di GIANFRANCO RAVASI
Tutti sappiamo la verità della definizione che Ovidio formulò icastica-mente nelle sue Metamorfosi (X V, 234): tempus edax rerum. Sì, il tempo divora ogni cosa, è simile a un «vorace cormorano», come ripeterà il re Ferdinando delle Pene d’amor perdute(I, 1) di Shakespeare.
È per questo che l’umanità da sempre si è dedicata a misurare il tempo, e meridiane, gnomoni, clessi-dre, orologi, sveglie, cronometri, lu-nari, calendari e altro ancora hanno scandito questa realtà che è l’ineso-rabile segno del nostro limite e della nostra mortalità. In questo orizzonte — che non è meramente fisico ma anche metafisi-co (si pensi, ad esempio, all’appas-sionata e sofisticata riflessione sul tempo esistenziale elaborata da sant’Agostino nelle Confessioni)— una posizione di alto profilo è occu-pata proprio da Christophorus Cla-vius, il grande matematico gesuita convocato da Papa Gregorio XIIIp er quella riforma del calendario che nel 1582 segnò una svolta nella cronolo-gia universale. Egli fu il vero artefice di quell’evento all’interno della com-missione istituita dal Pontefice e ne fu anche l’appassionato difensore e divulgatore, pronto a reagire con la straordinaria competenza scientifica di cui era dotato alle critiche non so-lo popolari ma anche accademiche. In quel fatidico 1582 tutta l’uma-nità invecchiò in un colpo solo di dieci giorni perché la data successiva a giovedì 4 ottobre divenne il lunedì 15 ottobre, colmando, così, quello scarto cronologico che il calendario giuliano si trascinava da secoli. Non è certo nostro compito ora delineare il complesso diagramma che sta alla base della riforma e che è ormai ac-quisizione comune, nonostante le lunghe resistenze, dovute a motiva-zioni extra-scientifiche: la Russia, ad esempio, vi aderì solo nel 1918 col nuovo governo rivoluzionario bol-scevico, mentre la Chiesa russa con-tinua ancor oggi a declinare la sua liturgia sul calendario giuliano. Noi vorremmo solo esaltare la fi-gura di questa straordinaria persona-lità di gesuita e di scienziato proprio all’interno di una tale operazione so-cio-culturale che, per altro, non fu l’unico orizzonte della sua ricerca. A ragione la Pontificia Università Gre-goriana ha voluto celebrarlo con un convegno internazionale: egli, infat-ti, incarna una delle molteplici ma tra le più importanti missioni sia di questa università sia dell’intera Com-pagnia di Gesù. Intendiamo riferirci al dialogo tra fede e scienza, supe-rando le antinomie del passato che continuano a essere inalberate come un vessillo attraverso il “caso Gali-leo”. Padre Clavius ha dimostrato con la sua ricerca rigorosa e la sua testi-monianza religiosa quello che secoli dopo Einstein dichiarava mediante il famoso asserto sulla scienza zoppa e sulla religione cieca, se esse si igno-rano. Ancor più esplicito sarebbe stato l’artefice della teoria dei “quan-ti”, Max Planck, quando nella sua opera Conoscenza del mondo fisico (1906) affermava: «Scienza e religio-ne non sono in contrasto, ma hanno bisogno una dell’altra per comple-tarsi nella mente di un uomo che pensa seriamente». Da un lato, è ne-cessario che lo scienziato lasci cadere quell’orgogliosa autosufficienza che lo spinge a relegare la teologia nel deposito dei relitti di un paleolitico intellettuale e che lo illude a consi-derare la scienza come la capacità onnicomprensiva di conoscere il rea-le, circoscrivendo ed esaurendo la totalità dell’essere e dell’esistere e del loro senso. D’altro lato, si deve vincere anche la tentazione del teologo a perime-trare i campi di ricerca scientifica e di finalizzarne o piegarne i risultati in chiave apologetica a sostegno del-le sue tesi. Clavius è, perciò, il mo-dello del rispetto degli specifici ca-noni di ricerca dello scienziato e del teologo, ma anche della possibilità di un dialogo tra essi, dato che en-trambi si rivolgono allo stesso ogget-to che è l’essere e l’esistere. Autono-mia, quindi, ma al tempo stesso at-tenzione reciproca; non conflittualità perché si procede su tracciati e per-corsi differenti, ma neppure separa-tezza, essendo molto più complessa e variegata la conoscenza umana che dispone di vari canali di approfondi-mento, non solo scientifici o di logi-ca formale, ma anche estetici, simbo-lici, filosofici, teologici e fin mistici. C’è, però, un elemento specifico che rende la figura di Christophorus Clavius particolarmente suggestiva, ed è proprio il suo legame col tem-po, la realtà che più inerisce alla no-stra esistenza. Non per nulla la Bib-bia ci presenta una “storia della sal-vezza”: prima ancora del tempio (lo spazio), è il tempo l’ambito in cui Dio si rivela e opera, come è attesta-to da ogni pagina delle Sacre Scrit-ture che non sono un’astratta raccol-ta di teoremi teologici, ma una se-quenza di vicende ove si incrociano Dio e l’umanità. È la stessa tradizio-ne biblica a insegnarci la sostanziale distinzione tra il tempo cronologico, oggettivo, analizzato con acribia dal Clavius e oggi computato dagli oro-logi atomici, il chrònos dei Greci, e il tempo personale, esistenziale, vissu-to, il kairòs della classicità, secondo il quale l’identica ora trascorsa du-rante una conferenza noiosa oppure con la persona amata non ha la stes-sa durata. In questa luce acquista particolare significato un’intensa invocazione in-castonata all’interno di una malinco-nica e profonda lirica orante del Sal-terio biblico: limnôt jamenû ken hô-da wenabi’ lebab hokmah, «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquistere-mo un cuore di sapienza» (Salmi, 90, 12). Da un lato, c’è il computo e la valutazione dei giorni che sono circoscritti e decifrabili, tant’è vero che il Salmista poche righe prima osserva che «gli anni della nostra vi-ta sono settanta, ottanta per i più ro-busti» (90, 10). D’altro lato, però, si ammonisce che, studiando il tempo, si può conquistare un cuore saggio, pervaso da quella sapienza che invi-ta non solo a intuire la nostra mise-ria, ma anche la nostra grandezza. Si legge, infatti, sempre nella stes-sa composizione salmica: «L’agitarsi [degli anni della nostra vita] è fatica e delusione, passano presto e noi vo-liamo via». Ma si aggiunge: «Rendi-ci, Signore, la gioia per i giorni in cui ci hai afflitti, per gli anni di cui abbiamo visto il male (...) Sia su di noi la dolcezza del Signore nostro Dio; rendi salda per noi l’opera del-le nostre mani, l’opera delle nostre mani rendi salda!» (90, 10. 15. 17). Christophorus Clavius che, come matematico, “contò” gli anni del ca-lendario, e come gesuita, li visse nel-la fede potrebbe idealmente avere come epigrafe proprio queste parole bibliche piene di realismo e di spe-ranza riguardo alla nostra esistenza nel tempo.
© Osservatore Romano - 20 ottobre 2012
Il gesuita che fece invecchiare l’umanità
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