di INOS BIFFI È recentemente apparsa in splendida edizione bilingue la Metafisica di Aristotele (Bari-Roma, Laterza, 2017, pagine XXXIII + 670, euro 38). Essa è dovuta a Enrico Berti, che vi ha dedicato oltre cinquant’anni di studi e di ricerche, maturando in materia una competenza unica, che è facile avvertire leggendo l’accuratissima versione, la limpida introduzione e le dotte e le copiose annotazioni. Né va taciuto un altro encomiabile pregio, quello della chiarezza della scrittura di Berti, un pregio che non si loderà mai abbastanza, in un tempo in cui filosofi e teologi si distinguono, quasi facendosene un punto d’onore, per il dettato contorto e persino astruso. Berti ci presenta una nuova o rinnovata lettura della Metafisica.
Questa — egli osserva — «non è una teologia, né un’ontologia, bensì una scienza delle cause prime». L’affermazione è fondamentale, e dal «punto di vista della storia della filosofia» va attentamente rilevata, perché in tal modo appaiono fuori luogo le critiche di quanti trovano l’opera del Filosofo — come lo chiamavano i medievali — «non (...) abbastanza teologica o abbastanza ontologica». In realtà, Aristotele — per il quale «non esisteva la distinzione che facciamo noi oggi tra “scienza” e “filosofia”» (termini «pressoché sinonimi») — intendeva sottolineare «che la disciplina in questione è una vera e propria “scienza”». Riconosciuto questo alto valore all’opera di Berti, vorremmo cogliere l’occasione per una riflessione di carattere non più storico ma teoretico sulla metafisica, esattamente intesa come filosofia dell’essere: una prospettiva piuttosto rara e confusa nell’attuale cultura. La percezione dell’«essere» e quindi la sua opposizione al «nulla» è la prima delle percezioni dell’uomo quando sia giunto allo stadio della coscienza razionale e quindi alla possibilità di formulare dei giudizi. L’essere gli si impone dinanzi in tutta la sua invincibile e beatificante potenza e nella sua funzione di cardine su cui si regge la sua esistenza e tutto quanto attiene ad essa. Siamo, così, nel campo della metafisica come scienza dell’essere come tale, negando la quale si sottrarrebbe il fondamento all’esistenza, poiché tutto si troverebbe volto nel nulla. Senza dire che sarebbe contraddittoria la stessa affermazione del nulla, visto che per affermarlo inevitabilmente si deve fare ricorso all’essere: «c’è» il nulla. E questo dice lo stato di contraddittorietà di un’opposizione alla metafisica, che inevitabilmente produrrebbe una cultura vuota, priva di ogni riferimento. Ma, anzitutto, se non si riconosce la consistenza e il valore dell’essere, si troverebbe radicalmente bloccata la via per giungere all’affermazione dell’Essere primo, cioè di Dio. Ma, se non si afferma Dio come Pienezza di essere, come Colui dal quale originariamente ogni cosa riceve l’atto d’essere ed è quindi creata, allora non esiste nulla. O Dio creatore, o il nulla, secondo i passaggi: l’essere, la sua percezione, la sua pienezza, la sua gratuita elargizione e, come risultanza, il complesso degli enti esistenti, che coralmente predicano nel Creatore il loro Principio. Ecco, allora, il coro degli esseri inondato della gioia festosa di esistere per puro dono divino. Potremmo persino parlare, prima ancora della nostra gioia nell’essere creati, di compiacente gioia di Dio nel farci esistere, del suo rallegrarsi nel crearci. Come si vede, la riflessione sull’essere, e dunque la metafisica, è tutto l’opp osto di un arzigogolare astratto e vano. Il dedicarvisi ci fa partecipi della beatificante esuberanza di Dio.
© Osservatore Romano - 22 febbraio 2017