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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
cantalamessa-11di RANIERO CANTALAMESSA

La data, 1968, dice tutto. Nell’anno della grande contestazione studentesca l’Università Cattolica fu uno degli epicentri del terremoto. Si andava in università e non si sapeva chi si trovava ad attenderci sulla porta: se gli studenti o la polizia schierata in assetto di guerra. Io mi trovai ad avere nel dipartimento alcuni dei giovani più impegnati nella lotta, ma devo dire, a loro merito, con le idee, non con la violenza. Questo tempo fu per me un nuovo “corso di laurea”, molto diverso dai precedenti. Mi spiego. Io avevo vissuto gli anni del concilio VaticanoII, da poco terminato, abbastanza dall’esterno.
Devo confessare anzi che, inizialmente, nello scontro tra corrente cosiddetta conservatrice e corrente progressista, enfatizzato dai mezzi di comunicazione e presentato come scontro tra nord e sud dell’Europa, mi ritrovavo a volte a simpatizzare per i poveri “conservatori”, le cui tesi erano quelle che io stesso avevo appreso dai libri di testo e difeso negli esami, durante la mia formazione teologica. L’essermi trovato nel crogiolo della contestazione giovanile accelerò il processo di “conversione”, sicché in breve tempo passai a essere considerato, in seno al corpo docente, dapprima un “mo derato” e poi un “amico dei contestatori”. L’autorità su cui dovevo confrontarmi, nel dialogo con i miei giovani assistenti e collaboratori, non era più la Summa di san Tommaso d’Aquino, ma la Lettera a una professoressadi don Lorenzo Milani. Quando scoppiò il caso di Lefebvre, ero ormai con tutto il cuore dalla parte del Vaticano II e scrissi una lettera aperta al vescovo tradizionalista, pubblicata in prima pagina dal «Corriere della Sera» del 20 settembre 1976. In essa facevo notare che la tradizione cattolica non consiste in un certo numero di cose in vigore in un certo momento della storia della Chiesa, specie nella Controriforma: il latino, la messa di san Pio V, il catechismo di san Pio X, il diritto canonico, eccetera. La teologia (anche quella preconciliare!) insegna che la tradizione non è primariamente un insieme di cose “trasmesse”, ma è, in primo luogo, il principio dinamico di trasmissione. È tradizione “vivente”, come l’ha concepita sant’Ireneo di Lione. Anzi, essa è la vita stessa della Chiesa in quanto, guidata dallo Spirito, si svolge nella fedeltà a Gesù Cristo e ne interpreta autenticamente le Scritture. È perciò, sì, una forza di permanenza e di conservazione del passato (quando, beninteso, non si tratta di un passato che è semplicemente frutto di contingenze storiche); ma è, ancor più, una forza di innovazione e di crescita; è memoria e prolessi insieme. La tradizione è nella Chiesa come l’onda della predicazione apostolica che avanza e si propaga nei secoli. L’onda non si può cogliere che in movimento. Congelare la tradizione a un certo momento della storia significa farne una “morta tradizione”, una tradizione in cui lo Spirito Santo non ha un ruolo decisivo, o non ne ha affatto. Non ha senso perciò parlare di “ritorno della Chiesa alla tradizione”; la tradizione non è “i n d i e t ro ”, perché si debba tornare a essa. Ma gli anni passati alla Cattolica non furono importanti solo per questo. Come responsabile del dipartimento di Scienze religiose, ebbi modo di accompagnare il rettore Lazzati in diversi incontri della Federazione internazionale delle università cattoliche (Fiuc), a Salamanca, a New Delhi, a Porto Alegre in Brasile, e come docente di Storia delle origini cristiane ero chiamato a partecipare e a parlare nei congressi del settore che si tenevano a Oxford e a congressi di teologia. Ogni volta era l’occasione per conoscere persone e idee nuove, spesso di levatura mondiale. Spiritualmente, credo che l’aiuto più notevole mi sia venuto proprio dall’amicizia e dalla frequentazione con il professor Lazzati. Insieme a Giorgio La Pira, di cui era grande amico, egli è stato senza dubbio uno dei laici più rappresentativi del dopoguerra. Come Jacques Maritain, di cui era ammiratore e lettore, egli ha impersonato in modo esemplare il profilo del laico cattolico auspicato dal concilio e ne ha difeso strenuamente le prerogative contro ogni tentativo di riclericalizzazione. Al di là di tutto, io vedevo in lui l’uomo di Dio e l’uomo di Chiesa, che con la sua preghiera, l’austerità e la povertà evangelica mi era di esempio e a volte, come religioso francescano, di tacito rimprovero. Dopo la guerra, tornato dalla prigionia in Germania, con alcuni suoi antichi compagni di lager aveva fondato l’associazione laicale dell’Istituto secolare Cristo Re, che aveva la sua sede nell’antica abbazia di San Salvatore sopra Erba, da lui fatta restaurare e dove riposano oggi le sue spoglie mortali. Spesso mi invitava lassù a tenere ritiri e a celebrare la messa per i membri dell’istituto e per i numerosi giovani che egli aiutava nel cammino di discernimento vocazionale. Aveva per i giovani, in università e fuori, il carisma del vero educatore. La diocesi di Milano ha introdotto il suo processo di beatificazione, che è a buon punto e gli vale fin d’ora il titolo di servo di Dio. Nel luglio 2013 Papa Francesco ha autorizzato il decreto dell’eroicità delle virtù, per cui ora manca solo il miracolo richiesto dalla prassi canonica per procedere alla sua beatificazione.

© Osservatore Romano - 6 luglio 2014