Al ministero diaconale sono particolarmente congeniali gli ambiti pastorali della carità e dell’amministrazione dei beni della Chiesa. Lo ha detto il cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il clero, intervenendo al venticinquesimo convegno nazionale del diaconato italiano, tenutosi nei giorni scorsi a Campobasso. Nella sua relazione sul tema: «La visione e le aspettative sul diaconato nell’insegnamento pontificio », il porporato ha fatto notare come carità e amministrazione dei beni «sono due campi che non vanno mai separati tra loro». Infatti, ha aggiunto, «il possesso dei beni temporali da parte della Chiesa » si giustifica, oltre che per le necessità del culto e il sostentamento dei ministri sacri, anche «per l’esercizio della carità evangelica a favore dei poveri, con l’uso dei soldi e dei beni», di fatto, «in favore della santità della Chiesa, come Papa Francesco ha ricordato ». Infatti, quello economico è «un ambito più che mai delicato, una frontiera dell’evangelizzazione su cui vigilare, perché “il diavolo sempre entra per il portafoglio”», come ha ammonito lo stesso Pontefice parlando ai membri del Rinnovamento nello Spirito lo scorso 3 luglio. Per questo, ha aggiunto il cardinale, è bene riflettere e chiedersi se «l’impegno di un diacono nell’amministrazione dei beni di una diocesi non potrebbe aiutare a recuperare il nesso profondo esistente tra i beni temporali e il servizio della carità». Il porporato ha fatto notare che lo studio della situazione attuale in alcune diocesi italiane «non registra esperienze particolarmente significative in questo senso: gli uffici affidati ai diaconi nelle strutture diocesane sono i più vari». In ciò, sembrano comunque «prevalere criteri dettati dalle necessità pratiche o dalle specifiche competenze professionali dei singoli diaconi». Una maggiore attenzione allo specifico diaconale, ha rilevato il prefetto della Congregazione per il clero, «si ha nei casi in cui il mandato riguarda l’animazione della carità verso i poveri e gli ammalati ». Un altro esempio, che «sembra configurare un ministero più specificatamente diaconale, riguarda l’assistenza religiosa agli ammalati nelle strutture ospedaliere, come “a v a n g u a rd i a ” rispetto al ministero dei cappellani». In ogni caso, ha esemplificato il porporato, «quello che si è cercato di mettere in evidenza è che il ministero diaconale è un ministero clericale, distinto tanto da quelli laicali, che da quello presbiterale, soprattutto in ragione della specifica vocazione di chi lo esercita e della stabilità di cui gode». Infatti, è «una realtà, che corrisponde all’elasticità del diritto della Chiesa per rispondere ai bisogni del popolo di Dio in maniera sempre più efficace, trovando nel “t e s o ro ” della sua storia soluzioni mai passate di moda». Nel “dna” del diaconato, ha aggiunto, sono impressi «il primo annuncio del Vangelo, la plantatio Ecclesiae, e la conseguente catechesi di primo annuncio, quella che porta al battesimo, nonché il servizio caritativo, che spesso può essere strettamente legato al primo». Il riflesso della duplice missione del ministero diaconale «si ritrova nelle funzioni liturgiche del diacono, che proclama il Vangelo e serve la mensa eucaristica, a cui vengono portati i doni». Ma ciò non basta, in quanto, il diacono «è un chierico, quindi un collaboratore stabile del vescovo, che può destinarlo a svolgere il suo ministero al servizio della diocesi, in un’unità pastorale, o in una singola parrocchia, specificando bene i suoi ambiti di intervento ». Infatti, quando è inviato in una parrocchia, il diacono «è cooperatore del parroco, corresponsabile con lui, per gli ambiti (personali o territoriali) che gli sono affidati ». In effetti, anche il diacono ha «una partecipazione alla cura d’anime, in ragione dell’o rd i n a z i o - ne ricevuta». Il cardinale ha ricordato che «i diaconi permanenti non sono “mezzi preti”, che possono fare quasi tutto, o “laici con la stola”». Infatti, si tratta «di chierici, con una identità vocazionale e spirituale propria da coltivare e da comprendere, avendo come punto di riferimento il diaconato stesso, e non la comparazione con il presbiterato o con l’impegno apostolico dei laici». In particolare, occorre riconoscere al diaconato «piena dignità e “diritto di cittadinanza”, non solo nella teoria, in sé chiara, ma soprattutto nella vita concreta delle nostre Chiese locali».© Osservatore Romano - 12 agosto 2015