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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
Maria-pietà-Zeffirellidi SALVATORE M. PERRELLA

Il 15 settembre la Chiesa celebra la memoria liturgica della Mater dolorosa, cioè di quella madre che è rimasta sotto la croce posta sul Golgota ove fu assiso e ucciso l’Innocente, il Signore dopo dura e cruda passione. Questa memoria, sorta sin dal secolo XII, rappresenta un’occasione propizia per rivivere nella nostra esperienza di fede «un momento decisivo della storia della salvezza e per venerare la Madre associata alla passione del Figlio e vicina a lui innalzato sulla croce» (Paolo VI, Marialis cultus, 7).
Il Vangelo che la Chiesa offre e medita questo giorno ci pone dinanzi l’immagine ritta della Madre del Crocifisso; non riporta alcuna sua parola, alcun suo gesto, se non le parole e i gesti di Colui che la dona a noi come madre. Sul Golgota le parole del Signore sono di dolore, di perdono e di affidamento; sull’alto monte la Vergine è chiamata a fare un’esperienza di “alti silenzi” pregni di memoria che completano e sigillano il singolare pellegrinaggio della sua fede (cfr. concilio Vaticano II, Lumen gentium, 58). Sotto la croce risente le parole dell’angelo nell’annunciazione ove si sentì dire: «Sarà grande (...) Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre (...) regnerà per sempre (...) e il suo regno non avrà fine» (Luca, 1, 32-33). Le confronta con la situazione totalmente diversa di quel tragico venerdì (cfr. Luca, 2, 19. 51): «Stando ai piedi della croce, Maria è testimone, umanamente parlando, della completa smentita di queste parole. “Sarà grande” Il suo Figlio agonizza su quel legno come un condannato (...) Quanto grande, quanto eroica è allora l’obbedienza della fede dimostrata da Maria di fronte agli “imp erscrutabili giudizi di Dio” (cfr. Romani, 11, 33)!» (Giovanni Paolo II, Redemptoris mater, 18). Il Figlio di Maria è chiamato per primo a sperimentare sul Golgota l’imp erscrutabilità dei giudizi di Dio, suo Padre. E associa a sé sua madre in questo evento di salvezza. Sul Calvario, Colui che pende dal legno come un maledetto, è infatti il vero e autentico re messianico, che agisce e opera per radunare i dispersi figli di Dio: «Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei”. Era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: “Non scrivere: ‘Il re dei Giudei’, ma: ‘Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei’. Rispose Pilato: “Quel che ho scritto, ho scritto”» (Giovanni, 19, 19. 20b-22). Maria, soffrendo «profondamente col suo Figlio unigenito — e associandosi — «con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata» (concilio Vaticano II, Lumen gentium, 58), viene resa capace di sperimentare gli «imperscrutabili giudizi di Dio» che aveva cantato nel suo Magnificat: attraverso il Re messianico crocifisso, Dio «ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Luca, 1, 51-52). Nel racconto giovanneo, il Calvario non è il luogo della solitudine, immaginato dagli avversari di Gesù quando per bocca di Caifa avevano detto: «È conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!» (Giovanni, 11, 50; cfr. 18,14). Il Golgota, che gli uomini vedono solo come il luogo del cranio, il luogo cioè della morte e dell’annientamento, è invece l’epifania di profonde, vive e vitali comunioni, rese possibili dalla silenziosa azione divina. C’è prima di tutto il re messianico in comunione con coloro che credono rendendo a Dio il culto nuovo: donne e uomini, raffigurati da Maria e dal discepolo che Gesù amava. Questa comunione nasce dal fatto che “il re dei Giudei” ha reso testimonianza alla verità e, vincendo ogni tentazione, ha fatto della sua ora l’atto definitivo con cui egli accoglie nell’amore gli imperscrutabili disegni del Padre, offrendosi in sacrificio per l’umanità. Poi c’è Maria insieme al discepolo amato e il discepolo amato insieme a Maria, perché entrambi scelgono di vivere la sequela Christifino alla sue ultime conseguenze; essi si scoprono in comunione l’uno con l’altra a causa di Colui che fa la volontà del Padre; e in lui apprendono a loro volta come si accoglie tale volontà. A differenza di coloro che sono fuggiti, essi non mettono in discussione il “luogo” dove si manifesta la regalità del messia (cfr. Ma rc o , 8, 34-38; Giovanni, 14, 1-31; 16, 16-33) e possono così partecipare alla sua opera, realizzando quel che dice l’apostolo Paolo: «Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio» (Romani, 15, 7; cfr. 15, 1-6). Sul Calvario, il silenzio si fa sguardo e parola; si fa sgurado: "Gesù devendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava» (Giovanni, 19, 26a); si fa parola: «Disse» (Giovanni, 19, 26b. 27). In questo silenzio che si fa sguardo e parola, la donna di Cana di Galilea, la madre di Gesù, riceve il dono di una discendenza che avrebbe continuato la sua stessa missione profetica nei confronti del Figlio, condensata nelle parole: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Giovanni, 2, 3b). Si tratta di una maternità non secondo la carne e il sangue, ma secondo lo Spirito: «Donna, ecco tuo figlio (...). Ecco tua madre!» (Giovanni, 19, 26b-27a). È lo Spirito (cfr. Giovanni, 19, 30b) a trasformare quel che mondanamente non può che essere la giustificazione ultima dell’odio, della vendetta e della morte — l’essere accusati, condannati, torturati, uccisi ingiustamente; una madre costretta a vedere il proprio figlio mentre viene ucciso — in esperienza di perdono e di vita: «Gesù diceva: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”» (Luca, 23, 34; cfr. 1 Giovanni, 2, 1-11; 3, 11-24; 4, 7-16). Quale sia questa opera dello Spirito in Cristo e in coloro che sono disposti a credere lo attesta ancora l’apostolo Paolo: «Sono stato crocifisso con Cristo e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me. Dunque non rendo vana la grazia di Dio» (Galati, 2, 19b-21a). Nella Chiesa, la maternità di Maria — generata dal silenzio di Dio fatto carne nel Crocifisso — è dunque segno escatologico dell’economia della Grazia, ossia della perenne effusione dello Spirito e della sua potenza; essa «perdura senza soste dal momento del consenso prestato nella fede al tempo dell’annunciazione e mantenuto senza esitazioni sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti. Difatti, assunta al cielo ella non ha deposto questa missione di salvezza, ma con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci i doni della salvezza eterna. Nella sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora pellegrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata» (concilio Vaticano II, Lumen gentium, 62). D all’alto del Golgota la Mater dolorosa viene costituita Mater Ecclesiae, cioè dei pastori e dei fedeli: anziché essere irrigidito e inasprito dal dolore innocente, il suo cuore buono, sapiente e compassionevole è dilatato dall’amore sofferente a una sollecitudine senza confini nei riguardi dei redenti dal Figlio suo. Per cui le «parole che Gesù pronuncia dall’alto della croce significano che la maternità della sua Genitrice trova una “nuova” continuazione nella Chiesa e mediante la Chiesa» (Giovanni Paolo II, Redemptoris mater, 24).

© Osservatore Romano - 15 settembre 2013