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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
croce-armenadi SANDRO BARBAGALLO

Sta per chiudere (il 10 luglio) alla Fondazione Cardinale Giacomo Lercaro di Bologna la mostra "Alla Luce della Croce. Arte antica e contemporanea a confronto". È tempo di bilanci per un'esposizione che, fin dal titolo, ha denunciato l'amore per il rischio del suo curatore, Andrea Dall'Asta. Comunque si può serenamente dichiarare che la scommessa è stata vinta. Ci si chiederà in che senso. In quello che dimostra che "anche l'arte contemporanea, se intelligentemente provocata, può produrre opere ispirate e intellettuali". Tra i più antichi simboli della storia dell'uomo, la Croce ha molteplici significati che si sovrappongono senza soluzione di continuità. Da emblema cosmico legato ai punti cardinali e alle stagioni, diventa scandalo per gli ebrei e follia per i pagani. La Croce si pone, in seguito, alle radici della cultura europea ed occidentale quale segno dell'identità cristiana. Nel suo significato universale di salvezza e redenzione, la Croce rappresenta un Dio che ha donato se stesso per gli altri, mostrando così all'uomo la propria natura. Da simbolo di morte la Croce si trasforma in simbolo d'amore, di perdono senza condizioni, di salvezza. Con la Croce la vita trionfa sulla morte, per far risplendere la Gloria di Dio. Ed è proprio in riferimento a quest'ultimo significato che il cristiano si riconosce, con il segno della Croce, quale appartenente alla comunità. L'impeccabile catalogo che ha accompagnato la rassegna e che rimane come contributo alla riflessione, propone alcuni dotti saggi sull'evoluzione nel tempo del segno della Croce: dal suo significato primordiale a metafora della cristianità universale; da una riflessione sul tormentato rapporto col sacro, alla trascendenza sottesa a molta parte della produzione artistica del Novecento. Il secolo appena trascorso si è infatti distinto per uso e abuso del Crocifisso per rappresentare temi ambigui, spesso tendenti a volgari provocazioni, tese a negare o contestare la sacralità del simbolo della cristianità. Riguardo alle opere esposte, a nostro parere, nessun approfondimento filosofico-teologico potrà mai superare quanto le opere dicono da sole. Il catalogo si apre con l'artista giapponese Kengiro Azuma (1926), che dopo la guerra si trasferisce a Milano, dove ancora oggi vive e lavora. L'opera presentata si intitola Croce (1975) e ci appare come un assemblaggio schematico, ma fortemente evocativo, di fasce bronzee che permettono di intuire un corpo che, seppur assente, non è meno drammatico. L'opera di Lawrence Carroll (1954) è una grande tela di circa tre metri per due, tutta giocata sull'assenza. Questa però denuncia un "passaggio" e lo fa con un paio di scarpe ordinatamente sistemate sulla parte alta del quadro. Quasi che il possessore se le fosse sfilate prima. Prima di varcare la soglia? Prima di salire al supplizio? Quelle vecchie scarpe dicono molte cose che l'autore australiano ha voluto suggerire, ma non rivelare, lasciando persino il titolo in sospeso: Senza titolo (2010-2011). Ascetica si potrebbe definire poi l'opera intitolata Croce tremula (2010) del barese Pietro Coletta (1948). Si tratta di un filo di rame ferito dalla luce, con un nodo d'oro al centro a simboleggiare testa e cuore di un'immagine che, anche qui, se pur visivamente assente, è evocata e presente solo nel cuore di chi guarda. Con queste premesse si ha un sussulto di sorpresa quando si arriva all'opera festosa del beneventano Nicola De Maria (1954), non a caso intitolata Splendore della Croce (2011). Lo spazio della composizione è affidato ai colori primari, in cui però il rosso vermiglione si fronteggia in due campiture diagonali fra loro, mentre il senso della croce viene audacemente definito da quattro ruote a spicchi rossi e verdi a ricordare i medaglioni con i simboli degli evangelisti delle croci antiche.
Ancora più astratto, il piemontese Mario Fallini (1947) ci propone una Croce (2008) di legno chiaro usata come cornice-contenitore di sette sfere di vetro craquelé. Con queste forme geometriche, che si presterebbero a una lettura simbolica, l'artista invece suggerisce "altro" proprio attraverso i materiali usati. La luce che attraversa il vetro allude alla trasparenza della fede e al tempo stesso dovrebbe alleggerire la drammaticità opaca della croce. Infine ecco l'installazione dell'artista greco, ma italiano d'adozione, Jannis Kounellis (1936). Una sorta di croce di ferro bombardata, resta in bilico su una distesa di cappotti, scarpe, cappelli. Al primo impatto questi reperti suggeriscono i macabri accumuli fotografati nei campi di sterminio. L'installazione porta a riflessioni ambigue: la Croce, che dovrebbe essere un simbolo di salvezza, proprio perché caduta sembra vanificare il sacrificio del Redentore. Più che la "Luce della Croce", suggerita dal titolo della rassegna, Kounellis con quest'opera, Senza titolo, crea solo un'atmosfera di soffocante senso di disperazione. Il piemontese Mirco Marchelli (1963) presenta un'opera astratta intitolata Un abbraccio (2005). Si tratta di una composizione di media misura a tecnica mista in cui la Croce risulta asimmetrica e le campiture di carta, tempera e cera, un ottimo innesto con l'informale di Burri. Comunque l'opera ci appare come un "ciò che resta" dell'immaginario comune di "taluni", più che della grande storia di Cristo. A questo punto ci si chiederà come mai ci siamo soffermati su gran parte degli artisti che affollano questa rassegna, con i loro nomi altisonanti da catalogo internazionale. Forse perché abbiamo voluto riflettere sulle ragioni che hanno spinto questi pittori a dichiarare la propria urgenza creativa più che a rispondere a un invito sulla luminosità simbolica della croce. Senza voler sorvolare su nomi illustri come quello di Hidetoshi Nagasawa (1940), Arnulf Rainer (1929), Ettore Spalletti (1940), ci sembra giusto soffermarci invece su Mimmo Paladino (1948), unico dei sedici artisti proposti, a parte il giovane citazionista Nicola Samorì, ad affrontare l'immagine di Cristo attualizzandola. In un trittico a sportelli di grandi dimensioni (280 x 362 cm) Paladino elabora una sorta di sindone, lasciando affiorare impronte di arti e di volti che alludono, ma non descrivono, creando un grande impatto emotivo, causato anche dalla sintesi simbolico geometrica delle lunghe braccia che si fanno croce, delle velature che diventano sudario.
Come in certe croci processionali delle confraternite, quest'opera diventa una sorta di inventario della passione. Una mostra interessante dunque, per la qualità dei partecipanti e per quella delle opere. In hoc signo vinces, compare dal fondo della storia in un sogno che, però, non tutti gli artisti presenti alla rassegna bolognese hanno la fortuna di poter fare.

(©L'Osservatore Romano 3 luglio 2011)