Della vedova, ha spiegato il Pontefice, «si dice due volte che è povera: due volte. E che è nella miseria». È come se il Signore avesse voluto sottolineare ai dottori della legge: «Avete tante ricchezze di vanità, di apparenza o anche di superbia. Questa è povera. Voi, che mangiate le case delle ve- dove...». Ma «nella Bibbia l’orfano e la ve- dova sono le figure dei più emarginati» così come anche i lebbrosi, e «per questo ci sono tanti comandamenti per aiutare, per pren- dersi cura delle vedove, degli orfani». E Ge- sù «guarda questa donna sola, semplicemen- te vestita» e «che getta tutto quello che ha per vivere: due monetine». Il pensiero corre anche a un’altra vedova, quella di Sarepta, «che aveva ricevuto il profeta Elia e ha dato tutto quello che aveva prima di morire: un p o’ di farina con l’olio...». Il Pontefice ha ricomposto la scena narra- ta dal Vangelo: «Una povera donna in mez- zo ai potenti, in mezzo ai dottori, ai sacer- doti, agli scribi... anche in mezzo a quei ric- chi che gettavano le loro offerte, e anche al- cuni per farsi vedere». A loro Gesù dice: «Questo è il cammino, questo è l’esempio. Questa è la strada per la quale voi dovete andare». Emerge forte il «gesto di questa donna che era tutta per Dio, come la vedo- va Anna che ha ricevuto Gesù nel Tempio: tutta per Dio. La sua speranza era solo nel S i g n o re » . «Il Signore sottolinea la persona della ve- dova», ha detto Francesco, e ha continuato: «Mi piace vedere qui, in questa donna una immagine della Chiesa». Innanzitutto la «Chiesa povera, perché la Chiesa non deve avere altre ricchezze che il suo Sposo»; poi la «Chiesa umile, come lo erano le vedove di quel tempo, perché in quel tempo non c’era la pensione, non c’erano gli aiuti socia- li, niente». In un certo senso la Chiesa «è un po’ vedova, perché aspetta il suo Sposo che tornerà». Certo, «ha il suo Sposo nell’Eucaristia, nella parola di Dio, nei po- veri: ma aspetta che torni». E cosa spinge il Papa a «vedere in questa donna la figura della Chiesa»? Il fatto che «non era importante: il nome di questa ve- dova non appariva nei giornali, nessuno la conosceva, non aveva lauree... niente. Nien- te. Non brillava di luce propria». E la «grande virtù della Chiesa» dev’essere ap- punto quella «di non brillare di luce pro- pria», ma di riflettere «la luce che viene dal suo Sposo». Tanto più che «nei secoli, quando la Chiesa ha voluto avere luce pro- pria, ha sbagliato». Lo dicevano anche «i primi Padri», la Chiesa è «un mistero come quello della luna. La chiamavano mysterium lunae: la luna non ha luce propria; sempre la riceve dal sole». Certo, ha specificato il Papa, «è vero che alcune volte il Signore può chiedere alla sua Chiesa di avere, di prendersi un po’ di luce propria», come quando chiese «alla vedova Giuditta di deporre le vesti di vedova e in- dossare le vesti di festa per fare una missio- ne». Ma, ha ribadito, «sempre rimane l’at- teggiamento della Chiesa verso il suo Sposo, verso il Signore». La Chiesa «riceve la luce da là, dal Signore» e «tutti i servizi che noi facciamo» in essa servono a «ricevere quella luce». Quando un servizio manca di questa luce «non va bene», perché «fa che la Chie- sa diventi o ricca, o potente, o che cerchi il potere, o che sbagli strada, come è accaduto tante volte, nella storia, e come accade nelle nostre vite quando noi vogliamo avere un’al- tra luce, che non è proprio quella del Signo- re: una luce propria». Il Vangelo, ha notato il Papa, presenta l’immagine della vedova proprio nel mo- mento in cui «Gesù incomincia a sentire le resistenze della classe dirigente del suo po- polo: i sadducei, i farisei, gli scribi, i dottori della legge». Ed è come se egli dicesse: «Succede tutto questo, ma guardate lì!», verso quella vedova. Il confronto è fonda- mentale per riconoscere la vera realtà della Chiesa che «quando è fedele alla speranza e al suo Sposo, è gioiosa di ricevere la luce da lui, di essere — in questo senso — vedova: aspettando quel sole che verrà». Del resto, «non a caso il primo confronto forte, dopo quello che ha avuto con Satana, che Gesù ha avuto a Nazareth, è stato per aver nominato una vedova e per aver nomi- nato un lebbroso: due emarginati». C’erano «tante vedove, in Israele, a quel tempo, ma soltanto Elia è stato inviato da quella vedo- va di Sarepta. E loro si arrabbiarono e vole- vano ucciderlo». Quando la Chiesa, ha concluso France- sco, è «umile» e «povera», e anche quando «confessa le sue miserie — poi tutti ne ab- biamo — la Chiesa è fedele». È come se essa dicesse: «Io sono oscura, ma la luce mi vie- ne da lì!». E questo, ha aggiunto il Pontefi- ce, «ci fa tanto bene». Allora «preghiamo questa vedova che è in cielo, sicuro», affin- ché «ci insegni a essere Chiesa così», rinun- ciando a «tutto quello che abbiamo» e non tenendo «niente per noi» ma «tutto per il Signore e per il prossimo». Sempre «umili» e «senza vantarci di avere luce propria», ma «cercando sempre la luce che viene dal Signore » .
© Osservatore Romano - 24-25 novembre 2014