Anticipiamo ampi stralci di una delle relazioni tenute nel
pomeriggio del 28 ottobre all'Accademia Galileiana di Scienze, Lettere e Arti di
Padova nell'ambito del convegno "Politiche di sopravvivenza alle persecuzioni. I
responsabili delle comunità ebraiche di fronte allo sterminio nazista".
La Comunità ebraica romana arriva, come è noto, all'8 settembre 1943 e alla persecuzione nazifascista avendo nel ruolo di rabbino maggiore un galiziano, vissuto molti decenni a Trieste e reso apolide dalle leggi del 1938, Israel Zolli. Un grande studioso, allievo di Chaies al Collegio rabbinico di Firenze, di cui la storia controversa del periodo di cui stiamo parlando - con il suo passaggio alla clandestinità e poi la conversione al cattolicesimo nel dopoguerra - ha offuscato lo spessore culturale e religioso, lasciando dietro di sé una ferita non ancora sanata nella comunità romana che, quando ancora le ferite dell'occupazione non avevano nemmeno cominciato a cicatrizzarsi, ha visto il suo rabbino prendere il battesimo. In conflitto con Zolli troviamo, oltre a una notevole parte della comunità, che lo considerava estraneo alla sua mentalità e alla sua storia, soprattutto i dirigenti tanto della comunità romana che dell'Unione, Ugo Foà e Dante Almansi.
Il conflitto ha radici che risalgono già al periodo iniziale del rabbinato
romano di Zolli, ma si acuisce dopo l'armistizio, quando Zolli propone di
cessare le funzioni religiose, di distruggere le liste dei contribuenti e degli
iscritti alla comunità, di stanziare fondi per i più poveri e di invitare tutti
gli ebrei a lasciare le proprie abitazioni e a nascondersi.
Com'è noto, i
dirigenti comunitari si oppongono con decisione a quello che vedono come un
allarmismo eccessivo, frutto di paure personali, che rischiava di peggiorare i
rapporti con l'esterno, cioè con le autorità fasciste e naziste. Essi continuano
a confidare, fino alla mattina del 16 ottobre, nella rete di amicizie e
relazioni consolidate con il regime negli anni precedenti e mai davvero rimesse
in discussione nemmeno dalle leggi del 1938, senza rendersi conto della frattura
qualitativa introdotta dall'occupazione della città a opera dei nazisti. Una
scelta opposta a quella fatta dalla comunità di Ancona e da quella di Pisa, dove
il presidente Pardo Roques aveva convinto il rabbino Hasdà a non officiare in
occasione del Capodanno ebraico.
Quanto agli elenchi famosi dei contribuenti
(o degli iscritti), sequestrati a Roma dai nazisti nel corso dei saccheggi degli
uffici e delle biblioteche, c'è stata una forte e lunga polemica sul ruolo
effettivo giocato nella razzia. Gabriele Rigano sta compiendo una mappatura
degli indirizzi a cui i nazisti si recarono, non solo quelli dove arrestarono
ebrei, ma anche quelli in cui non trovarono nessuno, per avere un'idea del loro
effettivo uso (certamente furono incrociati con quelli della questura).
Comunque, il solo fatto che fossero stati sequestrati, insieme alla notizia
filtrata dalla questura che i nazisti erano in possesso degli elenchi della
questura, spinge molti ebrei a scegliere di nascondersi. Fra essi, la moglie di
Arminio Wachsberger, Regina Polacco, che vede di persona le schede in mano ai
nazisti. Non si nasconderanno perché temono per la salute della figlia di cinque
anni. Ma già il 16 settembre, cioè dieci giorni prima del sequestro romano, il
presidente della comunità di Venezia, Giuseppe Jona, si era suicidato per timore
che i nazisti lo costringessero a rivelare dove aveva nascosto gli elenchi
comunitari.
Che Zolli vedesse con terrore l'arrivo delle truppe tedesche, è
messo chiaramente in luce dalla documentazione. Bisogna però dire che il rabbino
aveva già conoscenza, a quella data, della sorte riservata in Polonia agli
ebrei, e in particolare della morte di due dei suoi fratelli, uno ad Auschwitz e
uno nel ghetto di Lwov. Inoltre, la sua qualifica di apolide lo rendeva
particolarmente esposto all'arresto e alla deportazione.
Ancora, egli aveva
motivo di ritenere di essere nella lista nera nazista a causa delle sue prese di
posizione antinaziste a Trieste. Con l'entrata in guerra dell'Italia, nel 1940,
ricordiamolo, gli ebrei stranieri, molti dei quali ebrei italiani che avevano
perduto la cittadinanza acquistata dopo il 1919, erano stati rinchiusi nei campi
di internamento creatisi numerosissimi nel Sud e in Abruzzo, o nel migliore dei
casi erano stati inviati al confino. Il rabbino David Wachsberger, ad esempio,
era detenuto a Campagna, vicino a Salerno. Se Zolli è sfuggito a tale sorte
grazie all'incarico assunto nel 1939 a Roma, resta comunque il primo a essere
esposto all'arresto, come non manca di dichiarare più volte, e come sottolinea
anche nell'ultima funzione che tiene prima di nascondersi con la famiglia.
Scrive Michael Tagliacozzo: "Il 17 settembre al termine del servizio liturgico
serale per l'entrata del sabato, tenne una breve allocuzione nell'Oratorio di
rito spagnolo (...) Sapeva che in ogni comunità ebraica caduta sotto il giogo
tedesco, il rabbino era sempre stato la prima vittima della persecuzione.
Esternò il rammarico di essere costretto ad allontanarsi e benedì i fedeli
raccomandandosi alle loro preghiere". Infatti, la sua casa è la prima a essere
perquisita, già intorno alla fine di settembre. I nazisti sfondarono la porta
perché il rabbino aveva già trovato rifugio altrove.
Del resto, in occasione
dell'episodio dei cinquanta chili d'oro, non soltanto Zolli si reca,
all'insaputa dell'analoga delegazione comunitaria, a chiedere al Papa aiuto
nella raccolta, ma chiede anche ad Almansi, in una lettera che dopo la
Liberazione questi negherà di aver ricevuto, di essere messo al primo posto tra
gli ostaggi eventualmente richiesti dai nazisti. Evidentemente, più che la paura
in sé, agisce nel suo comportamento in occasione della fuga il dispetto per
avere il ruolo di una Cassandra inascoltata, per il rifiuto opposto alle sue
ragionevoli richieste, che lo spingono a non condividere una sorte che
profetizzava invano da tempo, ma a scegliere invece la fuga per sé e per i suoi
cari.
Una fuga, che stranamente viene creduto nel dopoguerra essere stata in
Vaticano: una sorta di leggenda diffamatoria priva di riscontro nella realtà -
poiché Zolli si nascose prima nella casa vuota della famiglia Anav poi in una
famiglia di antifascisti non ebrei, i Pierantoni, poi dai Falconieri, amici
della figlia - ma che è stata ripetuta fino a tempi recentissimi nonostante le
ricerche storiche ne abbiano provato l'infondatezza. Una fuga inoltre che dopo
la guerra renderà ancora più aspro il conflitto con la comunità, che tenterà di
deporlo sotto l'accusa di avere abbandonato il suo gregge nel pericolo. L'idea
che gli ebrei romani fossero sotto la protezione del Papa e che quindi i nazisti
non avrebbero potuto toccarli è un'altra illusione dura a morire. Wachsberger
racconta che anche nella deportazione, quando si trovava con altri prigionieri a
spalare le rovine del ghetto di Varsavia, la vista in lontananza di una veste
talare suscitava negli italiani la speranza che si trattasse di un messo del
Vaticano che si calava nell'inferno per liberarli. Per quanto mi riguarda, trovo
storicamente convincente il quadro dell'assistenza agli ebrei di Roma tracciato
da Andrea Riccardi nel suo libro L'inverno più lungo.
Un'assistenza che non poteva non essere concordata con il Papa. Del resto, che
gli ebrei romani si siano rivolti direttamente ai conventi nell'ora del pericolo
immediato, la prima richiesta accolta precede il 16 ottobre, poi le porte si
spalancano, è provato da mille testimonianze. Non toccherò il problema dibattuto
e tuttora aperto di Pio XII perché esula da questo quadro. Quello che è
interessante è che la percezione degli ebrei romani fosse quella di un cordone
ombelicale non reciso con la Chiesa.
Non è certo il caso, qui, di riprendere
le polemiche che, trentacinque anni fa, hanno accompagnato l'uscita del libro di
Robert Katz, il giornalista e storico scomparso nei giorni scorsi, Sabato
Nero, e che hanno coinvolto, in giudizi anche molto severi sulla dirigenza
comunitaria, storici del livello di Michael Tagliacozzo, oltre a tutto diretto
testimone della vicenda. È ora, credo, il tempo di ricostruire e distinguere,
insomma fare storia. Ma ho la sensazione che questa vicenda, sostanzialmente la
consegna di mille ebrei romani alla morte da parte della dirigenza comunitaria e
dell'Unione, sia ancora un nodo irrisolto della memoria della comunità di Roma,
tale da continuare a suscitare intorno a sé rimozioni, accuse, proiezioni, e da
erigere a tutt'oggi una invalicabile barriera difensiva.
(©L'Osservatore Romano - 29 ottobre 2010)