Nella memoria liturgica del santo Pontefice e dottore della Chiesa

Gregorio divenuto Papa (590-604), strappato alla pace monastica, avverte d’essere stato di nuovo sbalzato in alto, ma diversamente e di più rispetto a quando era Praefectus Urbis. Roma ha i Longobardi alle porte, e tocca a lui mettere argine al terrore e alla disperazione.
Al popolo romano, spento nella speranza, mentre gran parte del clero è fuggito, commenta il Libro del profeta Ezechiele. Vi trova: «Figlio dell’uomo ti ho mandato come sentinella alla casa d’Israele» (3, 16). Sentinella è speculator, e quella parola si muove dentro la sua vita a indicargli la necessità di dover stare in alto per scrutare. Che significato ha, si domanda, stare in altitudine? Tale posizione non potrebbe comprendersi come privilegio, ma come qualcosa di necessario alla missione. L’altezza indica un compito, qualifica a un servizio: essere in alto significa responsabilità; Non est enim speculator qui imo est, non c’è sentinella che stia in basso; bisogna stare in alto perché longe prospiciat, perché si possa vedere lontano:
«Colui al quale è andata la cura degli altri è chiamato sentinella, affinché stia in alto spiritualmente e meriti di essere chiamato con questo nome per la funzione che compie. Non è sentinella chi sta in basso. La sentinella sta sempre in alto, per scorgere da lontano (longe prospiciat) qualunque cosa stia per accadere. E chiunque viene posto come sentinella del popolo, deve stare in alto con la sua vita per poter essere utile con la sua preveggenza» (Omelie su Ezechiele, tomo I, XI, 4).
L’altezza ha i suoi pericoli, e la vigilanza richiesta nei confronti del gregge impone al Pastore di considerare la maggior insidia correlata all’altitudine del ministero, perfettamente coniata da Gregorio nella Regola Pastorale, quando consigliando di valutare bene il peso dell’ufficio e la capacità di portarlo, senza farsi distrarre dall’ambizione, prospetta il rischio della «bramosia del potere (concupiscentia culminis)» (Regola Pastorale, parte I, III). Alla vertigine del potere contrasta l’umiltà. Rimanere umili non sarebbe un semplice correttivo, ma prospetta una correlazione di paternità e figliolanza, di magistero e discepolato che resistono, inscindibili, di fronte al popolo e al Signore. Il vescovo, aveva insegnato Agostino, è insieme pecora e pastore — «siamo condotti al pascolo e al pascolo conduciamo (pascimur et pascimus)» (Discorso 296, 13) —, stabilendo una reciproca appartenenza tra Vescovo e Chiesa: «Voi siete sue pecore, noi siamo pecore insieme a voi (vobiscum oves sumus) [...] siamo condotti al pascolo e al pascolo conduciamo». Divenuti capi lo si è in quanto servi, e ogni dono (nella logica del talento e dei carismi) trova la sua ragione nel servizio che attraverso quel dono si rende, rinnegando se stessi (Marco 8, 34):
«Non siamo vescovi per noi, ma per coloro ai quali (Neque enim episcopi propter nos sumus, sed propter eos) offriamo il ministero della parola e del sacramento del Signore. [...] Quando si sta in un posto elevato come questo, pericoloso comincia a diventare il rendiconto (loco periculosa redditur ratio). Occorre una tale disposizione che, sebbene collocati quassù, in virtù dell’umiltà, ci sentiamo sotto i vostri piedi [...]. Nei vostri confronti siamo come pastori, ma rispetto al Sommo Pastore siamo delle pecore come voi (Tamquam vobis pastores sumus, sed sub illo Pastore vobiscum oves sumus). A considerare il posto che occupiamo siamo vostri maestri, ma rispetto a quell’unico Maestro, siamo vostri condiscepoli, e frequentiamo la stessa scuola» (Contro Cresconio grammatico donatista II, 11, 13).
Per Gregorio, il connubio di popolo e vescovo è dialogo spiritualmente e intellettualmente fecondo, circolo di dono che esce dalla bocca del Pastore, ma prima è disceso dal cielo a favore di tutta la Chiesa. Anche l’onore che viene reso alla dignità episcopale si radica solidalmente (il vescovo e il suo popolo) e si spoglia di ogni inutile orpello:
«Non cerco una grandezza fatta di parole, ma una grandezza morale. Né stimo essere onore quello per cui so che i miei fratelli perdono l’onore loro dovuto. Il mio onore è l’onore della Chiesa universale. Il mio onore è il solido vigore dei miei fratelli. Allora veramente sono onorato, quando non si nega l’onore a ciascuno di essi [...]. Si allontanino da noi le parole che gonfiano la vanità e feriscono la carità (Recedant verba quae vanitatem inflant, caritatem vulnerant)» (Lettera VIII, 29).
Voce della Parola, il vescovo avverte in quello che annuncia un dono. Egli confessa di averlo ricevuto a beneficio del popolo che col suo vescovo realizza la kairologia dell’evento ermeneutico («mi è dato»). Il pastore parlando ascolta, ascoltando annuncia, delineando una ministerialità che si radica nella forma di una sinodalità che unisce ispirazione, discernimento e azione. L’umiltà è solidale all’intelligenza («il senso cresce e l’orgoglio diminuisce»), e il primato del dono diventa gesto ecclesiale, gratuità che sorprende, azione pastorale che genera un popolo in cammino, in comunione: «Molte cose nella Sacra Scrittura, che da solo non sono riuscito a capire, le ho capite mettendomi di fronte ai miei fratelli (coram fratribus meis positus intellexi) [...] ciò mi è dato a pro di coloro che mi sono vicini. Ne consegue, per dono di Dio, che il senso cresce e l’orgoglio diminuisce, quando per voi imparo ciò che in mezzo a voi insegno propter vos disco quod inter vos doceo; perché — è la verità — per lo più ascolto con voi ciò che dico vobiscum audio quod dico» (Omelie su Ezechiele/2, Omelia II, 1).
Stando in alto, la distanza non deve ingenerare separazione, il vincolo di reciprocità (coram fratribus meis) resiste, e a sostenerne la portabilità c’è la fatica della sentinella che, nel suo animo, percorre continuamente ascese e discese. Nel servizio, specie quello religioso, dopo essere saliti, non sempre è facile discendere. Lo ricorda Lessing, in Nathan il saggio, a proposito di Mosè e il rapporto con la verità divina, nell’intento di precisare che lo sforzo per raggiungere la verità sarebbe superiore al suo possesso. Dall’alto il cuore è richiamato, quasi trattenuto, verso il basso, la «bramosia del potere», invece, rapirebbe il cuore dall’autentica missione. Solo i bisogni del popolo dettano le necessità del Pastore, radice che porta, anche ontologicamente, il senso del suo ministero, dove alto e basso si uniscono nella missione, delineando il cammino comune, che deve essere condotto insieme, sinodalità nel cuore dell’autentico pastore. Non è facile, ma è l’essenza stessa della fede cristiana, unire cielo e terra, esigenze dello spirito e bisogni concreti del fratello. Si tratta di un «fardello pastorale» abbracciato con amore: humerum sarcinae pastorali supposui (Omelie su Ezechiele, tomo I, XI, 6). Per realizzare la vocazione del pastore bisogna piegare «la rigidità dell’animo partecipando vivamente ai bisogni dei fratelli, disposto a immedesimarsi con ogni persona che si presenti», e si domanda, «che cosa farà il gregge nelle sue necessità, se il pastore si rifiuta di ascoltare e soppesare anche ciò che il tempo presente esige?» (Omelie su Ezechiele I, Omelia XI, 28).
Il piccolo quadro composto presenta un ministero che discerne incorporandosi nella storia, sapiente nell’indirizzo, umile nella consapevolezza di essere strumento divino. Si delinea, così, un servizio alla speranza che conforma il ministero come diaconia della sinodalità nel senso cercato e per la salvezza donata.
di Giuseppe Bonfrate
© Osservatore Romano - 2-3 settembre 2019