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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
di Emilio Ranzato
Quello che in un primo momento era stato accolto come la fine della guerra - l'armistizio dell'8 settembre 1943 - segna invece il momento più drammatico per Roma e soprattutto per i suoi cittadini ebrei. Con la fuga del re d'Italia e l'occupazione dei nazisti, le sorti della capitale sono nella mani di Pio XII (un ottimo James Cromwell), che Hitler considera un nemico del Reich già da tempo. Quando i tedeschi cominciano i rastrellamenti, il Pontefice evita di fare esternazioni di esplicita condanna nei loro confronti per evitare conseguenze peggiori, e adopera invece tutta la sua influenza per dare rifugio agli ebrei nelle chiese e garantir loro l'incolumità. Nel frattempo, imbastisce un faticoso ma alla fine fruttuoso rapporto diplomatico con i generali tedeschi, nonostante sia a conoscenza di un loro piano per rapirlo.  Sullo sfondo di questi eventi, si intrecciano le storie di tre ragazzi:  Davide (Marco Foschi), un giovane ebreo che vive d'espedienti, si innamora di Miriam (Alessandra Mastronardi), la figlia di un tipografo che aiuta gli altri ebrei a fuggire grazie a documenti falsi, e stringe amicizia con Marco (Ettore Bassi), uno studente intenzionato a imbracciare le armi per unirsi alla resistenza. Dopo il rastrellamento del ghetto le loro strade si divideranno, ma non per molto.
Prima ancora che il racconto degli anni più drammatici della capitale, Sotto il cielo di Roma è la storia di un Papa solo. Per la sua indole ieratica, ma soprattutto per le circostanze drammatiche ed eccezionali in cui si è ritrovato a operare, che lo hanno gravato di responsabilità politiche inusitate per un Pontefice, e distolto traumaticamente dal suo ruolo di guida spirituale. Una solitudine che come gli era stato predetto da chi gli era accanto in quei giorni infausti, avrebbe accompagnato a lungo il suo nome. E questo perché la natura stessa del suo ruolo nell'ambito di eventi cruciali, avrebbe dato con tutta probabilità adito a equivoci, illazioni e a dubbi di cui peraltro egli stesso fu comprensibilmente investito.
In una scena breve ma emblematica lo vediamo sistemare con grande abilità manuale una pellicola nel meccanismo di un proiettore. Un gesto pratico che sembra cozzare contro il suo aspetto ascetico. Pur essendo stato ovviamente uno dei protagonisti del Novecento, Pio XII si ritrovò durante gli anni della guerra a fare un lavoro da gregario della storia:  ingrato, invisibile e dunque avaro di gratificazioni, e ancor più di riconoscimenti, che gli sarebbero stati tributati solo dopo decenni di studi approfonditi. E intenzione principale della fiction firmata dal canadese Christian Duguay sembra proprio essere quella di dimostrare come questo lavoro sia stato tanto scomodo e tormentato quanto prezioso. Perché solo evitando gesti clamorosi, di aperta ostilità nei confronti dei nazisti, si sarebbero scongiurate conseguenze peggiori.
La sceneggiatura di Fabrizio Bettelli e Francesco Arlanch non poteva ovviamente abbracciare tutte le sfumature di eventi così complessi. Qualcuno ha per esempio sostenuto che avrebbe dovuto rendere maggiormente conto delle responsabilità degli italiani - e ovviamente dei fascisti in particolare - negli eventi che hanno portato ai rastrellamenti nei quartieri ebraici, così come delle divisioni interne alla Chiesa, e di posizioni meno cristalline di una parte del clero. Obiezioni legittime, che però trovano un limite nella natura stessa del lavoro cui sono indirizzate. È già ammirevole e fuori dall'ordinario che un prodotto televisivo di fiction si carichi della responsabilità non solo di raccontare, ma di spiegare e dimostrare al grande pubblico fatti così importanti, facendo in tal modo le veci di una storiografia forse ancora combattuta su alcuni punti ma evidentemente anche a corto di piglio divulgativo.
Non bisogna quindi pretendere l'impeccabilità e l'esaustività del documentario o del saggio storico. E in ogni caso le parziali omissioni sembrano rispondere a un criterio di equilibrio complessivo che a conti fatti si può ben dire sia stato centrato in pieno. La miniserie non si dimostra infatti interessata all'agiografia e alle semplificazioni, come risulta già dalla scelta del protagonista:  quel James Cromwell sicuramente somigliante a Papa Pacelli ma anche visto in tanti film americani in personaggi che non ispirano molta simpatia; non appare altresì reticente nel rappresentare i tormenti del Papa e le sue indecisioni. Così come si rivela coraggiosa nel tratteggiare in modo non stereotipato i gerarchi nazisti, capaci in rari casi anche di decisioni sensate e persino umane.
Lungi dunque dal voler emettere sentenze su un'intera epoca storica, il film si premura piuttosto di tracciare con assoluta chiarezza alcune coordinate utili a dirimere singole ma importanti questioni. E lo fa con una disinvoltura narrativa che rende subito palese come alla base della stesura del testo vi sia stato un trattamento immediato e non malizioso delle fonti storiche. Ma anche con una forza espressiva che permette di imprimere la giusta valenza a fatti ed episodi ignorati dal grande pubblico, come la frugale diffusione in Germania dell'enciclica di Pio xi Mit Brennender Sorge, ispirata a valori esplicitamente invisi ai nazisti e firmata dall'allora cardinale Pacelli.
Dal punto di vista strettamente drammaturgico, invece, i meriti del film risiedono nella felice idea di affiancare due linee narrative solo apparentemente giustapposte. Pur senza intrecciarsi, le vicende del Papa e della famiglia ebrea si richiamano infatti l'un l'altra, in particolare nelle analogie fra i sotterfugi e gli espedienti per sopravvivere nel ghetto e il lavoro faticoso e sotterraneo che si svolge in Vaticano per limitare il più possibile le dimensioni della tragedia. Mentre nell'amore del partigiano Marco per una ragazza che scopre più tardi essere una suora, e il suo conseguente rancore, si intravede forse un simbolico riverbero di quella incomprensione fra operato ecclesiastico e opinione pubblica civile di cui il papato di Pio XII sarà a lungo vittima.
Purtroppo rimane invece solo a livello embrionale l'idea di fare di Hitler una vera e propria nemesi del Papa, paventata in un paio di scene iniziali azzardate ma di grande suggestione. Uno dei pochi limiti di un lavoro che si è caricato sulle spalle l'onere di svelarci un angolo buio della storia.

(©L'Osservatore Romano - 2-3 novembre 2010)