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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
sentierodi DIEGO FARES

Il cuore di ogni popolo è la sua cultura. E all’interno di una cultura che ha ricevuto il seme del Vangelo e lo ha coltivato sorge la cosiddetta “pietà popolare”. In essa lo Spirito schiude un luogo teologico privilegiato per camminare come discepoli missionari, per iniziare ogni processo di discernimento orientato alla missione e proseguirlo.
La pietà popolare non è solo “re l i giosità”, ma vera spiritualità o, meglio ancora, mistica popolare. In una recente intervista Francesco si esprimeva così: «C’è anche un’ipotesi che dico a lume di naso, senza averla ancora studiata a fondo. In America latina c’è una realtà che quasi non è stata clericalizzata: la “pietà pop olare” [...]. La Chiesa è chiamata ad accompagnare e a fecondare costantemente questo modo di vivere la fede dei suoi figli più umili». Riguardo ai giovani, possiamo indicare questo «luogo non clericalizzato» come il più propizio per iniziare e confermare un processo di discernimento nel quale le concrete scelte di vita avvengono nell’ambito della grande missione della Chiesa. Lì deve collocarsi chi desideri aiutare e accompagnare i giovani nel discernimento della loro scelta di vita. Non possiamo sviluppare qui tutta la ricchezza e la complessità dell’ambito della pietà popolare in quanto «luogo teologico» privilegiato. Segnaliamo soltanto alcune caratteristiche che possono aiutare i giovani ad avere la conferma che quella felicità missionaria che essi provano nel servire gli altri, i più umili del popolo di Dio, proviene dallo Spirito. Ma, prima, portiamo un esempio di come Bergoglio discerneva la missione in mezzo ai sobborghi popolari dell’area di Buenos Aires. Fin da giovane gesuita, e poi da maestro dei novizi, provinciale e rettore, egli si è sempre inserito — e ha mandato i giovani gesuiti a inserirsi — nel popolo fedele di Dio: sia per discernere le nuove vocazioni della Compagnia, sia per accompagnare i discernimenti ulteriori che segnano i passi della vita apostolica. Nella sua lettera a Cayetano Bruno, Bergoglio parlava del discernimento in questo senso: «Quando ero a San Miguel, ho visto i quartieri privi di cura pastorale; questo mi ha inquietato e abbiamo cominciato a occuparci dei bambini: il sabato pomeriggio insegnavamo catechismo, poi giocavano, eccetera. Mi resi conto che noi professi avevamo il voto di insegnare la dottrina ai fanciulli e agli incolti, e cominciai io stesso a farlo insieme agli studenti. La cosa andò pian piano crescendo: si costruirono cinque grandi chiese, si mobilitarono in maniera organizzata i ragazzi della zona [e tutto questo lavoro è stato fatto] soltanto i sabati pomeriggio e le domeniche mattina». Così vediamo come tutto scaturisca da una preoccupazione apostolica che Francesco ha sempre presente. Egli ha detto in un’omelia a Santa Marta: «È il lasciarci inquietare dallo Spirito santo che ci fa discernere e non avere una fede ideologica». Quando qualche cosa lo commuove o attira la sua attenzione, toccandogli il cuore, Bergoglio non la lascia andare, ma piuttosto comincia a usare qualche mezzo concreto e umile («abbiamo cominciato a occuparci dei bambini»), poi le fa spazio nella preghiera, lasciando che sia lo Spirito a illuminare il cammino («mi resi conto») e a far crescere il seme («la cosa andò pian piano crescendo»). La pietà popolare è un «luogo teologico» propizio per discernere, perché in essa si esprime il senso della fede del popolo fedele, che è «infallibile in c re d e n d o ». Come afferma il concilio Vaticano II : «La totalità dei fedeli, che hanno l’unzione ricevuta dal Santo (cfr. 1 Giovanni , 2, 20 e 27), non può sbagliarsi nel credere» ( Lumen gentium , 12). Il «Credere» (con la C maiuscola) del popolo fedele ci salva e ci preserva da tutte le altre «credenze» (con la c minuscola). Non si tratta, ovviamente, dell’infallibilità delle definizioni dogmatiche. Grazie all’azione dello Spirito santo, «il popolo di Dio aderisce indefettibilmente alla “fede che fu trasmessa ai credenti una volta per tutte” ( Giuda , 3), con sicuro giudizio vi penetra più a fondo e più pienamente l’applica nella vita». Parlando di «sicuro giudizio» e di «applicazione» della fede alla vita, il concilio Vaticano II ci vuole dire che il popolo di Dio «discerne bene». Conservare la fede a ogni crocevia implica un discernimento. Avere fede è una forma di lotta passiva, che significa accettare quello che ci accade, e in questa accettazione discernere il futuro e comprendere come andare avanti. Per i giovani — e per chiunque voglia ringiovanire nella missione e discernere le vie nuove dello Spirito, che sorprende sempre la Chiesa — è fondamentale situarsi in questo ambito della pietà del popolo fedele, per esserne impregnati e nutrirsi degli indirizzi con cui il popolo, con la mistica ardente del suo modo di credere, ci insegna e ci illumina. A che cosa deve stare attento un giovane desideroso di inserirsi nel popolo che vuole servire, affinché la sua esperienza non sia solo folcloristica, ma sia una vera e propria inculturazione? Che cosa si può apprendere dal modo di credere delle persone più povere e semplici, che adorano il Padre in Spirito e in Verità, quale che sia la loro religione? Il popolo fedele ci insegna che la volontà di Dio si rivela strada facendo. Discernere è concretizzare, e non si concretizza sulla carta, ma nella vita. Camminare insieme ai poveri permette di appropriarsi a poco a poco, in modo vitale, dell’ermeneutica fondamentalmente positiva del popolo di Dio: quella che consente di ascoltare la voce dello Spirito nel corso del tempo, e non soltanto in maniera occasionale. Basta «una minima capacità di inserimento» per iniziare, ma avendo cura che questa non sia soltanto un’esp erienza passeggera — cosa che, tuttavia, deve essere sempre apprezzata nei giovani, come un primo passo concreto — ma si trasformi in un «atteggiamento di inserimento», in «un fare il cammino dell’inculturazione» (cfr. J. M. Bergoglio, Servicio de la fe y promoción de la justicia. Algunas reflexiones acerca del decreto IV de la CG 32 , in Stromata 1/2 1988, 7-22). Il popolo fedele ci insegna come farci carico della Croce. I popoli discernono ed esprimono ciò che sono non soltanto con il loro agire, ma anche con il loro patire, con la loro resistenza passiva al male. Bergoglio riprende questa dottrina da sant’Agostino, per il quale «il criterio di sanità e ortodossia cristiana non sta tanto nel modo di agire quanto nel modo di resistere». E chiarisce alcuni segni di resistenza, che qualifica come “segni cristiani”: «La lotta dei poveri, degli umili, dei bambini, [lotta] che si esprime in gesti e atteggiamenti infantili, quali la ricettività, la capacità di ascoltare, il camminare, il fare ricorso a immagini da cui si sente emanare la grazia, e così via. [Questa resistenza] esclude qualsiasi tipo di trionfalismo» ( ibidem ). La Croce — concretizzata nelle croci di ogni situazione che richiede resistenza — è il «luogo teologico» in cui incontriamo il criterio ultimo di inculturazione e di discernimento. Essa, «a causa della sua struttura interna in tensione, ci ispira la visione cristiana delle tensioni da assumere [discernere]» ( ibidem ). Il discernimento non risolve le questioni teoricamente, ma implica sempre un accettare la Croce e farsene carico. «La scelta ignaziana — afferma Bergoglio — non è mai soltanto teorica, presuppone la dimensione di pathos (attraverso la consolazione e la desolazione, l’aprirsi alla grazia e il lasciarsi toccare dalla tentazione)» ( ibidem ). Là, nel cuore del popolo che si fa carico della Croce, resistendo in modo pacifico al male, sta il «luogo teologico», etico e trascendente, protetto contro ogni tentativo di aggressione da parte del demonio e nel quale devo inculturarmi per essere in grado di discernere quale missione io possa essere. Infine, il popolo fedele conferma un buon discernimento quando accoglie con gioia e risponde con la sua collaborazione alla scelta di vita del discepolo missionario, coronando così le altre due conferme che una scelta richiede: quella interiore, dello Spirito; e quella ufficiale della Chiesa gerarchica. Quando una scelta viene confermata dal buono spirito e dalla Chiesa, acquista la forma di un carisma e di un servizio al tempo stesso «universale e concreto».

© Osservatore Romano - 6 marzo 2018