Il 14 e il 15 gennaio si svolgerà a Roma, presso il Centro studi storici dei padri barnabiti, il convegno "I barnabiti e il Risorgimento" organizzato in occasione del 150° anniversario dell'Unità d'Italia. Anticipiamo ampi stralci della relazione introduttiva del direttore del centro.
"La lotta non deve mai stancarci, perché è la legge della vita. Non bisogna né cercarla né fuggirla", così da Ginevra scriveva padre Giovanni Semeria il 17 gennaio 1915. E delle lotte per l'Unità d'Italia e di quelle successive circa il compimento e l'appropriazione della sua eredità storica e ideale, si tratterà in questo convegno dedicato ai "Barnabiti nel Risorgimento", che si apre all'inizio delle celebrazioni per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia.
Se in questa chiesa di San Carlo ai Catinari e casa dove si svolge il convegno tutto parla dell'amor di Dio e dell'amor di Patria, gli squarci prodotti sulla sua magnifica cupola - opera dell'architetto Rosato Rosati - dal cannoneggiamento dei francesi appostati sul Gianicolo durante la Repubblica Romana del 1849, sono ancor oggi ben visibili sotto il cielo della Città Eterna, ad perpetuam rei memoriam di dure lotte e contrapposte speranze. Ma se dall'alto di quella terza cupola dell'Urbe abbassiamo verticalmente lo sguardo alla Roma sotterranea, ritroviamo ancora oggi lo svettante camino di una villa romana accanto alle ossa di Barnabiti sparse alla rinfusa, per far fronte alle necessità dei garibaldini che là vi allestirono il loro improvvisato ospedale e sempre là vi seppellirono i "loro" morti.
Venivano calati direttamente dal sovrastante pavimento della chiesa dopo che i Barnabiti vi avevano celebrato le esequie, grazie alla botola aperta davanti alla cappella di Santa Cecilia, detta anche "del Paradiso". Lo stesso Garibaldi, con le sue mani, volle calare la cassa contenente il cadavere del suo aiutante di campo, l'uruguaiano di Montevideo Andrea Aguyar, morto il 30 giugno 1849 (detto il "moro" di Garibaldi e il cui cadavere si trovava presso Santa Maria in Trastevere). Per non dimenticare altre mani pietose che nascosero i resti mortali di altri garibaldini nella più sontuosa cappella della chiesa, quella della famiglia dei marchesi Costaguti; è il caso del maggiore Alessandro Meloni di Imola (morto il 12 giugno 1849 fuori Porta San Pancrazio); i cui resti furono scoperti e traslati solo nel 1941.
Questo stesso palazzo - tanto silente quanto serioso nei continui giochi delle sue penombre - giunse a ospitare nei suoi ampi e interminabili corridoi centinaia e centinaia di garibaldini, che giorno e notte si ristoravano e imprecavano; al di là degli improvvisati divisori in legno elevati in fretta dai Barnabiti, si udivano distintamente i loro truci propositi: "Volemo sangue de' preti e de' frati", arrivando a gridare a squarciagola: "Viva la Repubblica e morte ai neri (cioè ai Gesuiti)".
Non solo quei religiosi divennero custodi dei loro pochi oggetti personali e i naturali depositari di ultimi sospiri, ma anche cappellani del Sacrario garibaldino romano, quando i resti di quegli ex combattenti furono tolti dai sotterranei di San Carlo ai Catinari per essere traslati nel nuovo Mausoleo Ossario del Gianicolo, su proposta della Legione garibaldina, accolta dal cardinale vicario per la città di Roma, Francesco Marchetti Selvaggiani, nel settembre del 1942.
Ma quell'epopea non poteva dirsi terminata! In questa casa vissero, pregarono e lavorarono per la Chiesa e per la Patria anche altri Barnabiti, come Giovanni Semeria. Nell'anno 1900 veniva infatti data alle stampe una sua conferenza dal titolo Pro Patria. Particolarmente ricca di sentimento patriottico, in essa il celebre Barnabita spronava tutti i cattolici italiani a far proprio lo spirito del Risorgimento, praticamente rinnegato dai liberali, e a darsi da fare per la vera grandezza della Patria. Tra i suoi tratti principali rimarcava due periodi storici: il 1848, "quando gli italiani si commossero al grido di "Viva Pio ix" e i parroci lombardi guidarono i loro parrocchiani a una guerra che sembrava santa"; e il 1859, "quando le armi furono invece prese senza il Papa anzi contro di lui. I parroci ne furono le prime vittime. La causa nazionale, procedeva contro di noi - continua Semeria - perché procedeva senza di noi, e altri ne avevano presa la direzione". Concludeva: "Dobbiamo rendere l'Italia civilmente e religiosamente più grande, civilmente più viva, religiosamente più efficace. Procurare la soluzione della "questione romana" in Italia è un facilitare questo compito mondiale italiano, quindi è una parte positiva del patriottismo, non una eccezione ad esso".
Tale posizione, che venne subito criticata dal suo amico di sempre, il marchese Filippo Crispolti, soprattutto in merito all'interpretazione del ruolo di Pio ix, che per il Crispolti seppe invece evitare col suo dietrofront dell'allocuzione del 29 aprile del 1848 "un funesto, misero italianismo", per usare una espressione del Fogazzaro, ci introduce a uno dei temi dibattuti di questo convegno, tanto discreto nel panorama delle iniziative annunciate in questo anno celebrativo, quanto - si auspica - profondo e innovativo nelle sue prospettive storiografiche.
Grazie alle riconosciute competenze dei relatori invitati, si attende infatti una modulazione pertinente ed esauriente della molteplice ricchezza di esperienze, interpretazioni e idealità, che hanno coinvolto nel periodo risorgimentale Barnabiti diversi per tempra religiosa e civile. Ugo Bassi e Alessandro Gavazzi furono i più eloquenti cappellani garibaldini del Risorgimento italiano, la cui azione si deve però confrontare non solo con la rilettura storiografica contemporanea della figura di Garibaldi, quanto con il sentire cum Ecclesia di quell'anima più liberale dell'ordine dei Barnabiti che essi rappresentavano, e che si contrapponeva a quella detta reazionaria capeggiata dal segretario di Stato di Gregorio XVI, il cardinale Luigi Lambruschini, anche lui di casa qui a San Carlo, tanto da voler essere sepolto in questa stessa chiesa.
Ricordiamo poi il cardinale Luigi Bilio, che qui in San Carlo ai Catinari dava lezioni di diritto canonico ai chierici del suo ordine, rivelandosi uno dei protagonisti del concilio Vaticano i. Con quest'ultimo cardinale Barnabita volutamente si oltrepassa la data del 20 settembre 1870, che segna l'entrata delle truppe italiane a Porta Pia e la fine del potere temporale del Papato, tappa finale di un processo della storia d'Italia, come nazione indipendente, iniziata ufficialmente il 17 marzo 1861 con la proclamazione del Regno d'Italia da parte di Vittorio Emanuele ii, ma anche tappa iniziale della ricomposizione della coscienza religiosa di un popolo sovrano.
L'Italia nacque infatti con la Chiesa, senza la Chiesa, contro la Chiesa? Al di là degli slogan desueti e fuorvianti si devono ricercare quelle "cerniere" storiche capaci non solo di "parlare di Italia" ma anche di "essere Italia". Alla luce di quella comune civiltà cristiana capace di riconoscere anche i tratti della sua decadenza politica, sociale e spirituale; tra i chiaroscuri di un Manzoni che votò a favore di Roma capitale, incurante della scomunica, ed era cattolico, o di un Cavour, che se non si può definire un cattolico in senso stretto, volle morire con il conforto dei sacramenti. Qualche spiraglio in tal senso si può legittimamente attendere dalla riconsiderazione del ruolo che proprio i religiosi svolsero nel Risorgimento, e di cui si parlerà nel convegno, rimandando, per un aggancio all'attualità, ai lavori e al dossier preparatorio del x Forum del Progetto Culturale dello scorso dicembre 2010.
Qualunque siano la risposte, esse vanno opportunamente declinate per non sprofondare nella deprecabile faciloneria di vecchie polemiche intransigenti, che vedono nel Risorgimento solo un complotto massonico-protestante volto a distruggere la Chiesa. Non si può del resto dimenticare - senza nulla togliere agli sforzi dei patrioti - che all'unificazione italiana si è arrivati anche grazie alle dinamiche di un preciso scacchiere di politica internazionale.
Non ci rimane che auspicare che questo anniversario sia l'occasione propizia per una rilettura serena di quegli eventi, riflettendo proprio sullo stato dei rapporti tra Chiesa e Stato a 150 anni dall'Unità d'Italia. Seguirà un intervento sull'emigrazione italiana in Belgio, quando i nostri connazionali all'estero si riscoprirono italiani superando i nativi particolarismi regionali, linguistici, culturali, e accentuando un vero e proprio sentimento patrio unitario. La considerazione del periodo anteguerra consentirà così di approdare a un discorso europeo di più largo respiro, riprendendo la suggestione di un "Risorgimento incompiuto", o meglio di un "Prologo risorgimentale", che trovò nelle ceneri della prima guerra mondiale il suo elemento rigenerativo. E proprio in questo delicatissimo periodo che va dalla nascita della cosiddetta "questione romana" alla grande guerra, si colloca l'azione patriottica di padre Semeria a favore degli emigrati italiani nel mondo.
(©L'Osservatore Romano - 14 gennaio 2011)