È il 1970 quando “Alla destra del Padre” va in stampa: sono anni di fermenti sociali, di cambiamenti storici e politici, da cui la teologia, in quanto scienza studiata da uomini immersi nella realtà del mondo, non può uscire in alcun modo.
Se, da un lato, il Concilio Vaticano II e la teologia che ne riverbera insistono verso una “svolta antropologica” (di cui si rende protagonista, in particolar modo, Rahner[1]) e un sovradimensionamento dell’importanza della storia, rispetto al recente passato (riabilitando, tra gli altri, De Lubac[2] e la sua riscoperta di preziosi tesori, derivati dal pensiero medievale e patristico), dall’altro, altri fermenti, specie in area tedesca, tendono verso una visione pluralista[3].
È in questo contesto che si muove Biffi che, con la sua piccola opera, vorrebbe riportare in auge una cristologia alta, che, senza dimenticare il rilievo della storia della salvezza, sappia conciliare la singolarità del ruolo di Cristo come unico Mediatore, il Primogenito, per mezzo del quale e in vista del quale ogni cosa creata ha visto la luce[4].
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