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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
ecumene 4Donatella Coalova

Con l’annuale sinodo delle Chiese metodiste e valdesi, in corso di svolgimento dal 25 al 30 agosto a Torre Pellice, in provincia di Torino, termina il mandato del moderatore della Tavola valdese, il pastore Eugenio Bernardini. I sette anni nei quali ha ricoperto questo importante incarico sono stati densi di lavoro, caratterizzati in particolare dalla sua passione per la spiritualità biblica e per l’ecumenismo e da un forte impegno in ambito culturale e a difesa degli ultimi.

Alla conclusione del mandato è giusto ricordare la sua dedizione al dialogo ecumenico. Vorrei ripercorrere soprattutto i suoi incontri con Papa Francesco.
Il mio primo incontro con Papa Francesco avvenne a Roma, pochi mesi dopo la sua elezione a pontefice, il 30 settembre 2013, durante il Meeting internazionale per la pace promosso dalla Comunità di Sant’Egidio. Dopo il suo discorso, potei avere con lui un breve colloquio. Mi colpì perché ricordò immediatamente il nome del pastore valdese di Buenos Aires, Norberto Bertón. Questo pastore negli ultimi mesi di vita fu ospitato in una casa di riposo cattolica. La chiara memoria del nome è importante, rivela l’attenzione alla persona, lo vediamo anche nell’Apocalisse. Ogni persona ha un valore, non dobbiamo mai dimenticarlo.

Il 22 giugno 2015, a Torino, per la prima volta nella storia un pontefice entra in un tempio valdese.
Un evento storico. Certamente, durante il pontificato di Paolo VI, dei teologi valdesi si erano recati in Vaticano. Paolo Ricca e Vittorio Subilia furono tra gli osservatori non cattolici presenti al concilio Vaticano II. E anche durante i pontificati successivi continuarono i contatti. Ma la visita di Francesco, unica nel suo genere, è avvenuta in seguito a un invito ufficiale della Tavola valdese. Un invito accolto e preparato. I gesti compiuti dal Papa nel tempio di Torino furono molto significativi, e coraggiose e necessarie le sue parole, con la richiesta di perdono fatta solennemente «da parte della Chiesa cattolica». Ogni tanto c’è bisogno che siano pronunciate parole come queste, per far fare dei passi avanti sulla via della riconciliazione e della fiducia reciproca. Nel sinodo del 2015 si parlò appunto del voltare pagina, dell’importanza per cattolici e protestanti di scrivere insieme il presente e il futuro, proprio come è avvenuto in questi ultimi anni col servizio ai più deboli e nella fiducia reciproca. La nostra risposta data allora al sinodo diceva: noi non possiamo cambiare la storia. È nostra responsabilità accogliere queste parole del Papa e voltar pagina, in un clima di dialogo e fraternità.

Il 5 marzo 2016 la Tavola valdese si recò in udienza dal Papa e poi a pranzo in Casa Santa Marta.
Abbiamo ricambiato con gioia la visita che Papa Francesco ci aveva fatto a Torino. Rivelo un dettaglio: il protocollo usualmente prevede che i discorsi, da ambo le parti, prima vengano preparati e fatti conoscere reciprocamente e poi pronunciati. Io chiesi che potessimo avere uno scambio fraterno, dire ciò che ci veniva dal cuore, senza alcun discorso prestabilito. La risposta fu positiva e il nostro incontro col Pontefice fu davvero sincero, ricco e spontaneo. Erano presenti anche il cardinale Kurt Koch e la pastora Maria Bonafede, che mi ha preceduto in questo incarico. Parlammo dei problemi delle nostre Chiese, della testimonianza comune, dell’ecumenismo della diaconia: l’accoglienza dei profughi e la tutela dei loro diritti. Al Papa donammo una serie di disegni d’autore ispirati alle storie dei migranti, presentati in un contenitore costruito con il legno dei barconi di Lampedusa. Mi colpì molto sentire i continui riferimenti biblici che fiorivano sulle labbra di Francesco. Questo ha avuto una forte risonanza sulla sensibilità protestante di tutti noi.

Finora quante persone sono state salvate con i corridoi umanitari?
Abbiamo portato in Italia, in condizioni di totale sicurezza, quasi duemila persone. Siamo al quarto anno di questa esperienza. I corridoi umanitari sono regolati da un protocollo d’intesa sottoscritto dai ministeri dell’Interno e degli Affari esteri, dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), dalla Tavola valdese e dalla Comunità di Sant’Egidio. Questo servizio è portato avanti in modo ecumenico. Il primo protocollo è stato firmato il 15 dicembre 2015. Il 7 novembre 2017 è stato siglato invece un protocollo analogo per il biennio 2018-2019.

Questo è l’ecumenismo della diaconia. E l’ecumenismo nell’evangelizzazione, nella teologia?
Abbiamo iniziato un confronto teologico ecumenico comune su alcuni temi. È uno dei frutti della visita di Papa Francesco al tempio valdese, nell’approfondimento della fiducia e dell’impegno. I temi e i programmi nel 2016 sono stati decisi insieme dall’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso (Unedi) della Conferenza episcopale italiana e dalla Fcei; negli anni successivi anche da altre Chiese di diversa denominazione, fra cui alcune Chiese ortodosse. Nel 2016 ci siamo focalizzati su «Cattolici e protestanti a 500 anni dalla Riforma», nel 2017 sul tema «Nel nome di Colui che ci riconcilia tutti in un solo corpo», nel 2018 su «Un creato da custodire, da credenti responsabili, in risposta alla parola di Dio». Il prossimo convegno ecumenico di studi sarà dal 18 al 20 novembre 2019 sul tema «Migranti e religioni». Desidero anche ricordare che il 9 marzo 2015 da parte della Fcei, della Cei e di vari esponenti delle Chiese ortodosse è stato firmato un appello congiunto contro la violenza sulle donne. C’è un impegno comune per la salvaguardia del creato. Accanto a questo, esiste una fioritura di incontri a livello locale. Mi sembra importante il clima di fraternità nel quale, con sincerità, si riconoscono i punti dove siamo d’accordo e quelli dove non lo siamo ancora.

L’ecumenismo allora come scelta definitiva, senza ritorno?
Certamente. Ormai, quando lavoriamo su qualsiasi tema, ci viene spontaneo chiederci cosa ne pensano le Chiese sorelle. L’“altro” esiste, è importante, mentre prima ciascuno faceva per sé. Nelle nostre università teologiche l’ospitalità di teologi di altre Chiese avviene normalmente. Questa interlocuzione reciproca non è eccezionale, ma una pratica usuale.
Il punto dolente è su certe questioni a livello etico.
Sì, abbiamo delle divergenze su alcuni piani dell’etica, ma non su altri, forse di minor peso, come la questione della cremazione dei defunti. A livello pastorale, è possibile collaborare. Per esempio, nell’accompagnamento di chi soffre, dei bisognosi, sia i preti sia i pastori cercano di incoraggiare, di dare speranza. Sul piano dogmatico, su certe questioni diamo delle risposte diverse, perché i fondamenti antropologici sono diversi. Il confronto fra i teologi moralisti è importante ma ha bisogno di tempo. Su varie questioni siamo ancora lontani dal poter dare risposte comuni, ma la capacità di ascolto ti fa capire meglio gli altri: puoi non condividere, ma è necessaria un’interlocuzione esigente. Continuiamo quindi a dialogare e diamo fiducia allo Spirito santo che agisce e fa cose grandi.

© Osservatore Romano - 27 agosto 2019