“Al servo di Dio nessuna cosa deve dispiacere eccetto il peccato. E in qualunque modo una persona peccasse e, a motivo di tale peccato, il servo dl Dio, non più guidato dalla carità, ne prendesse turbamento e ira, accumula per sé come un tesoro quella colpa (Cfr. Rm 2,5). Quel servo di Dio che non si adira né si turba per alcunché, davvero vive senza nulla di proprio. Ed egli è beato perché, rendendo a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio (Mt 22,21), non gli rimane nulla per sé.”
(San Francesco, Ammonizioni, XI)
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Il peccato ci scandalizza, nel profondo, spesso lo neghiamo con difese puerili.
Quello altrui ci scandalizza così tanto che stigmatizziamo colui che compie un peccato o un delitto tanto che vogliamo che quella Persona sia altro da noi:
“io non compirò mai quelle atrocità, quelle infedeltà, quell’obbrobrio!”.
Però così facendo ci appropriamo e perdiamo l'occasione della Verità, del cambiamento e dell'appartenenza, generata dalla Carità.
Per tal motivo è grande ed è uomo di Dio il Patriarca Davide perché davanti alla Parola del Signore per mezzo del profeta Natan non svicola, non si difende, non cerca vie "democratiche di consenso".
Dapprima pare difendersi, come facciamo tutti, e si adira per il peccato altrui con quel meccanismo di difesa proiettivo di cui tutti ci facciamo scudo:
“.. Allora l'ira di Davide si scatenò contro quell'uomo e disse a Natan: «Per la vita del Signore, chi ha fatto questo merita la morte. Pagherà quattro volte il valore della pecora, per aver fatto una tal cosa e non aver avuto pietà».
Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell'uomo!»” (’at-tāh hā-’îš)
(2 Sam 12, 5-7)
E così, nella nudità, vedendo il male che ha compiuto, matura l’autenticità di sé.
Non si difende, non si appropria di nulla ed anzi riconosce di essere peccatore, ed acquista coscienza di colpa e dice con ragione, presente a sé stesso:
"Ho peccato contro il Signore!" (2 Sam 12,13)
“Lavami da tutte le mie colpe,
mondami dal mio peccato.
Riconosco la mia colpa,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato,
quello che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto;
perciò sei giusto quando parli,
retto nel tuo giudizio.
Ecco, nella colpa sono stato generato,
nel peccato mi ha concepito mia madre.”
(Salmo 50, 4-7)
E si arrende all'Amore di Dio.
Forse noi non abbiamo compiuto quel peccato e quell'obbrobrio ma dentro ne coviamo la larvale ferita che ci inclina al delitto, verso Dio, i fratelli e noi stessi, se siamo onesti. Se siamo onesti.
Cogliamo dunque anche noi l'occasione preziosa, davanti ad una grave colpa, di dire con Davide:
"Ho peccato contro il Signore!" (2 Sam 12,13)
Così sia per ognuno di noi, magari dopo aver scappato per una vita, cercando scorciatoie per il sé che, come cisterne screpolate, non ci hanno dissetato ma rafforzato nel cinico e sclerocardico esser-ci, ingolfato della e nella parte ferita di noi stessi, rafforzandoci con il consenso ferito dell'altrui approvazione.
Eh sì che siamo meschini...
Perché malattia cerca malattia per dire:
"son sano!"
Mentre sarebbe così salutare, finalmente, dire profondamente, senza schermaglie e costruzioni, con lo slancio di resa degli innamorati:
“son peccatore Signore, guariscimi da me stesso e ri-donami il sé con cui mi hai da sempre amato, nonostante me, nonostante io fugga sempre”.
Perché tu, tu sei quell’uomo.
E la Misericordia vince e colma ogni baratro, anche il più innominabile, anche il più profondo.
Ma non per struggimento riflesso sul proprio ombelico, che è già una vanità e un rubare, ma per Gioia e Bellezza, la tua, della Chiesa e quella del Padre.
PiEffe