Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
Passione del SignorePRIMOGENITO TRA MOLTI FRATELLI

(Romani 8, 29)

Il 3 ottobre scorso, sulla tomba di san Francesco in Assisi, il Santo Padre firmava la sua enciclica sulla fraternità “Fratres omnes”. In poco tempo, essa ha ridestato in tanti cuori l’aspirazione verso questo valore universale, ha messo in luce le tante ferite contro di essa nel mondo d’oggi, ha indicato alcune vie per giungere a una vera e giusta fraternità umana e ha esortato tutti –persone e istituzioni – a lavorare per essa.

L’enciclica è diretta idealmente a un pubblico vastissimo, dentro e fuori la Chiesa: in pratica all’umanità intera. Spazia su molti ambiti della vita: dal privato al pubblico, dal religioso al sociale e al politico. Dato questo suo orizzonte universale, essa evita – giustamente - di restringere il discorso a ciò che è proprio ed esclusivo dei cristiani. C’è però, verso la fine dell’enciclica, un paragrafo dove il fondamento evangelico della fraternità è riassunto in poche ma vibranti parole. Dice:

Altri bevono ad altre fonti. Per noi, questa sorgente di dignità umana e di fraternità sta nel Vangelo di Gesù Cristo. Da esso scaturisce per il pensiero cristiano e per l’azione della Chiesa il primato dato alla relazione, all’incontro con il mistero sacro dell’altro, alla comunione universale con l’umanità intera come vocazione di tutti (FO, 277).

Il mistero che stiamo celebrando ci spinge a concentrarci proprio su questo fondamento cristologico della fraternità, perché è sulla croce che essa fu inaugurata.

Nel Nuovo Testamento, “fratello” significa, in senso primordiale, la persona nata dallo stesso padre e dalla stessa madre. “Fratelli” sono detti, in secondo luogo, gli appartenenti allo stesso popolo e nazione. Così Paolo dice di essere disposto a diventare anatema, separato da Cristo, a vantaggio dei suoi fratelli secondo la carne, che sono gli Israeliti (cf. Rom 9, 3). È chiaro che in questi contesti, come in altri casi, “fratelli” comprende uomini e donne, fratelli e sorelle.


In questo allargamento dell’orizzonte si arriva a chiamare fratello ogni persona umana, per il fatto di essere tale. Fratello è quello che la Bibbia chiama il “prossimo”. “Chi non ama il proprio fratello…” (1 Gv 2,9) vuol dire: chi non ama il suo prossimo. Quando Gesú dice: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me” (Mt 25,40), intende ogni persona umana bisognosa di aiuto.

Ma accanto a tutti questi significati antichi e conosciuti, nel Nuovo Testamento la parola “fratello” va sempre più chiaramente indicando una categoria particolare di persone. Fratelli tra di loro sono i discepoli di Gesú, quelli che accolgono i suoi insegnamenti. “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? […] Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12, 48-50).

In questa linea, la Pasqua segna una tappa nuova e decisiva. Grazie ad essa, Cristo diventa “il primogenito tra molti fratelli” (Rom 8,29). I discepoli diventano fratelli in senso nuovo e profondissimo: condividono non solo l’insegnamento di Gesú, ma anche il suo Spirito, la sua vita nuova di risorto. È significativo che solo dopo la sua risurrezione, per la prima volta, Gesú chiama i suoi discepoli “fratelli”: “Va' dai miei fratelli - dice a Maria di Magdala - e di' loro: ‘Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro’” (Gv 20,17). “Colui che santifica e coloro che sono santificati –si legge nella Lettera agli Ebrei - provengono tutti da una stessa origine; per questo [Cristo] non si vergogna di chiamarli fratelli” (Ebr 2, 11).

Dopo la Pasqua, questo è l’uso più comune del termine fratello; esso indica il fratello di fede, membro della comunità cristiana. Fratelli “di sangue” anche in questo caso, ma del sangue di Cristo! Questo fa della fraternità in Cristo qualcosa di unico e di trascendente, rispetto a ogni altro genere di fraternità ed è dovuto al fatto che Cristo è anche Dio. Essa non si sostituisce agli altri tipi di fraternità basati su famiglia, nazione o razza, ma li corona. Tutti gli esseri umani sono fratelli in quanto creature dello stesso Dio e Padre. A ciò la fede cristiana aggiunge una seconda decisiva ragione. Siamo fratelli non solo a titolo di creazione, ma anche di redenzione; non solo perché abbiamo tutti lo stesso Padre, ma perché abbiamo tutti lo stesso fratello, Cristo, “primogenito tra molti fratelli”.

*    *    *

Alla luce di tutto questo, dobbiamo ora fare alcune riflessioni attuali. La fraternità si costruisce cominciando da vicino, da noi, non con grandi schemi, con traguardi ambiziosi e astratti. Questo significa che la fraternità universale comincia, per noi, con la fraternità nella Chiesa Cattolica. Lascio da parte, per una volta, anche il secondo cerchio che è la fraternità tra tutti i credenti in Cristo, cioè l’ecumenismo.

La fraternità cattolica è ferita! La tunica di Cristo è stata fatta a pezzi dalle divisioni tra le Chiese; ma - quel che non è meno grave - ogni pezzo della tunica è spesso diviso, a sua volta, in altri pezzi. Parlo naturalmente dell’elemento umano di essa, perché la vera tunica di Cristo, il suo corpo mistico animato dallo Spirito Santo, nessuno la potrà mai lacerare. Agli occhi di Dio, la Chiesa è “una, santa cattolica e apostolica”, e tale rimarrà fino alla fine del mondo. Questo, tuttavia, non scusa le nostre divisioni, ma le rende più colpevoli e deve spingerci con più forza a risanarle.

Qual è la causa più comune delle divisioni tra i cattolici? Non è il dogma, non sono i sacramenti e i ministeri: tutte cose che per singolare grazia di Dio custodiamo integri e unanimi. È l’opzione politica, quando essa prende il sopravvento su quella religiosa ed ecclesiale e sposa una ideologia, dimenticando completamente il valore e il dovere dell’obbedienza nella Chiesa.

È questo, in certe parti del mondo, il vero fattore di divisione, anche se taciuto o sdegnosamente negato. Questo è un peccato, nel senso più stretto del termine. Vuole dire che “il regno di questo mondo” è diventato più importante, nel proprio cuore, che non il Regno di Dio.

Credo che siamo chiamati tutti a fare su ciò un serio esame di coscienza e a convertirci. Questa è per eccellenza l’opera di colui il cui nome è “diabolos”, cioè il divisore, il nemico che semina zizzania, come lo definisce Gesú nella sua parabola (cf. Mt 13, 25).

*    *     *


Dobbiamo imparare dal Vangelo e dall’esempio di Gesú. Intorno a lui esisteva una forte polarizzazione politica. Esistevano quattro partiti: i Farisei, i Sadducei, gli Erodiani e gli Zeloti. Gesú non si schierò con nessuno di essi e resistette energicamente al tentativo di trascinarlo da una parte o dall’altra. La primitiva comunità cristiana lo seguì fedelmente in questa scelta. Questo è un esempio soprattutto per i pastori che devono essere pastori di tutto il gregge, non di una sola parte di esso. Sono essi perciò i primi a dover fare un serio esame di coscienza e chiedersi dove stanno portando il proprio gregge: se dalla propria parte o dalla parte di Gesù. Il Concilio Vaticano II affida soprattutto ai laici il compito di tradurre le indicazioni sociali, economiche e politiche del Vangelo in scelte anche diverse, purché sempre rispettose degli altri e pacifiche.

*   *   *

Se c’è un dono o un carisma proprio che la Chiesa Cattolica deve coltivare a beneficio di tutte le Chiese, esso è quello dell’unità. Il recente viaggio del Santo Padre in Iraq ci ha fatto toccare con mano cosa significa, per chi è oppresso o reduce da guerre e persecuzione, sentirsi parte di un corpo universale, con qualcuno che può far udire il tuo grido al resto del mondo e fare rinascere la speranza. Ancora una volta si è realizzato il mandato di Cristo a Pietro: “Conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,32).

A Colui che è morto sulla croce “per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11, 52) eleviamo, in questo giorno, “con cuore contrito e spirito umiliato”, la preghiera che la Chiesa gli rivolge a ogni Messa prima della Comunione:

Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace», non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

 

 
 

Traduzione in lingua francese

 

PREMIER-NÉ D’UNE MULTITUDE DE FRÈRES (Rm 8, 29)

Le 3 octobre dernier, sur la tombe de saint François à Assise, le Saint-Père signait son Encyclique sur la fraternité, « Fratres omnes ». En peu de temps, ce texte réveillait dans de nombreux cœurs l'aspiration à cette valeur universelle, il mettait en lumière les nombreuses blessures qui s’y opposent dans le monde d'aujourd'hui, il indiquait les moyens de parvenir à une véritable et juste fraternité humaine et nous exhortait tous - personnes et institutions - à œuvrer pour elle.

L'Encyclique s'adresse idéalement à un très large public, à l'intérieur et à l'extérieur de l'Église : en pratique, à l'humanité tout entière. Elle recouvre de nombreuses sphères de la vie, du privé au public, du religieux au social et au politique. Compte tenu de l’horizon universel qui est le sien, elle évite - à juste titre - de limiter le discours à ce qui est propre aux chrétiens et qui s’adresserait à eux de manière exclusive. On trouve cependant, vers la fin de l'Encyclique, un paragraphe où le fondement évangélique de la fraternité se résume en peu de mots, mais de manière ardente. Voici ce qu’il dit :

D’autres s’abreuvent à d’autres sources. Pour nous, cette source de dignité humaine et de fraternité se trouve dans l’Évangile de Jésus-Christ. C’est de là que surgit « pour la pensée chrétienne et pour l’action de l’Église le primat donné à la relation, à la rencontre avec le  mystère sacré de l’autre, à la communion universelle avec l’humanité tout entière comme vocation de tous (FO, 277).


Le mystère de la croix que nous célébrons nous contraint à nous concentrer précisément sur ce fondement christologique de la fraternité qui fut inauguré sur le Calvaire.

Dans le Nouveau Testament, « frère » signifie - au sens premier du terme - la personne née du même père et de la même mère. Deuxièmement, on dit que les « frères » sont ceux qui appartiennent au même peuple et à la même nation. Ainsi Paul se dit-il prêt à devenir anathème, séparé du Christ, pour ses frères selon la chair, qui sont les Israélites (cf. Rm 9, 3). Il est clair que dans ces contextes comme dans d'autres, le terme « frères » désigne des hommes et des femmes, des frères et des sœurs.

En élargissant l’horizon, on en vient à appeler frère chaque personne humaine, par le fait d'en être un. Le frère est ce que la Bible appelle le « prochain ». « Celui qui a de la haine contre son frère … » (1 Jn 2, 9) signifie : celui qui a de la haine contre son prochain. Quand Jésus dit : « Chaque fois que vous l'avez fait à l'un de ces plus petits de mes frères, c'est à moi que vous l'avez fait » (Mt 25, 40), il désigne toute personne humaine ayant besoin d'aide.

Mais à côté de toutes ces significations, dans le Nouveau Testament, le mot « frère » désigne de plus en plus clairement une catégorie particulière de personnes. Les disciples de Jésus sont entre eux des frères, ceux qui accueillent ses enseignements. « Qui est ma mère, et qui sont mes frères ? […] Celui qui fait la volonté de mon Père qui est aux cieux, celui-là est pour moi un frère, une sœur, une mère. » (Mt 12, 48-50)

Dans cette ligne, la Pâque marque une étape nouvelle et décisive. Grâce à elle, le Christ devient

« le premier-né d'une multitude de frères » (Rm 8, 29). Les disciples deviennent frères dans un sens nouveau et très profond ; non seulement ils partagent l'enseignement de Jésus, mais aussi son Esprit, sa vie nouvelle de ressuscité. Il est significatif que ce n'est qu'après sa résurrection, que pour la première fois, Jésus appelle ses disciples « frères » : « Va trouver mes frères – dit-il à Marie de Magdala - pour leur dire que je monte vers mon Père et votre Père, vers mon Dieu et votre Dieu ». (Jn 20, 17) Dans le même sens, l’auteur de la Lettre aux Hébreux écrit : « Celui qui sanctifie, et ceux qui sont sanctifiés, doivent  tous avoir même origine ; pour cette raison, Jésus n'a pas honte de les appeler ses frères » (He 2, 11).

Après Pâques, c'est là l'usage le plus courant du terme frère ; il désigne le frère dans la foi, membre de la communauté chrétienne. Des frères « de sang » également dans ce cas, mais du sang du Christ ! Cela fait de la fraternité du Christ quelque chose d'unique et de transcendant, par rapport à tout autre type de fraternité, et est dû au fait que le Christ est aussi Dieu. Elle ne remplace pas les autres types de fraternité basés sur la famille, la nation ou la race, mais les couronne. Tous les êtres humains sont frères dans la mesure où ils sont des créatures du même Dieu et Père. A cela, la foi chrétienne ajoute une deuxième raison décisive. Nous sommes frères non seulement à titre de création, mais aussi de rédemption ; non seulement parce que nous avons tous le même Père, mais parce que nous avons tous le même frère, le Christ, « le premier-né d'une multitude de frères ».

*   *   *

À la lumière de tout cela, il nous faut maintenant faire quelques réflexions actuelles. On construit la fraternité exactement de la même manière que l’on construit la paix, en partant de tout près, de nous, et non de grands projets, avec des objectifs ambitieux et abstraits. Cela signifie que la fraternité universelle commence pour nous par la fraternité au sein de l'Église catholique. Je laisse aussi de côté, pour une fois, le deuxième cercle qui est la fraternité entre tous les croyants en Christ, c'est-à-dire l'œcuménisme.

La fraternité catholique est déchirée ! La tunique du Christ a été déchirée en morceaux par les divisions entre les Églises ; mais - ce qui n'est pas moins grave - chaque morceau de la tunique est souvent divisé, à son tour, en plusieurs morceaux. Je parle, bien sûr, de l'élément humain de la tunique, car la véritable tunique du Christ - son corps mystique animé par l'Esprit Saint - personne ne pourra jamais la déchirer. Aux yeux de Dieu, l'Église est « une, sainte, catholique et apostolique », et le restera jusqu'à la fin du monde. Cela n'excuse cependant pas nos divisions, mais les rend plus coupables et devrait nous pousser encore davantage à les assainir.

Quelle est la cause la plus fréquente des divisions entre catholiques ? Ce n'est pas le dogme, ce ne sont pas les sacrements et les ministères, toutes choses que par la grâce singulière de Dieu nous conservons intactes et unanimes. C'est l'option politique, lorsqu'elle prend le relais de l'option religieuse et


ecclésiale et épouse une idéologie, laissant complètement de coté la valeur et le devoir de l’obéissance dans l’Eglise.

Voilà le véritable facteur de division dans certaines parties du monde, même s'il est passé sous silence ou nié avec mépris. C'est un péché, au sens le plus strict du terme. Cela signifie que « le royaume de ce monde » est devenu plus important, dans son cœur, que le Royaume de Dieu.

Je crois que nous sommes tous appelés à faire à ce sujet un sérieux examen de conscience et à nous convertir. C'est l'œuvre par excellence de celui dont le nom est « diabolos », c'est-à-dire le diviseur, l'ennemi qui sème l'ivraie, comme le définit Jésus dans sa parabole (cf. Mt 13, 25).

Nous devons apprendre de l'Évangile et de l'exemple de Jésus. Il y avait, autour de lui, une forte polarisation politique. Il y avait quatre partis, ceux des Pharisiens, des Sadducéens, des Hérodiens et des Zélotes. Jésus ne prit parti pour aucun d'entre eux et résista vigoureusement aux tentatives de l’entraîner d'un côté ou de l'autre. La communauté chrétienne primitive le suivit fidèlement dans ce choix. C'est un exemple surtout pour les pasteurs qui doivent être les bergers de tout le troupeau, et non d'une partie seulement. Ils sont donc les premiers à devoir faire un sérieux examen de conscience et se demander où ils mènent leur troupeau, de leur côté ou du côté de Jésus.

Le Concile Vatican II confie avant tout aux laïcs la tâche de traduire dans les diverses situations historiques les indications sociales, économiques et politiques de l’Evangile. Elles peuvent prendre la forme de choix différents, à condition qu'ils soient toujours respectueux des autres et pacifiques.

*   *   *

S'il est un don ou un charisme propre que l'Église catholique doit cultiver au profit de toutes les Églises, c'est bien celui de l'unité. Le récent voyage du Saint-Père en Irak nous a fait ressentir de première main ce que cela signifie pour ceux qui sont opprimés ou qui ont survécu aux guerres et aux persécutions de se sentir partie d'un corps universel, avec quelqu'un qui peut faire entendre votre cri par le reste du monde et raviver espérer. Une fois de plus, le mandat du Christ à Pierre : « Confirmez vos frères » (Lc 22,

32) a été accompli.

À Celui qui est mort sur la Croix « afin de rassembler dans l'unité les enfants de Dieu dispersés » (Jn 11, 52), nous adressons en ce jour, « d’un cœur contrit et l’esprit humble », la prière que l'Église lui adresse à chaque Messe avant la Communion :

Seigneur Jésus, tu as dit à tes apôtres : « Je vous laisse la Paix, je vous donne ma Paix. » Ne regarde pas nos péchés mais la foi de ton Eglise. Pour que ta volonté s'accomplisse, donne-lui toujours cette Paix. Toi qui vis et règne pour les siècles des siècles, Amen.

 


Traduzione in lingua inglese

 

“THE FIRSTBORN AMONG MANY BROTHERS”

(Romans 8:29)

On October 3, 2020, at the tomb of St. Francis in Assisi, the Holy Father Pope Francis signed his Encyclical Letter, “On Fraternity and Social Friendship”, Fratres omnes. Within a short period, it has reawakened in many hearts the aspiration towards that universal value; has shed light on many wounds that afflict the world today; has suggested some ways to reach real and just human fraternity; and has urged everyone – both people and institutions – to work for that goal.

The encyclical is addressed to a very wide audience, inside and outside the Church, indeed practically the whole of humankind. The letter spans numerous spheres of life, ranging from the private to the public sector, and from religious circles to social and political spheres. Given its universal scope, it correctly avoids limiting the discussion to aspects that characterize and belong exclusively to Christians.


Towards the end of the encyclical, there is however a paragraph in which the gospel foundations of fraternity are summed up. Sparse in words but vibrant in meaning it reads:

Others drink from other sources. For us, the wellspring of human dignity and fraternity is in the Gospel of Jesus Christ. From it, there arises, “for Christian thought and for the action of the Church, the primacy given to relationship, to the encounter with the sacred mystery of the other, to universal communion with the entire human family, as a vocation of all (FO, 277).

The mystery of the cross that we are celebrating obliges us to focus precisely on this Christological foundation of fraternity which was inaugurated on Calvary.

At times, the New Testament uses the term brother (adelfos) in its primitive, most common, meaning, that is, a sibling, someone who was born of the same father and the same mother. Secondly, people who belong to the same nation or people are referred to as brothers. Paul said that he would be willing to become anathema – separated from Christ – if it would benefit his brothers, his “kindred according to the flesh,” the Israelites (see Rm 9:3). In those contexts, as in other instances, brothers is a generic term that includes men and women, brothers and sisters.

The horizon of meaning widens to include every human person, just in virtue of being such. Brother, in this sense, is sometimes translated in the Bible as neighbor. “Whoever hates his brother …” (1 Jn 2:9) means “whoever hates his neighbor.” When Jesus says: “Whatever you did for one of these least brothers of mine, you did for me” (Mt 25:40), he intends to include every human person in need of help.

Besides all these nuances, the New Testament also uses the word brother to indicate a specific group of people. My brothers are Jesus’ disciples, those who welcome his teachings. “Who is my mother, and who are my brothers? [...] Whoever does the will of my Father in heaven is my brother and sister and mother” (Mt 12:48-50).

Easter marks a new and decisive development in this regard. In the Paschal Mystery, Christ becomes “the firstborn among many brothers” (Rm 8:29). The disciples become brothers and sisters in a new and very profound sense. They not only share a belief in Jesus’ teaching, but also his own Spirit, his new life as the Risen One.

Significantly, only after the resurrection for the first time Jesus calls his disciples brothers. He instructs Mary Magdalene, “Go to my brothers and say to them, ‘I am ascending to my Father and your Father, to my God and your God’” (Jn 20:17). The Letter to the Hebrews uses the term in the same sense, “The one who sanctifies and those who are sanctified all have one Father. For this reason Jesus is not ashamed to call them brothers” (Heb 2:11).

After the Easter event, this is the most common use of the term brother. It indicates a brother in the faith, a member of the Christian community. They are also blood brothers – but in the blood of Christ! Because Christ is also God, this fraternity is both unique and transcendent. Christ’s fraternity does not replace other types of fraternity, due to family, nation, or race, but rather it crowns them. As creatures of the same God and Father, all human beings are brothers. The Christian faith adds a second and decisive dimension. We are brothers not only because we all have the same Father in virtue of creation, but we also have the same brother, Christ, “the firstborn among many brothers” in virtue of redemption.

*   *   *

Some practical consequences flow from this truth. We build fraternity in precisely the same way that we build peace, that is starting close by, with ourselves, not with great strategies and ambitious, abstract objectives. For us, that means universal fraternity starts with the Catholic Church. For once, I want to put to the side even the second circle, namely the fraternity that exists between all believers in Christ, that is ecumenism.

Fraternity among Catholics is wounded! Divisions between Churches have torn Christ’s tunic to shreds, and worse still, each shredded strip has been cut up into even smaller snippets. I speak of course of the human element of it, because no one will ever be able to tear the true tunic of Christ, his mystical body animated by the Holy Spirit. In God's eyes, the Church is "one, holy, catholic and apostolic", and


will remain so until the end of the world. This, however, does not excuse our divisions, but makes them more guilty and must push us more forcefully to heal them.

What is the most common cause of he bitter divisions among Catholics? It is not dogma, nor is it the sacraments and ministries, none of the things that by God’s singular grace we fully and universally preserve. The divisions that polarize Catholics stem from political options that grow into ideologies taking priority over religious and ecclesial considerations and leading to complete abandon of the value and the duty of obedience in the Church.

In many parts of the world, these divisions are very real, even though they are not openly talked about or are disdainfully denied. This is sin in its primal meaning. The kingdom of this world becomes more important, in the person’s heart than the Kingdom of God.

I believe that we all need to make a serious examination of conscience in this regard and be converted. Fomenting division is the work par excellence of the one whose name is ‘diabolos’ that is, the divider, the enemy who sows weeds, as Jesus referred to him in the parable (see Mt 13:25).

We need to learn from Jesus’ example and the Gospel. He lived at a time of strong political polarization. Four parties existed: the Pharisees, the Sadducees, the Herodians, and the Zealots. Jesus did not side with any of them and energetically resisted attempts to be pulled towards one or the other. The earliest Christian community faithfully followed him in that choice, setting an example above all for pastors, who need to be shepherds of the entire flock, not only of part of it.

Pastors need to be the first to make a serious examination of conscience. They need to ask themselves where it is that they are leading their flocks – to their position or Jesus’. The Second Vatican Council entrusted especially to laypeople the task of translating the social, economic and political implications of the Gospel into practice in different historical situations, always in a respectful and peaceful way.

*   *   *

If there is a special charism or gift that the Catholic Church is called to cultivate for all the Christian Churches, it is precisely unity. The Holy Father’s recent trip to Iraq has made us see firsthand how much it means to oppressed peoples or survivors of persecution, atrocities, and wars to feel a sense of belonging to a universal body, with someone lending his voice to the voiceless, so that their cry might be heard by the rest of the world and hope revived. Once again Christ’s mandate to Peter, “Strengthen your brothers” (Lk 22:32) has been fulfilled.

To the One who died on the cross “to gather into one the dispersed children of God” (Jn 11:52), with a humble spirit and contrite heart we lift up the prayer addressed to him by the Church before Communion at every Mass:

Lord Jesus Christ, you said to your apostles: Peace I leave you, my peace I give you; look not on our sins, but on the faith of your Church, and graciously grant her peace and unity in accordance with your will. You live and reign forever and ever. Amen.

 


Traduzione in lingua spagnola

 

«PRIMER NACIDO ENTRE MUCHOS HERMANOS»

(Romanos 8, 29)

El 3 de octubre pasado, en la tumba de san Francisco en Asís, el Santo Padre firmó su encíclica sobre la fraternidad «Fratres omnes». En poco tiempo, su escrito ha despertado en muchos corazones la aspiración hacia este valor universal, ha puesto de relieve las muchas heridas contra ella en el mundo de


hoy, ha indicado caminos para llegar a una fraternidad humana verdadera y justa y ha exhortado a todos

—personas e instituciones— a trabajar por ella.

La encíclica está idealmente dirigida a un público amplísimo, dentro y fuera de la Iglesia: en la práctica, a toda la humanidad. Abarca muchas áreas de la vida: desde lo privado a lo público, desde lo religioso a lo social y a lo político. Dado su horizonte universal, con razón evita restringir el discurso a lo que es propio y exclusivo de los cristianos. Sin embargo, hacia el final de la encíclica, hay un párrafo donde el fundamento evangélico de la fraternidad se resume en pocas palabras pero vibrantes. Dice:

Otros beben de otras fuentes. Para nosotros, ese manantial de dignidad humana y de fraternidad está en el Evangelio de Jesucristo. De él surge «para el pensamiento cristiano y para la acción de la Iglesia el primado que se da a la relación, al encuentro con el misterio sagrado del otro, a la comunión universal con la humanidad entera como vocación de todos (FO 277).

El misterio de la cruz que estamos celebrando nos obliga a centrarnos precisamente en este fundamento cristológico de la fraternidad, que fue inaugurado precisamente en la muerte de Cristo.

En el Nuevo Testamento, «hermano» (adelphos) significa, en el sentido primordial, la persona nacida del mismo padre y de la madre. Se denomina «hermanos», en segundo lugar, a los miembros del mismo pueblo y nación. Así, Pablo dice que está dispuesto a convertirse en anatema, separado de Cristo, en beneficio de sus hermanos según la carne, que son los israelitas (cf. Rom 9,3). Está claro que en estos contextos, como en otros casos, «hermanos» indica a hombres y mujeres, hermanos y hermanas.

En esta ampliación del horizonte se llega a llamar hermano a toda persona humana, por el hecho de ser tal. Hermano es lo que la Biblia llama el «prójimo». «Quien no ama a su hermano...» (1 Jn 2,9) significa: quien no ama a su prójimo. Cuando Jesús dice, «Todo lo que habéis hecho a uno solo de estos hermanos menores míos, me lo habéis hecho a mí» (Mt 25,40), significa toda persona humana necesitada de ayuda.

Pero junto a todos estos significados, en el Nuevo Testamento la palabra «hermano» indica cada vez más claramente una categoría particular de personas. Hermanos entre sí son los discípulos de Jesús, aquellos que acogen sus enseñanzas. «¿Quién es mi madre y quiénes son mis hermanos? [...] Quien hace la voluntad de mi Padre que está en los cielos, es para mí hermano, hermana y madre» (Mt 12,48-50).

En esta línea, la Pascua marca una etapa nueva y decisiva. Gracias a ella, Cristo se convierte en

«el primogénito entre muchos hermanos» (Rom 8,29). Los discípulos se vuelven hermanos en un sentido nuevo y muy profundo: comparten no sólo la enseñanza de Jesús, sino también su Espíritu, su vida nueva como resucitado.

Es significativo que sólo después de su resurrección, por primera vez, Jesús llama a sus discípulos

«hermanos»: «Ve a mis hermanos —le dice a María Magdalena— y diles: "Subo a mi Padre y a tu Padre, a mi Dios y a vuestro Dios"» (Jn 20,17). En este mismo sentido, la Carta a los Hebreos escribe: «Quien santifica y los que son santificados todos provienen de un mismo origen; por esto [Cristo] no se avergüenza de llamarlos hermanos» (Heb 2,11).

Después de la Pascua, este es el uso más común del término hermano; indica al hermano de la fe, miembro de la comunidad cristiana. Hermanos «de sangre» también en este caso, ¡pero de la sangre de Cristo! Esto hace que la fraternidad de Cristo sea algo único y trascendente, en comparación con cualquier otro tipo de fraternidad, y se debe al hecho de que Cristo también es Dios.

Esta nueva fraternidad no reemplaza a otros tipos de fraternidad basados en la familia, la nación o la raza, sino que los corona. Todos los seres humanos son hermanos en cuanto criaturas del mismo Dios y Padre. A esto la fe cristiana añade una segunda razón decisiva. Somos hermanos no sólo a título de creación, sino también de redención; no sólo porque todos tenemos el mismo Padre, sino porque todos tenemos al mismo hermano, Cristo, «primogénito entre muchos hermanos».

*    *    *

A la luz de todo esto, ahora debemos hacer algunas reflexiones actuales. La fraternidad se construye exactamente como se construye la paz, es decir empezando de cerca, por nosotros, no con


grandes esquemas, con metas ambiciosas y abstractas. Esto significa que la fraternidad universal comienza para nosotros con la fraternidad en la Iglesia católica. Dejo de lado también, por una vez, el segundo círculo que es la fraternidad entre todos los creyentes en Cristo, es decir, el ecumenismo.

¡La fraternidad católica está herida! La túnica de Cristo ha sido desgarrada por las divisiones entre las Iglesias; pero —lo que es peor— cada trozo de la túnica está dividido a menudo, a su vez, en otros trozos. Hablo naturalmente del elemento humano de la misma, porque la verdadera túnica de Cristo, su cuerpo místico animado por el Espíritu Santo, nadie la podrá nunca herir. A los ojos de Dios, la Iglesia es

«una, santa, católica y apostólica», y permanecerá como tal hasta el fin del mundo. Esto, sin embargo, no excusa nuestras divisiones, sino que las hace más culpables y debe impulsarnos con más fuerza para que las sanemos.

¿Cuál es la causa más común de las divisiones entre los católicos? No es el dogma, no son los sacramentos y los ministerios: todas las cosas que por singular gracia de Dios guardamos íntegras y unánimes. Es la opción política, cuando toma ventaja sobre la religiosa y eclesial y defiende una ideología, olvidando del todo el sentido y el deber de la obediencia en la Iglesia.

Esto, en muchas partes del mundo, es el verdadero factor de división, incluso si es silenciosa o desdeñosamente negada. Esto es un pecado, en el sentido más estricto del término. Significa que «el reino de este mundo» se ha vuelto más importante, en el propio corazón, que el Reino de Dios.

Creo que todos estamos llamados a hacer un examen serio de nuestras conciencias sobre este asunto y a convertirnos. Esta es, por excelencia, la obra de aquel cuyo nombre es «diábolos», es decir, el divisor, el enemigo que siembra cizaña, como Jesús lo define en su parábola (Cf. Mt 13,25).

Debemos aprender del Evangelio y del ejemplo de Jesús. Había una fuerte polarización política a su alrededor. Había cuatro partidos: los fariseos, los saduceos, los herodianos y los zelotas. Jesús no se alineó con ninguno de ellos y se resistió enérgicamente al intento de arrastrarlo a un lado o al otro. La primitiva comunidad cristiana lo siguió fielmente en esta elección. Este es un ejemplo especialmente para los pastores que deben ser pastores de todo el rebaño, no de una sola parte de él. Por eso, son los primeros en tener que hacer un examen serio de conciencia y preguntarse a dónde están llevando a su rebaño: si a su lado, o al lado de Jesús.

El Concilio Vaticano II confía en particular a los laicos la tarea de poner en práctica, en las diversas situaciones históricas, las enseñanzas sociales, económicas y políticas del Evangelio. Estas pueden traducirse en opciones incluso diferentes, cuando sean respetuosas con los demás y pacíficas.

*   *   *

Si hay un carisma especial o un don que la Iglesia católica está llamada a cultivar para todas las Iglesias cristianas, es precisamente la unidad. El reciente viaje del Santo Padre a Irak nos ha hecho sentir de primera mano lo que significa para quienes están oprimidos o han sobrevivido a guerras y persecuciones sentirse parte de un cuerpo universal, con alguien que pueda hacer que el resto del mundo escuche su grito y reviva la esperanza. Una vez más se ha cumplido el mandato de Cristo a Pedro: "Confirma a tus hermanos" (Lc 22, 32).

A Aquel que murió en la cruz «para reunir a los hijos de Dios dispersos» (Jn 11,52) elevamos, en este día, «con corazón contrito y espíritu humillado», la oración que la Iglesia le dirige en cada misa antes de la Comunión:

Señor Jesucristo, que dijiste a tus apóstoles: «La paz os dejo, mi paz os doy». No mires nuestros pecados, sino la fe de tu Iglesia, y conforme a tu palabra concédele la paz y la unidad, tú que vives y reinas por los siglos de los siglos. Amén.

 



Traduzione in lingua portoghese

 

“PRIMOGÊNITO ENTRE MUITOS IRMÃOS”

(Romanos 8,29)

Em 3 de outubro passado, junto à tumba de São Francisco, em Assis, o Santo Padre assinava a sua encíclica sobre a fraternidade “Fratres omnes” (“Fratelli tutti”). Em pouco tempo, ela fez renascer em tantos corações a aspiração quanto a este valor universal, trouxe à luz tantas feridas contra ela no mundo de hoje, indicou algumas vias para se chegar a uma verdadeira e justa fraternidade humana e exortou todos – pessoas e instituições – a trabalhar por ela.

A encíclica é endereçada idealmente a um público vastíssimo, dentro e fora da Igreja: na prática, a toda a humanidade. Toca muitas esferas da vida: da privada à pública, da religiosa à social e política. Devido a este seu horizonte universal, ela evita – justamente – restringir o discurso ao que é próprio e exclusivo dos cristãos. Contudo, pelo final da encíclica, há um parágrafo em que o fundamento evangélico da fraternidade é resumido em poucas, mas vibrantes palavras. Afirma:

Outros bebem doutras fontes. Para nós, este manancial de dignidade humana e fraternidade está no Evangelho de Jesus Cristo. Dele brota, “para o pensamento cristão e para a ação da Igreja, o primado reservado à relação, ao encontro com o mistério sagrado do outro, à comunhão universal com a humanidade inteira, como vocação de todos (FT, 277).

O mistério da cruz que estamos celebrando nos obriga a nos concentrarmos justamente neste fundamento cristológico da fraternidade, que foi inaugurado na morte de Cristo.

No Novo Testamento, “irmão” significa, em sentido primordial, a pessoa nascida do mesmo pai e da mesma mãe. “Irmãos”, em segundo lugar, são chamados os membros do mesmo povo e nação. Assim Paulo afirma estar disposto a se tornar anátema, separado de Cristo, em vantagem de seus irmãos segundo a carne, os israelitas (cf. Rm 9,3). Claro que, nestes contextos, como em outros casos, “irmãos” abrange homens e mulheres, irmãos e irmãs.

Neste alargamento de horizonte, chega-se a chamar de irmão cada pessoa humana, pelo fato de ser tal. Irmão é aquele que a Bíblia chama de “próximo”. “Quem não ama o próprio irmão...” (1Jo 2,9) significa: quem não ama o seu próximo. Quando Jesus diz: “Todas as vezes que fizestes isso a um destes mínimos que são meus irmãos, foi a mim que o fizestes” (Mt 25,40), compreende toda pessoa humana necessitada de ajuda.

Mas, ao lado destes significados antigos e conhecidos, no Novo Testamento a palavra “irmão” tende sempre mais a indicar uma categoria particular de pessoas. Irmãos entre si são os discípulos de Jesus, aqueles que acolhem seus ensinamentos. “Quem é minha mãe, e quem são meus irmãos? (...) Todo aquele que faz a vontade do meu Pai, que está nos céus, esse é meu irmão, minha irmã e minha mãe” (Mt 12,48-50).

Nesta linha, a Páscoa marca uma etapa nova e decisiva. Graças a ela, Cristo se torna “o primogênito entre muitos irmãos” (Rm 8,29). Os discípulos se tornam irmãos em sentido novo e profundíssimo: compartilham não apenas o ensinamento de Jesus, mas também seu Espírito, sua nova vida de ressuscitado. É significativo que, somente após sua ressurreição, pela primeira vez, Jesus chama os seus discípulos de “irmãos”: “Vai dizer aos meus irmãos – diz a Maria Madalena – que eu subo para junto do meu Pai e vosso Pai, meu deus e vosso Deus” (Jo 20,17). “Pois tanto o Santificador, quanto os santificados – lê-se na Carta aos Hebreus – todos procedem de um só. Por esta razão, ele (Cristo) não se envergonha de chamá-los irmãos” (Hb 2,11).

Depois da Páscoa, este é o uso mais comum do termo irmão; indica o irmão de fé, membro da comunidade cristã. Irmãos “de sangue”, também neste caso, mas do sangue de Cristo! Isso faz da fraternidade de Cristo algo de único e transcendente, em relação a qualquer outro gênero de fraternidade, e deve-se ao fato de que Cristo é também Deus. Ela não se substitui aos demais tipos de fraternidade, baseados em família, nação ou raça, mas coroa-os. Todos os seres humanos são irmãos enquanto criaturas do mesmo Deus e Pai. A isso, a cristã acrescenta uma segunda e decisiva razão. Somos irmãos não


apenas a título de criação, mas também de redenção; não só porque todos temos o mesmo Pai, mas porque todos temos o mesmo irmão, Cristo, “primogênito entre muitos irmãos”.

*    *    *

À luz de tudo isso, devemos fazer agora algumas reflexões atuais. A fraternidade se constrói exatamente como se constrói a paz, isto é começando de perto, a partir de nós, não com grandes esquemas, com metas ambiciosas e abstratas. Isto significa que a fraternidade universal começa para nós com a fraternidade na Igreja Católica. Deixo de lado, por uma vez, também a segunda esfera, que é a fraternidade entre todos os fiéis em Cristo, ou seja, o ecumenismo.

A fraternidade católica está dilacerada! A túnica de Cristo foi cortada em pedaços pelas divisões entre as Igrejas; mas – o que não é menos grave – cada pedaço da túnica, por sua vez, é frequentemente dividido em outros pedaços. Naturalmente, falo do elemento humano dela, porque a verdadeira túnica de Cristo, seu corpo místico animado pelo Espírito Santo, ninguém jamais poderá dilacerar. Aos olhos de Deus, a Igreja é “una, santa, católica e apostólica”, e assim permanecerá até o fim do mundo. Isto, contudo, não desculpa as nossas divisões, mas as torna ainda mais culpáveis e deve nos impulsionar, com mais força, a restaurá-las.

Qual é a causa mais comum das divisões entre os católicos? Não é o dogma, não são os sacramentos e os ministérios: coisas estas que, por singular graça de Deus, mantemos íntegras e unânimes. É a opção política, quando ela se sobrepõe àquela religiosa e eclesial e desposa uma ideologia, esquecendo completamente o sentido e o dever da obediência na Igreja.

É isto, em certas partes do mundo, o verdadeiro fator de divisão, ainda que tácito ou indignadamente. Isto é um pecado, no sentido mais estrito do termo. Significa que o “o reino deste mundo” se tornou mais importante, no próprio coração, do que o Reino de Deus. Creio que sejamos todos chamados a fazer um sério exame de consciência sobre isso e a nos convertermos. Esta é, por excelência, a obra daquele cujo nome é “diábolos”, isto é, o divisor, o inimigo que semeia o joio, como o define Jesus em sua parábola (cf. Mt 13,25).

*    *     *

Devemos aprender do Evangelho e do exemplo de Jesus. Ao redor dele, havia uma forte polarização política. Existiam quatro partidos: Fariseus, Saduceus, Herodianos e Zelotes. Jesus não ficou do lado de nenhum deles e resistiu energicamente à tentativa de ser arrastado para uma parte ou outra. A comunidade cristã primitiva o seguiu fielmente nesta opção. Este é um exemplo sobretudo para os pastores que devem ser pastores de todo o rebanho, não apenas de uma parte dele. São eles, por isso, os primeiros a ter que fazer um sério exame de consciência e se perguntar aonde estão conduzindo o próprio rebanho: se à própria parte (ou ao próprio “partido”), ou à parte de Jesus. O Concílio Vaticano II confia aos leigos, antes de tudo, a tarefa de traduzir as indicações sociais, econômicas e políticas do Evangelho em diferentes opções, desde que sejam sempre respeitosas e pacíficas.

*   *   *

Se há um dom ou carisma próprio que a Igreja Católica deve cultivar em benefício de todas as Igrejas, este é a unidade. A recente viagem do Santo Padre ao Iraque nos fez ver concretamente o que significa, para quem está oprimido ou afligido por guerras e perseguição, sentir-se parte de um corpo universal, com alguém que pode fazer o resto do mundo escutar o próprio grito e fazer renascer a esperança. Ainda uma vez, cumpriu-se o mandato de Cristo a Pedro: “Confirma os teus irmãos” (Lc 22,32).

Àquele que morreu na cruz “para reconduzir à unidade os filhos de Deus dispersos” (Jo 11,52) elevemos, neste dia, “com coração contrito e espírito humilde”, a oração que a Igreja dirige em cada Missa antes da Comunhão:


Senhor Jesus Cristo, dissestes aos vossos Apóstolos: Eu vos deixo a paz, eu vos dou a minha paz. Não olheis os nossos pecados, mas a fé que anima vossa Igreja; dai-lhe, segundo o vosso desejo, a paz e a unidade. Vós, que sois Deus, com o Pai e o Espírito Santo. Amém.


© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 2 aprile 2021