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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
Le origini, la fede, il Vaticano II, il futuro.
E un auspicio: essere persone capaci di respirare nuovamente l’Assoluto

di Giulia Galeotti

Era il 19 giugno, giorno della festa di san Romualdo, quando il cardinale Giuseppe Bertello, presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, messo straordinario alle celebrazioni del millennio di fondazione del sacro eremo, ha portato a Camaldoli il saluto di Benedetto XVI durante il rito solenne. Il Papa — spiega dom Alessandro Barban — aveva comunque voluto celebrare con i camaldolesi questo millenario incontrandoli nella loro basilica a Roma, a San Gregorio al Celio. L’incontro si è svolto il 10 marzo scorso, in occasione della visita dell’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams.

  «Rivisitando — ci dice dom Alessandro Barban — la loro storia millenaria, la comunità di Camaldoli e la congregazione camaldolese tengono presenti tre indicazioni di massima. Primo, la figura di san Romualdo con il suo carisma, che ha segnato un momento di sintesi, e una svolta, nel monachesimo occidentale. In questi ultimi cinquant’anni, Romualdo e la sua proposta monastica sono stati maggiormente focalizzati sia alla luce dei nuovi studi storici, sia in seguito al concilio Vaticano II che ha invitato a tornare alle fonti della propria esperienza religiosa. Secondo, abbiamo avuto una storia molto ricca che si è intrecciata per mille anni con quella della Chiesa e con quella degli uomini. Vi sono state diverse fasi. Nei primi tre secoli (XI-XIV) la congregazione nasce e si organizza: è un periodo caratterizzato da figure eccezionali (quali Ambrogio Traversari e Paolo Giustiniani) e da un impegno culturale e di apertura che si comprende solo tenendo presente qualità e livello spirituale delle nostre comunità (Camaldoli, Firenze, Venezia). Ricordo il mappamondo di fra’ Mauro camaldolese: non è solo un’opera cartografica geniale, ma l’invito a guardare alla storia di terre lontane e di popoli sconosciuti, dilatando il proprio orizzonte. Quindi il secolo XVII, che segna l’attenzione alle nuove scoperte scientifiche (pensiamo alle ricerche matematiche di Grandi, monaco camaldolese che ha insegnato alla Normale di Pisa) e il XVIII, in cui si cerca di comprendere i cambiamenti del tempo. Purtroppo, l’Ottocento segna la fase più difficile anche per la nostra congregazione, soppressa prima da Napoleone e poi dal Regno d’Italia. La storia camaldolese sembrava finita, invece, i monaci tornano all’eremo verso la fine del secolo e, successivamente, al monastero. Nel 1935 si riapre la foresteria che, soprattutto dopo il concilio, diverrà luogo di ricerca, studio e confronto su temi teologici, biblici e patristici anche per tantissimi laici, da Montini a Pellegrino, da Dupont a Martini e De la Potterie, da La Pira a Moro e Lazzati, da Dossetti a Barsotti.

La terza indicazione?

Dovremo dire che abbiamo fatto storia: nel medioevo, non accettando le logiche feudatarie stringenti e mantenendo viva la dialettica tra eremo, monastero e mondo; nell’umanesimo, imparando il latino e il greco, arricchendo le nostre biblioteche di testi patristici e filosofici, essendo presenti con Traversari al concilio di Ferrara-Firenze, fissando le regole sulla foresta di Camaldoli scritte da Paolo Giustiniani, conosciute come Codice forestale camaldolese; e soprattutto, nel secondo dopoguerra, con il Codice di Camaldoli (sintesi del pensiero politico cattolico dell’epoca) e l’influenza post-conciliare esercitata dalla nostra comunità sulla Chiesa italiana.



(©L'Osservatore Romano 1 novembre 2012)