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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
Guido Reni Cristo appare a Mariadi LUIS ANTONIO GOKIM TAGLE

Sebbene nei Vangeli non si trovi alcun racconto dell’apparizione del Risorto a sua madre Maria, la devozione popolare ha sempre celebrato questo evento. Nelle Filippine esiste il rito dell’ encuent ro o salubong all’alba della domenica di Pasqua, quando il Cristo vittorioso sulla morte incontra la Madre addolorata e le porta la gioia della sua vita risorta.
Urta infatti la sensibilità dei fedeli vedere Gesù apparire a tante persone, tra cui gli amici che lo avevano tradito, e dimenticarsi di incontrare sua madre, colei che rimase presso la croce in atteggiamento di amorevole servizio al suo figlio agonizzante. Lei che ha voluto condividere il dolore di Gesù più di chiunque altro merita la gioia suprema di vederlo giustificato dalla gloria di Dio. Non è possibile che Cristo sia apparso a tutti eccetto che a sua madre, e noi esprimiamo questa fede semplice ma profonda nell’ e n c u e n t ro . Un’e s p re s sione di fede che è anche espressione di speranza. Il rito dell’ encuentro segue lo schema dei racconti biblici della scoperta della tomba vuota e delle prime apparizioni alle donne. Bambini vestiti da angeli cantano a Maria: «Regina del Cielo, rallegrati, perché il Figlio che hai portato in grembo è risorto, alleluia!». Mentre annunciano la buona notizia, gli angeli rimuovono il velo nero che copre Maria e davanti a lei suo figlio risplende nella gloria della Risurrezione. Riuniti, entrano in chiesa con l’assemblea per rendere lode e grazie al Padre. Si tratta di un racconto biblico sotto forma di rito o di rappresentazione. Per i fedeli è una proclamazione della Buona Notizia. L’ encuentro invita i fedeli a contemplare Gesù con gli occhi pieni di gioia di sua madre e a guardare a Maria come a un segno di sicura speranza mentre sono testimoni delle crocifissioni che avvengono ogni giorno intorno a loro. Come Maria, che rimase coraggiosamente con suo figlio crocifisso e visse per vederlo glorificato, anche loro sperano di veder arrivare il giorno benedetto in cui potranno finalmente assistere alla gloria fra le tante crocifissioni delle loro vite. Un giorno che faceva un caldo atroce, mentre ero ancora seminarista, decisi di andare a mangiarmi una banana split in una gelateria vicina. Mentre trangugiavo il mio dessert, vidi entrare una donna con suo figlio. Poveri, ma con l’aspetto dignitoso. Il bambino doveva avere due anni. La donna fece il suo ordine, si sedette al tavolo vicino al mio e aspettò. Il cameriere arrivò e servì loro una pallina a testa di gelato. Il gelato, mi par di ricordare, più economico del menù. Certamente non aveva l’aspetto del “gusto del mese” tanto reclamizzato. Quando il cameriere si allontanò, la madre aprì il borsellino, prese una candelina, la sistemò sul gelato, l’accese e cantò con un filo di voce: «Tanti auguri a te...». Non c’erano altri bambini, né palloncini, clown o giocattoli. Nessun vestito nuovo né addobbi e festoni; soltanto una madre che si assicurava che il giorno della nascita di suo figlio non cadesse nell’oblio. Il mondo intero avrebbe potuto dimenticarsene o non saperlo, ma non sua madre. Lei non lo avrebbe dimenticato mai, e tanto le bastava. Recitai in silenzio una preghiera per loro mentre la mia banana split si squagliava. L’incontro con suo figlio risorto non è la prima occasione in cui Maria esemplifica la speranza. La sua intera vita fu un viaggio della speranza tra ambiguità e assurdità. Nell’Annunciazione, accolse Dio nonostante l’ambiguità di quella chiamata. La sua anima magnificò il Signore in un canto che esaltava le grandi azioni di Dio tra i disastri della storia di Israele. Diede prova di grande speranza quando vegliava sul bambino Gesù minacciato da un assassino insensato e geloso. Una speranza alimentata da Simeone, che salutò suo figlio come la luce che rivela Dio alle nazioni e profetizzò anche le ferite che a lei sarebbero state inferte a causa di Gesù. Le parole misteriose e il comportamento di Gesù dodicenne quando lei e Giuseppe lo ritrovarono nel Tempio dopo una lunga e ansiosa ricerca instillarono in lei speranza, piuttosto che amarezza. Il dolore causato dalla morte assurda di suo figlio, abbandonato dagli amici e, apparentemente, anche dal Padre, sarebbe stato sufficiente a distruggere qualsiasi madre. Ma la speranza di Maria era più grande del dolore. Non comprendeva appieno tutti quegli eventi della vita di Gesù, ma li serbava tutti nel suo cuore. Impariamo da Maria che la speranza è serbare la memoria di Gesù, spesso così difficile da portare e comprendere, nel cuore. Lui rimane nel suo cuore, qualunque cosa accada. Speranza è l’attesa paziente che la promessa si avveri anche quando tutto sembra perduto. Speranza è restare con suo figlio perché lui è il dono di Dio. Speranza è scoprire in modo lento e doloroso chi è Gesù mentre il misterioso piano di Dio si rivela in lui. Maria è stata la principale discepola e allieva di suo figlio. Non c’è forse stato un solo momento della sua vita in cui non abbia imparato qualcosa su di lui e da lui. È per avere appreso da Gesù, che lei è in comunione con lui. E la comunione con lui la conformò alla sua volontà e alle sue vie. E lei si comportò secondo quanto aveva appreso! La sua storia nelle scritture è quella di una donna che ascoltò, operò un discernimento e si comportò di conseguenza. Per Maria la speranza non è inattività o passività che lascia le cose al caso. La certezza della fede, anche quando non comprendeva tutto, la spingeva ad agire. La fede, dopotutto, porta frutto nell’azione. La speranza è partecipare alla realizzazione della promessa di Dio facendo, non solo guardando. Maria fece secondo quanto aveva appreso come discepola del Padre e di Gesù. La condizione di discepola di Maria è un altro motivo che ce la rende icona di speranza. Molti cristiani hanno bisogno di imparare da lei la dimensione attiva della speranza. Rassicurati dalla fede che Dio rimane con noi anche nel mezzo delle esperienze più buie, dovremmo avere il coraggio di agire con Dio in modo che le croci del nostro popolo possano portare a una vita nuova. «Troppe parole e poca azione», questo è il nostro limite nelle Filippine, e forse in tutto il mondo. Ma non è un’azione qualsiasi quella che noi dobbiamo perseguire, bensì quella che nasce dall’unione con il volere e l’agire di Cristo. Ho avuto il privilegio di lavorare come volontario per le missionarie della Carità di Madre Teresa di Calcutta in una casa per persone abbandonate e per malati di aids a Washington. Una mattina, la superiora mi chiamò per dirmi che il ristorante che avrebbe dovuto donare il pranzo quel giorno non era in grado di farlo. Erano già le dieci. «E come diamo da mangiare ai pazienti?», chiesi. «Prepari lei il pranzo per loro, padre», mi disse. «Ma non posso cucinare per ottanta persone», protestai. «E poi conosco solo la cucina filippina». «Allora prepari un pranzo filippino», ribatté. Protestai ancora, ma lei insistette: «Non possiamo lamentarci che i nostri pazienti restino senza cibo e poi non fare nulla per nutrirli». Confuso, non mi restò che accettare: «Ci proverò». Poi mi chiese: «Che cosa sai cucinare?». Risposi: «Riso, pollo e verdure fritte». «Va bene», rispose. «Guarda che cosa c’è in freezer che puoi usare e il resto lo compreremo». Ripensandoci, domandai: «Ma i pazienti mangeranno cibo filippino?». «Diremo loro che è cibo cinese», ridacchiò la superiora. Cucinai, servii e fui felice di constatare che non era avanzata nemmeno una briciola. Avevano apprezzato la mia cucina cinese! Anche Maria, che aveva seguito Gesù viaggiando con lui dall’incarnazione fino alla sua risurrezione — meditando, imparando e agendo — era con i discepoli nella stanza al piano superiore. Con loro avrebbe ricevuto la forza di testimoniare Cristo. A che cosa pensava mentre con i discepoli nel cenacolo attendeva lo Spirito Santo? Non era la prima volta che lei lo accoglieva. Lo aveva già ricevuto in un’altra stanza, la sua semplice camera a Nazaret. Lo Spirito era sceso su di lei, come annunciato dall’arcangelo Gabriele, e il Figlio di Dio era stato concepito nel suo grembo anche come figlio suo. Quel Figlio, che è l’amore del Padre, si era fatto carne nel suo ventre per mezzo dello Spirito Santo. Concepito dallo Spirito, Gesù ne fu ricolmo in tutta la sua vita e la sua missione. E aveva promesso che quello stesso Spirito sarebbe stato donato dal Padre ai suoi discepoli nella stanza al piano superiore. Era giusto che lei, che aveva accolto lo Spirito in quella stanzetta di Nazaret per dare alla luce Gesù portandolo nel mondo, si trovasse nella stanza al piano superiore con i discepoli, in attesa dello Spirito promesso affinché potessero portare Gesù come Buona Notizia nel mondo. Come Maria, i discepoli saranno i «portatori» di Gesù al mondo come suoi testimoni. Lo Spirito porta a noi Gesù in modo che possiamo, a nostra volta, rendergli testimonianza. Maria, donna ricolma dello Spirito, vera portatrice di Dio, Theotokos, è un segno di speranza per noi. Spesso esitiamo a essere i portatori del mistero di Cristo. Ci sentiamo indegni e incapaci. Lasciamoci ispirare da Maria. In quanto donna, la sua condizione sociale era umile. E tuttavia aveva trovato favore agli occhi di Dio. Era piena di grazia. Il Signore considerò la sua umiltà e la trasformò in beatitudine. Dalla stanza al piano superiore, lei sarebbe stata la madre e la compagna dei discepoli, che erano umili, peccatori e imperfetti, ma anche i prescelti per testimoniare Cristo fino alla fine dei tempi. Maria, che portò e testimoniò Gesù, è fonte di speranza per noi, semplici e fragili esseri umani, che siamo chiamati dallo Spirito a portare e testimoniare Gesù nel nostro tempo. Potremmo chiederci come ciò sia possibile... Impariamo da Maria, che accolse lo Spirito. Speranza è permettere allo Spirito di Gesù di compiere le meraviglie che noi non possiamo realizzare. Speranza è far sì che i nostri velieri terreni portino un tesoro così grande! Non lo dichiariamo per orgoglio, ma semplicemente perché nutriamo speranza nello Spirito. Noi filippini, così abituati a considerarci umili e perfino inferiori agli altri, possiamo guardare a Maria come modello di speranza. Accettare la nostra umiltà deve condurre ad aprirci allo Spirito, affinché possiamo fare grandi cose, o, più precisamente, Gesù possa fare grandi cose. La mia famiglia sapeva bene che non volevo diventare vescovo. Ma il giorno della mia ordinazione episcopale fui consolato dalla vista della folla che era venuta a pregare e a rallegrarsi. La mia speranza venne poi confermata quando vidi la gente semplice della diocesi — contadini, pescatori, operai, studenti, catechisti, giovani e altri — portare i doni muovendosi al ritmo delle danze tradizionali. I semplici di Dio danzavano gioiosi riconoscendo l’opera dello Spirito nel dono di un vescovo. Alla fine della processione, i miei genitori e mio fratello portarono con semplicità il pane e il vino. Per un istante mi resi conto che venivo da una famiglia come tante. Come potevano mio padre e mia madre essere i genitori di un vescovo, e mio fratello, il fratello di un vescovo? Dopo avermi consegnato i doni, mia madre prese il suo fazzoletto, mi asciugò la fronte e mi disse: «Fidati. Noi ci saremo sempre a sostenerti». Lei crede nello Spirito che può agire mediante suo figlio. Lei crede che io possa portare Gesù alla chiesa. Come madre, anche lei deve essere stata nella sua stanza a Nazaret e al piano superiore. Dalla Madre Chiesa, la comunità piena di Spirito come «grembo», ho iniziato il mio viaggio di vescovo nella speranza di testimoniare il Cristo risorto e nella certezza di poter sempre guardare a Maria, segno di speranza e consolazione.

© Osservatore Romano 31 agosto 2018