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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
di Egidio Picucci

Il 24 novembre 1935, il vescovo Angelo Roncalli, dopo un decennio in Bulgaria - "terra di rose e di spine" - fu nominato, per un altro decennio, delegato apostolico in Grecia e in Turchia. Vent'anni di presenza nel Medio Oriente consentirono al futuro Papa Giovanni XXIII di sperimentare una sorta di ecumenismo ante litteram. Di conoscere la varietà di riti e di tradizioni della Chiesa cattolica e delle Chiese ortodosse. Di immergersi nel cuore della rivoluzione avviata dal generalissimo Kemal Atatürk per trasformare la Turchia in uno Stato moderno e laico. E di prodigarsi per gli ebrei in fuga.
Erano gli anni in cui Atatürk proibì ai religiosi di indossare le vesti talari. "Preti, frati e religiose - scrisse Roncalli - hanno dovuto vestire l'abito civile, ma poi, infine, non è la prigione né la morte. È mortificante, certo; ma mi è stato riferito che in Messico e in Russia le cose vanno molto peggio. Ciò nonostante, io mi attristo davanti al lento ma fatale cadere di molte cose che erano d'altri tempi. Forse mi sono riservati tempi brutti e situazioni penose. Ma io non cesso di guardare alto e in avanti".
Stando a testimonianze del tempo, egli sarebbe stato il primo a lasciare la talare per il clergyman, tanto che Atatürk, grato per il gesto - secondo quanto attestava il compianto monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico di Anatolia assassinato il 3 giugno scorso - gliene avrebbe mandato uno nuovo fiammante.
L'ambasciatore francese ad Ankara, Kammerer, scrisse che monsignor Roncalli "entrò in punta di piedi, quasi dalla porta di servizio, senza sfarzo, con bonomia, quasi eclissandosi". Deciso a mettersi subito in contatto con la gente, volle che la prima lettera pastorale, scritta in francese, fosse tradotta anche in turco. Aveva nel Paese 35.000 cattolici, assistiti da 800 religiosi, quasi tutti latini.
Fu una novità commentata favorevolmente. Non altrettanto avvenne, invece, con la lettura del Vangelo e con l'omelia che tenne il giorno di Natale del 1935. Scrisse all'amico colonnello Cocconi:  "Oggi, continuando il sistema che scelsi a Sofia, mi sono introdotto all'omelia leggendo una pagina intera di Vangelo in turco moderno, che vengo studiando alla meglio e nel pomeriggio ho introdotto il canto del "Dio sia benedetto" pure in turco. Piccoli passi che mi apriranno la strada a una più profonda penetrazione".
Ha scritto recentemente Liji Pulcu-Çizmciyan, che conobbe Roncalli nel 1935:  "Conoscemmo monsignor Roncalli nella cattedrale di Istanbul, prima ancora che venisse a visitarci nella scuola vicina, e ci colpì quel sorriso che gli ringiovaniva il volto e che ci attirava verso di lui come normalmente ai ragazzi non accade con i prelati. Un bel giorno venne a trovarci a scuola con le tasche piene di caramelle e salutandoci in un francese pieno di inflessioni marcatamente italiane. Il giorno di Natale sorprese tutti:  tenne parte dell'omelia in turco! Nessuno aveva mai fatto una cosa del genere. Dopo il primo momento di sorpresa - anche perché la pronuncia lasciava molto a desiderare - si ebbero reazioni contrastanti:  alcuni uscirono di chiesa rientrando alla fine dell'omelia; altri mostrarono segni evidenti di indignazione. Qualcuno glielo fece notare, ma lui continuò a esprimersi in turco, migliorando gradatamente pronuncia e dizione. Ciò nonostante ci fu chi continuò a uscire di chiesa durante la liturgia, che si era sempre svolta in francese o in greco. Non tutti i sacerdoti si adeguarono, e il turco fu abbandonato anche per quelle preghiere che, secondo una sua disposizione (Il "Dio sia benedetto" dopo la benedizione con il Santissimo Sacramento, n.d.r.) dovevano essere recitate in questa lingua che, nonostante la sua buona volontà, lui stesso trovava molto difficile".
Scrisse Roncalli:  "Faccio proposito speciale e considero come pratica ascetica lo studio della lingua turca. Saperne così poco, dopo cinque anni di soggiorno a Istanbul, è una vergogna e mostrerei poca comprensione della portata della mia missione, se non ci fossero motivi a giustificare e a scusare". Sette anni più tardi aggiunse:  "Non sarei giusto né completo nelle mie informazioni se non dicessi che di fatto, anche tra le angustie della legislazione attuale, si può fare ancora molto bene, e con la grazia di Dio se ne fa. Nelle mie preghiere il pensiero è tornato frequente alla Turchia, che oggi celebra la sua festa nazionale, ed entra nel xx anno della sua costituzione a Repubblica. Mi piace ripetere ciò che sento nel cuore:  io amo questo Paese e i suoi abitanti. Circa la sostanza e i gradi della loro civilizzazione essi si illudono:  il lato esteriore li abbaglia:  essi hanno sbagliato la porta. Ci può essere civiltà di vero nome con il laicismo  assoluto?  Ciononostante  sono degni  di  rispetto  per  gli  sforzi  che fanno".
Ricordando i pescatori del Bosforo, che vedeva dalla finestra della casa dei gesuiti, indaffarati attorno alle barche e alle reti, scrisse:  "Lo spettacolo mi commuove. L'altra notte verso l'una pioveva a dirotto, ma i pescatori erano là, impavidi, nella loro rude fatica. Oh, che confusione per me, per noi preti, piscatores hominum, davanti a questi esempi! Passando dalla figura al figurato, oh, quale visione di lavoro, di zelo, di apostolato proposto alla nostra attività! Imitare i pescatori del Bosforo, lavorare giorno e notte con le fiaccole accese, ciascuno sulla sua piccola  barca,  all'ordine  dei  capi  spirituali:  ecco il nostro grave e sacro dovere".


(©L'Osservatore Romano - 27 ottobre 2010)