di CESARE PASINI Non è certo la prima volta che viene presa in considerazione la figura di Montini arcivescovo a Milano. Tuttavia, come ricorda il cardinale Angelo Scola nella prefazione, lo studio di monsignor Adriano Caprioli, vescovo emerito di Reggio Emilia, Montini alla scuola di Agostino e Ambrogio. Chiamati alla santità ( B re s c i a , Morcelliana, 2014, pagine XIII -127, euro 12), «colloca Montini stesso a discepolo di Agostino e di Ambrogio, come maestri di santità imitabili oggi».
Leggendo certe pagine, verrebbe persino da dire che Agostino e Ambrogio siano essi i protagonisti del volume [che viene presentato il 28 novembre a Villa Cagnola (Gazzada, Varese)]. Forse possiamo dire meglio: il protagonista del volume, Montini, riconosce protagonisti del suo episcopato i due Padri della Chiesa, facendosene discepolo e introducendoli all’attenzione della Chiesa di Milano che è chiamato a guidare. Monsignor Caprioli inserisce correttamente questo atteggiamento di Montini in quel «ritorno ai Padri» che caratterizza quei decenni e che costituirà un aspetto così significativo dell’ormai vicino — anche se inizialmente non ancora prospettato — concilio ecumenico Vaticano II . Si tratta, spiega l’autore, di «una via di ritorno ai Padri come Agostino e Ambrogio non solo quali maestri di fede, di dottrina, di teologia e di pastorale con cui confrontarsi per il rinnovamento della vita della Chiesa di oggi, ma testimoni di vita spirituale imitabili anche nella vita della Chiesa di oggi». Fu tuttavia differente l’incontro di Montini con l’uno e l’altro dei due Padri. Con Agostino, Montini — già da giovane sacerdote guida spirituale degli universitari della Fuci — ebbe una frequentazione prolungata e «una sintonia di pensiero, che non giace mai separato dalla vita, ma ne diventa alimento». Montini non si accosta ad Agostino e non lo farà neppure con Ambrogio «come storico del magistero», ma facendosene discepolo nella guida spirituale delle persone e, a Milano, nella conduzione della Chiesa a lui affidata. L’incontro con Ambrogio invece coincide con la venuta di Montini a Milano. «È la scoperta di sant’Ambrogio, anzi del suo fascino»; è la scoperta di tante tematiche ambrosiane fatte proprie da Montini: «la centralità del Mistero di Cristo e lo stupore per la necessità, unicità, umiltà della figura di Cristo; il senso delle realtà sovraumane contenute nella umanissima vita della Chiesa; la figura ideale del vescovo come maestro di fede e uomo di governo rispecchiata nella sua umanità e grandezza di santo». In particolare «l’intento di Montini è quello di rinvenire in Ambrogio temi e motivi adatti ad interloquire con la religiosità contemporanea e coi destinatari». Viene confermata l’intenzione pastorale, non storica, di Montini: «La novità dell’approccio di Montini ad Ambrogio, prima che nei contenuti, è di metodo. Le riflessioni svolte sono di tipo eminentemente pastorale, le quali comportano la necessità di avvicinare Ambrogio al nostro tempo, più che di coglierlo nel suo». Montini, lo ammettiamo, non fa il professore, e due volte monsignor Caprioli cita la frase detta dal giovane Montini all’amico Giuseppe De Luca: «Tu scegli i libri, io vorrei scegliere le anime». Non si tratta, certo, di una rinuncia ad affrontare seriamente le varie tematiche, compresa la lettura dei Padri, ma di una scelta che lascia a margine un approccio squisitamente scientifico in riferimento ai Padri. Tornando al rapporto fra Ambrogio e Agostino nell’ambito delle conoscenze di Montini, mi sembra importante constatare un aspetto non certo marginale: se Ambrogio arriva “t a rd i ”, tuttavia proprio l’incontro con Ambrogio diventa per Montini, arcivescovo a Milano, una rinnovata via di ritorno allo stesso Agostino, che viene colto ora «come discepolo del vescovo uomo della parola di Dio, ad un tempo forte e mite, rigoroso e misericordioso verso Agostino intento ad ascoltarlo. Nel quarto discorso su L’amore di Ambrogio alla Chiesa [per il 7 dicembre 1958], è Ambrogio a insegnare tale amore ad Agostino negli anni della conversione. Agostino ha trovato qui la via della conversione. Agostino è effettivamente il convertito dall’i n c o n t ro con la Chiesa di Ambrogio». Continuo a leggere da questo testo particolarmente significativo: «Montini intuisce molto bene che la disaffezione per la Chiesa del nostro tempo, come in Agostino, ha radici pratiche, prima che teoriche; si annida nelle ombre del vissuto e nelle pieghe del pregiudizio moderno. È da questa originale angolatura pratico-spirituale che Montini rilegge l’incontro di Agostino con Ambrogio, del discepolo con il maestro, e dunque interpreta il significato stesso della conversione di Agostino. Nell’incontro di Agostino con la Chiesa di Ambrogio, Montini vede così rispecchiarsi il problema della Chiesa di fronte all’uomo moderno: mentre da una parte ammira in Ambrogio il pastore vigile e ne ascolta la lezione di amore, dall’altra scorge in Agostino l’uomo moderno alla ricerca e ne avverte i dubbi e i pregiudizi. Far cogliere la bellezza della Chiesa, amarla e difenderla, quando ancora non era affrancata dall’influsso del potere statale, non ancora libera dai costumi del paganesimo, e per la Chiesa essere pronti a dare la vita è questa la lezione ecclesiologica di Ambrogio ad Agostino». La citazione è molto lunga, ma spiega, accanto alla nota importanza di Ambrogio per la vita e la conversione di Agostino, la rilevanza di questa ulteriore scoperta di Agostino da parte di Montini, quando penetra nella conoscenza di Ambrogio. Non posso qui soffermarmi sui vari capitoli nei quali monsignor Caprioli articola la sua lettura di Montini discepolo di Ambrogio e di Agostino. Il penultimo capitolo, dedicato alla santità ( C re do la chiesa santa. Chiamati ad una santità umana ), è seguito, a modo di appendice conclusiva, dal capitolo sulla santità del vescovo. Umanità e grandezza di un santo. L’umanità in riferimento ad Agostino — è la santità dell’uomo di cultura, dell’uomo di Chiesa, dell’uomo spirituale — la grandezza ad Ambrogio. Merita, a questo proposito, leggere un passo dall’omelia di Montini del 7 dicembre 1956: «Era aperto all’entusiasmo per i grandi ideali, desiderò il martirio, fu facile al pianto; ma sempre fiducioso, sempre coraggioso trovava nella preghiera l’espressione più autentica e piena della sua anima. Uomo religioso per eccellenza, fu vescovo, fondendo nella sua interiore esperienza e nella sua azione esteriore i due caratteri salienti della religiosità: la ricchezza dell’anima e la potestà dell’azione, il momento individuale della religione ed il momento sociale, la santità personale e la disciplina ecclesiastica». Forse si può sintetizzare quest’ultimo capitolo nelle espressioni del cardinale Scola nella prefazione: «Ambedue ispirano alcuni aspetti della figura ideale del vescovo: umiltà, interiorità e carità pastorale in Agostino, grandezza, fermezza e coraggio in Ambrogio». Concordo con la constatazione di monsignor Caprioli: «Montini, parlando e lasciando parlare Agostino e Ambrogio, viene così indirettamente, quasi autobiograficamente, a parlare anche di sé come vescovo». Parlando con l’autore, a volume ormai in fase avanzata di composizione, ricordo un’osservazione che mi veniva spontanea: gli dicevo che qua e là vedevo lui stesso ritrovarsi e come capirsi nel suo ministero e un poco ripresentarsi in quello di Montini. Non ero in vena di paragoni, ma riconoscevo che solo i «testimoni di vita spirituale imitabili anche nella vita della Chiesa di oggi» attirano a seguirli e a rileggersi in quella loro testimonianza. Nello specifico i vescovi, in linea più ampia tutti i discepoli.
© Osservatore Romano - 28 novembre 2014