la legge di Cristo non è un precetto giuridico. Lo è solo esternamente. Internamente la legge e il comandamento di Dio è "qualcosa vicino al nostro cuore", che fa parte di noi e che è una reale possibilità a partire dal dono dello Spirito con il Battesimo.
Dunque non è un "devi", ma un "puoi"; dunque un "devi perché puoi".
È il "debito" che abbiamo verso lo Spirito Santo di cui parla San Paolo nella meravigliosa lettera ai Romani al cap 8.
Non è dunque una risposta formale ma sostanziale.
Ed è l'unica risposta che realmente ti umanizza. Anzi ti divinizza.
Questo perché il "comando di Dio" è innestato profondamente nella ratio umanissima che Dio stesso ha donato all'uomo, ad ogni uomo e ad ogni donna.
Il "comando di Dio", per così dire è il fine naturale dell'umano e il suo compimento. Il principio, l’orientamento, la destinazione, il peregrinare fino al ritorno (sin da ora) nella nostra vera Casa.
Il "comando" si innesta in una teleologia ontologica che ben ti innesta nell'essere che ti è stato dato e che può partecipare alla vita divina.
Più aderisci al comandamento di Dio nello Spirito Santo, più diventi uomo. Un altro Gesù, figlio nel Figlio. Diventi ciò che sei.
Ora, il fatto che non sia un debito formale, non significa che occorra talvolta compiere dei gesti di disciplina dura e sistematica e che tutta la nostra volontà non debba essere impegnata a combattere (con l’aiuto di Dio) contro la parte di noi ferita e anche contro la mentalità del mondo e contro le lusinghe del demonio. Il "debito" non evita la lotta senza quartiere ma, per così dire, la include.
In tempi rammolliti, senza onore, senza consacrazione "cavalleresca", senza il senso autentico della battaglia, come i nostri, facciamo fatica a cogliere questa aspetto ineludibile della vita spirituale:
tutto ci è donato e tutto Dio si aspetta da noi, con passione, volontà, forza, dedizione, aridità e gioia, consolazione e vuotitudine; e, soprattutto con docilità e resa. Ma questo si coglie solo nell’umiltà.
Il vero combattente è anzitutto umile.
Amando si conforma all'amato e i comandamenti sono proprio la via per assomigliare sempre meglio e più compiutamente a Gesù; dentro e fuori. Sono per strutturare un habitus e senza la Grazia della fatica e nella fatica non si schiude la Vita nuova nello Spirito.
Nessuno riesce a morire "nella carne" delle difficoltà e delle persecuzioni se prima non assume come criterio normativo del cuore il morire a sé stessi per far trionfare il nostro vero "sé" che è di Cristo e in Cristo.
È adesione ontologica ed esistenziale.
Essere resi "vivi nello Spirito" significa, dunque, anche morire, lottare contro il primo grande nemico: la nostra umana ferita, che non solo crea comportamenti errati e peccaminosi, ma ancor peggio "habitus" sistematici, ideologici, mondani, "scimmieschi".
Di fatto ben poco si parla oggi del peccato originale, ma è sempre presente e sempre sbuca a rivendicare una parte legata al nulla e al disordine. E, come costante, proietta sempre fuori di sé il problema. È la società, è la storia, sono le condizioni, è l’altro o l’altra.
Qui dobbiamo imparare, giorno dopo giorno, a morire, mortificando quella parte di noi "legata alla terra".
Ma guai a fare questo con il muso lungo e senza la gioia dello Spirito. Non saremmo onesti, né verso Dio, né verso di noi.
Con la parvenza di essere spirituali saremmo ancora prigionieri della "carnalità" di sentirci migliori e capaci di "costruirci il paradiso".
Invece no. Tutto è grazia; anche la lotta.
E, soprattutto, Gesù lotta con noi e in noi.
Egli non "ci ha amato per gioco"... ma anche da "glorificato" erano ben chiari i segni della Sua Passione, che sempre rimangono lì a testimoniare quanto Egli abbia lottato con la sua persona per vincere il peccato che ci lega più di ogni catena e non ci fa essere uomini: ".. messo a morte nella carne, ma reso vivo nello Spirito".
Coltivare la presenza di Gesù, le sue piaghe, il suo slancio e la sua passione, nella legge dello Spirito è vivere in comunione con lo sposo e dunque, amarlo.
Per le sue piaghe siamo stati guariti.
Piaghe interiori ed esteriori segno della legge del Suo Amore.
Esplicitazione dell'Amore di Dio, dell'Amore del Padre.
Per le sue piaghe siamo stati guariti.
Nella gioia di appartenergli proprio lì... in quelle piaghe e in quella mano forata c'è l'Onnipotenza amante di Dio.
In quel foro ero presente io e lo sono ancora, potenzialmente, nel "posto" che Egli è andato a preparare, nello Spirito, presso il Padre.
E non c'è gioia più grande e dignità più compiuta dello stare ai piedi, crocifissi e glorificati, di Cristo Signore.
Paul