Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

DossologiaLe intercessioni della preghiera eucaristica si chiudono con una formula di lode, detta tecnicamente dossologia finale.

Questo è il momento più alto della S. Messa.

La Parola proclamata, pregata con il salmo responsoriale (prima scuola di preghiera) e protesa con la seconda lettura alla proclamazione del Santo Vangelo viene “spezzata” poi con una breve omelia.
La brevità e la circostanza omiletica è data dal suo legame intimo con la Parola ascoltata e pregata che richiede, per propria natura, lo “scomparire” del celebrante che presiede.

Un campanello d’allarme di eventuali distonie in corso nella vocazione di un sacerdote sono proprio i protagonismi d’altare. Protagonismi che sono tutto il contrario della Sacra Liturgia come risposta adeguata ai misteri celebrati, all’Ergon tou Theou.

Quando un sacerdote approfitta dell’omelia per fare sfoggio con infinite digressioni “dotte” o ricercate, o per parlare d’altro e peggio ancora di sé, quello è il segno inequivocabile che c’è un narcisismo strutturato in atto. Ed è grave. Recenti persone incorse nella scomunica in questi anni ne avevano manifestato le avvisaglie proprio per come svolgevano in maniera distorta il servizio omiletico. A mo’ di influencer.

Ma tornando a noi… la Parola si concretizza poi in un Amen solenne e preciso che è la proclamazione concorde e corale, e si spera esistenzialmente consapevole, della Professione di Fede. La Parola dunque diventa vita, offerta e prepara ad un incontro di offerta somma, la nostra povertà umana e l’immensità divina. I frutti della terra incontrano i frutti dello Spirito.

Il Prefazio, il culminare nel Sanctus, il post-Sanctus come preparazione epicletica, l’Epiclesi sui doni, il Racconto dell’Istituzione con le ipsissima verba di Cristo come Anamnesi, l’Epiclesi su noi, le intercessioni, tutto culmina nella dossologia finale.

San Girolamo affermava:
«Dov’è mai che con
tanto desiderio e tanta
assiduità si corre alle
chiese e ai sepolcri dei
martiri così come a
Roma? Dov’è mai che
l’Amen rimbomba simile a un tuono dal cielo
e si scuotono i vani templi degli idoli così come a
Roma? Non che i Romani abbiano un’altra fede,
se non questa, quella cioè che hanno tutte le
Chiese di Cristo; ma ciò si deve al fatto che in essi
la devozione è maggiore, e maggiore è la semplicità per credere»
(S. Girolamo, in Gal 2, r; PL 26, 355c)

Con questo Amen, solennemente introdotto dal canto e proclamato sempre nel canto potente di tutta l’assemblea diciamo sì al Padre, per il Figlio e nello Spirito Santo.
Diciamo sì all’Incarnazione e alla Redenzione, alla Signoria di Dio su noi tutti e su ciascuno, diciamo sì a qualcosa che è già avvenuto pienamente e che attende il dispiegarsi nella nostra carne.

Personale e come Chiesa.

È l’Amen dei consanguinei dove non vi sono nemici,
è l’Amen della Sposa.

Ed è per questo che tale Amen risuona poi nella recezione intima e coniugale del ricevere l’Eucarestia.
Ed è per questo che tale Amen, di tutta l’assemblea, celebrante compreso, è più importante della preghiera di intercessione svolta da colui che presiede per il semplice fatto che tale Amen si incastona perfettamente nell’Amen di Cristo al Padre nello Spirito Santo. Vuole essere il sì radicale della Sposa.

È dunque un amen nell’Amen.

Ed è questo Amen che fa la storia;
anzi, l’ha già fatta, nonostante noi.

PiEffe