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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
ashA colloquio con padre Rocco Rizzo rettore del collegio dei penitenzieri vaticani

di NICOLA GORI

È proprio un duro lavoro quello del confessore. Ascoltare i fedeli, immedesimarsi nelle loro difficoltà, nel loro modo di porsi verso gli altri per guidarli, aiutarli, riconciliarli con Dio.
È un impegno che non si apprende in un giorno e necessita di alcune doti e di tanta esperienza oltre che di una buona formazione umana e spirituale. Qualità che hanno i penitenzieri vaticani, come spiega in questa intervista al nostro giornale, il francescano conventuale Rocco Rizzo, rettore del Collegio dei penitenzieri vaticani, i quali si preparano tra l’altro ad affrontare un lavoro straordinario in concomi-tanza con le solennità pasquali.

Quanti fedeli al giorno si accostano al sacramento nella basilica di San Pietro in questo periodo?
Certo non è facile quantificare il numero dei fedeli che si accostano ogni giorno al sacramento della Riconciliazione nel periodo della Quaresima. Vi sono giorni, come il sabato e la domenica, dove l’affluenza è più alta rispetto agli altri della settimana. Più o meno il nu-mero dei penitenti giornalieri si attesta intorno ai centocinquanta sino ai duecento.

Chi, e secondo lei perché, si confessa in San Pietro?
Ai nostri confessionali si accosta-no fedeli di ogni categoria sociale e di ogni età provenienti da ogni an-golo della terra. Sono sacerdoti, se-minaristi, religiose, laici credenti e anche quanti sono alla ricerca della verità e del senso da ridare alla loro vita. Molti manifestano difficoltà che riguardano famiglia, lavoro, il modo di vivere la domenica. A vol-te si presentano fedeli di altre reli-gioni ebrei, musulmani, buddisti, indù, e persino atei o agnostici: a volte cercano solo un confronto sui temi della vita, della morte, dell’al-dilà, della pace.

Ci sono disposizioni particolari sul come assistere i penitenti in quest’Anno della Fede?
Intanto abbiamo ben presente la necessità di dover ricordare a noi stessi e a chi si accosta al nostro confessionale che bisogna rimettere Dio al primo posto, meditare sulla sua Parola, testimoniare con la vita l’amicizia con Gesù Cristo e l’a m o re per la santa Chiesa. Come disposi-zione particolare durante tutto l’An-no della Fede, i fedeli che si avvici-nano al Sacramento della penitenza potranno acquisire l’indulgenza ple-naria, applicabile anche in suffragio dei defunti.

La mancanza di sacerdoti in molte parrocchie provoca una minore disponibilità di confessori. Crede che sia una delle cause di disaffezione dei fedeli al Sacramento?
Molte sono le cause di disaffezione dei fedeli alla confessione a prescindere dalla mancanza di sacerdoti. Abbiamo la responsabilità di educare il popolo di Dio alle radicali esigenze del Vangelo, quindi rendere ancora più urgente il servi-zio di amministratori della misericordia divina. Il sacerdote deve es-sere nella vita «segno della presen-za viva e visibile del Signore» tale da suscitare nei fedeli il senso del peccato, per dare coraggio e far na-scere il desiderio del perdono di Dio. Molte persone trovano nella confessione la pace e la gioia che rincorrevano da tempo.

Quanti sono attualmente i penitenzieri, di che nazionalità e chi li sceglie?
Il collegio dei penitenzieri è com-posto da 14 sacerdoti francescani conventuali, che svolgono il mini-stero della riconciliazione nella ba-silica vaticana in forma stabile. Sia-mo una comunità internazionale di 10 diverse nazionalità: due dall’Ita-lia, quattro dalla Polonia, uno dalla Spagna, uno dal Brasile, uno da Malta, uno dall’Irlanda, uno da Taiwan, uno dalla Romania, uno dalla Croazia, uno dalla Germania. Chiaramente è il ministro generale dell’ordine che sceglie i confratelli, che ritiene più adatti per un tale ministero e li presenta alla Peniten-zieria Apostolica, la quale, dopo un esame, li nomina penitenzieri mino-ri ordinari. Il Collegio è subordina-to alla Penitenzieria Apostolica per quanto attiene il ministero del sa-cramento della riconciliazione; alla diretta giurisdizione del ministro generale per la vita interna della fraternità.

Quali caratteristiche devono avere i penitenzieri per prestare servizio in San Pietro?
Non esiste una vera e propria ca-ratteristica particolare per essere pe-nitenziere in San Pietro, ma bisogna che sia ben disposto a donare tempo e attenzione, per questo non deve essere gravato da ulteriori compiti che possano distoglierlo dal servizio o renderlo meno adatto a esso. Non deve pensare a sé ma agli altri. Non deve vivere per sé ma per gli altri. È necessario che sia ricco di bontà, di ascolto, di serenità, di pazienza. Le premesse del rito della penitenza affermano a questo proposito: «Nell’accogliere il peccatore penitente e guidarlo alla luce della verità, il confessore svolge un com-pito paterno, perché rivela agli uo-mini il cuore del Padre, e imperso-na l’immagine di Cristo, buon Pa-store». Bisogna anche che abbia una buona preparazione in teologia morale e in diritto canonico e che conosca bene, oltre la propria lin-gua madre, anche la lingua per cui è stato scelto al momento della sua immissione nel Collegio dei peni-tenzieri.

È possibile che un confessore si possa trovare in difficoltà — di ordine psicologico, sociale, culturale o teologico — davanti a casi esposti dai penitenti?
Noi siamo chiamati a fare la nostra parte: ascoltare, comprendere, indirizzare, guidare, perdonare. Tutte le altre scienze ci devono servire per migliorare il nostro essere guida. Noi dobbiamo insistere soprat-tutto sull’essenziale. Siamo dispen-satori di misericordia e di perdono. Dio solo vede nell’interno del cuore dell’uomo. Noi restiamo alla porta del cuore. Ne avvertiamo il battito, ma, soprattutto, cerchiamo di capire se il cuore del fedele penitente è sa-no. A volte si trovano sacerdoti che si mettono al posto degli psicologi, dei sociologi. Noi portiamo le ani-me a Dio ed è Dio solo ad indicarci la strada giusta che porta a lui. Il confessore deve curare molto la for-mazione permanente. È un dovere derivante dalla sua identità sacerdo-tale e dai gravi compiti del suo ministero della penitenza. È per que-sto motivo che la Penitenzieria Apostolica promuove ogni anno, nei giorni di quaresima, un corso sul foro interno per i giovani sacer-doti, aperto, anche, ai penitenzieri delle quattro basiliche papali; poi, vi sono gli incontri mensili di stu-dio su tematiche attuali sempre presso la Penitenzieria Apostolica. Questi incontri sono tenuti da illu-stri professori delle pontificie uni-versità romane.

Come si pone il confessore davanti alle nuove sfide poste dalla società di oggi?
Il confessore di fronte alle nuove sfide culturali e morali della società postmoderna deve saper coniugare fermezza e misericordia. «Il confes-sore — rilevava il beato Giovanni Paolo II — consapevole del prezioso dono di grazia posto nelle sue ma-ni, deve offrire ai fedeli la carità dell’accoglienza premurosa, senza asperità o freddezza del tratto. Al tempo stesso, egli deve usare la ca-rità, anzi la giustizia di riferire, sen-za varianti ideologiche e senza sconti arbitrari, l’insegnamento ge-nuino della Chiesa, rifuggendo dal-le profanas vocum novitates, riguardo ai loro problemi». Forti di questo insegnamento i confessori cercano di fare la loro parte, quella di consi-gliare, di illuminare, di orientare, di pregare e di affidare a Dio il loro presente e il loro futuro. L’op era più importante, in fondo, la fa il buon Dio che non abbandona mai nessuno.

© Osservatore Romano - 8 marzo 2013