P. Pietro Messa, ofmper gentile concessione dell'autore
Nella primavera del 1959, dopo l’annuncio del concilio Vaticano II, Giovanni XXIII concesse ai membri della Commissione antepreparatoria di prendere visione di un prezioso materiale di studio fino ad allora coperto sub secreto Sancti Offici e custodito nell’archivio della Sacra Congregazione. Si trattava dei documenti relativi al progetto di un nuovo concilio ecumenico elaborato sotto il pontificato di Pio XII fra il 1948 e il 1951. Pio XII, accogliendo un suggerimento dell’arcivescovo di Palermo, cardinale Ernesto Ruffini, aveva autorizzato nel marzo del 1948 l’assessore del Sant’Uffizio, monsignor Alfredo Ottaviani, a riunire una commissione centrale, composta da consultori dei dicasteri della Curia vaticana, con il compito di avviare l’organizzazione di commissioni e sottocommissioni di studio competenti a discutere problemi di teologia dogmatica e pratica, di etica sociale, aggiornamento del diritto canonico, rinnovamento della cura pastorale e missionaria e dell’apostolato dell’Azione cattolica. Successivamente, Pio XII chiamò monsignor Francesco Borgongini Duca, allora nunzio apostolico in Italia, a presiedere la commissione centrale e padre Pierre Charles s.j., professore al Collegio Massimo di Lovanio, a ricoprire il ruolo di segretario. Sebbene già nel novembre del 1962 il quotidiano «La Croix» avesse attribuito a Pio XII la paternità dell’idea di un nuovo concilio, è soltanto nel 1966 che un’accurata ricostruzione di Giovanni Caprile renderà noti i lineamenti del progetto pacelliano. Oggi però l’apertura degli archivi del pontificato di Pio XII consente l’accesso diretto alla documentazione inedita dell’archivio della Congregazione [oggi Dicastero] per la dottrina della fede, utile a contestualizzare, con nuovi elementi, il disegno conciliare di papa Pacelli . Il progetto di lettera ai vescovi, preparato nel 1949 da monsignor Pietro Parente in vista di un futuro concilio, richiamava l’attenzione sulla «confusione degli errori incombenti» e, con uno sguardo al comunismo, sulle «nuove e gravissime» minacce contro Cristo e la dottrina cattolica. Gli «errori incombenti» erano un riferimento alla nouvelle théologie francese, condannata nel 1942 con la messa all’indice del libro Une école de Théologie - Le Saulchoir, di padre Marie-Dominique Chenu. Stigmatizzata dal Sant’Uffizio come mero «neo-modernismo», la nouvelle théologie incarnava in realtà l’esigenza di riconnettere il deposito magisteriale della verità a una concreta e personale esperienza religiosa. Tale vicenda aveva segnato una frattura profonda nella Chiesa della prima metà del XX secolo ma, al contempo, aveva imposto un confronto con il pensiero contemporaneo, poi sfociato nel concilio Vaticano II. Pur nell’«atmosfera di terrore che regna intorno al Santo Uffizio», come scriveva nel luglio 1946 monsignor Bruno de Solages, rettore dell’Institut catholique di Tolosa, ad Alfredo Ottaviani, la Chiesa era dunque chiamata a fare i conti con i propri ritardi e le proprie sfide. Per arginare la propagazione degli
«errori» teologici, il Sant’Uffizio si impegnò nel tentativo di realizzare un concilio che fosse la continuazione e l’epilogo del Vaticano I sospeso nel 1870. Ne derivò un dibattito teologico per molti aspetti sorprendente, che rivelava come, perfino fra molti severi consultori, prevalesse l’idea del «concilio» come luogo in cui il corpo ecclesiale, in uno spirito di comunione e di ascolto, dialogasse con il mondo, testimoniando la fede nei tempi nuovi attesi dai credenti. Secondo padre Charles il nuovo concilio, lungi dal rivisitare gli schemi del Vaticano I, formulati talvolta con le «parole asperrime» che i maestri usano «impunemente» nelle scuole di erudizione teologica, avrebbe dovuto rispondere «alle necessità della Chiesa di oggi e alla condizione dei fedeli», affrontando questioni come «i diritti della persona umana», «i diritti delle donne nella sfera civile e domestica», il rifiuto dei «principi totalitari», quali «la venerazione della stirpe, della nazione e dello Stato», e di tutte le teorie che «legittimano la guerra totale e il nazionalismo». Sotto questo profilo, padre Felice Cordovani, “teologo della Segreteria di Stato”, scrisse che il futuro concilio avrebbe dovuto sottolineare sia l’«illiceità della guerra» che l’«urgenza» di «un nuovo metodo nella soluzione delle vertenze internazionali», rendendo «più compatta e più efficace l’azione della Chiesa come organismo internazionale», senza tralasciare «i principi fondamentali e cristiani dell’ordinamento sociale, con speciale riferimento alle classi dei lavoratori, dei poveri, dei paria». Il consultore monsignor Vigilio Dalpiaz suggerì il tema dell’«uso della lingua volgare nella liturgia» e padre Sebastiaan Tromp, s.j., quello della cooperazione degli acattolici «per la difesa dei comuni principi del monoteismo e della cultura cristiana». Circa le modalità di svolgimento del concilio, padre Charles propose di sottoporre ai vescovi «una professione di fede conciliare tale da condurre insieme alla piena unanimità» ma, a tale riguardo, uno dei verbali conclusivi del 1951 annota: «P. Tromp dice: senza discussioni, non vi è libertà in un Concilio. P. Tromp e P. [Augustin] Bea: “se vogliamo evitare le discussioni, non bisogna fare il Concilio”». Di fronte all’evidenza che un nuovo concilio sarebbe durato anni, diventando teatro di accesi dibattiti, Pio XII decise di accantonare il progetto. I tempi, d’altra parte, non erano del tutto maturi per svolte epocali come l’ecumenismo, aspramente combattuto all’interno del Sant’Uffizio. Erano stati gettati, tuttavia, alcuni semi di rinnovamento. Si profilava una nuova visione della Chiesa, ormai pronta — avrebbe detto Giovanni XXIII in apertura del concilio Vaticano II — a lasciarsi alle spalle i nostalgici «profeti di sventura», per guardare con speranza «ai disegni superiori e inattesi» della Provvidenza (Gaudet Mater Ecclesia).
Per un approfondimento cfr.