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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
immacolata.jpegIl nostro mondo contemporaneo, almeno quello occidentale, viene connotato a più riprese dal sociologo Zygmunt Bauman come "società liquida"; una società umana sempre più globalizzata nell'economia e nella comunicazione, fortemente interconnessa a motivo di plurimi rapporti fra i popoli e le culture, eppure paradossalmente e contraddittoriamente sofferente per l'incapacità di costruire legami continuativi e solidali. In questa "società fluida", massmediale e sempre più "in rete", tutto si consuma con voracità e tutto subito dopo viene dismesso, sconnesso, smantellato (si parla di anoressia e di bulimia sociale e culturale):  l'homo oeconomicus, vero homo consumens, tutto centrato in se stesso e a ottenere per se stesso, ha disimparato ad amare, a donarsi, a prendersi cura dell'altro. La società e la vita "liquide", pertanto, mettono a nudo la dura e persistente crisi dell'umanità. Nella società attuale urge ripristinare l'alfabetizzazione dell'amore cristiano; esso non è parassitario, non illude, non sfrutta, non offende e deturpa il bisogno d'amare e di essere continuamente amati. Tutta la vicenda di Maria di Nazaret è testimonianza della potenza, dello splendore e della capacità trasfiguratrice dell'amore di Dio, che fa cose belle e buone. pioL'8 dicembre 1854 la Chiesa, con atto di magistero solenne espresso dal beato Pio ix (1846-1878), definì il dogma dell'Immacolata Concezione di Maria; esso è stato il risultato di una lunga evoluzione in Occidente, sia sul piano della pietà che su quello della teologia. A tale risultato hanno concorso tre fattori o forze trainanti:  il popolo cristiano con il suo genuino e determinato sensus fidelium; il contributo diverso ma convergente e utile dei teologi delle diverse scuole; il ruolo moderatore del magistero, che al momento opportuno ha definito la verità dogmatica. A oltre 150 anni dalla sua definizione cosa dice questa dottrina all'uomo e alla donna del nostro tempo? Nel secolo xx molte cose sono cambiate, altre hanno richiesto la necessaria conferma, altre si sono affacciate, sono cioè nate nell'oggi della Chiesa e del mondo, altre ancora vanno ricercate, non senza una particolare e redditizia crisi e cogitatio doloris, e faranno parte del nostro futuro. In tale contesto storico, culturale e religioso, il magistero e teologia hanno a che fare entrambe con la crisi della verità nel nostro tempo postmoderno. Nel 1995 Giovanni Paolo ii nella enciclica Veritatis splendor osservava con preoccupazione come "l'imprescindibile esigenza di verità è scomparsa, in favore di un criterio di sincerità, di autenticità, di accordo con se stessi".
Questa opposizione ha radici lontane, nel senso che il progressivo imporsi della coscienza storica ha progressivamente portato l'uomo contemporaneo a concepire la verità come qualcosa che la persona costruisce gradualmente; la verità va quindi conquistata e costruita a partire dalla persona. Questa esaltazione assolutistica dell'autocoscienza crea una situazione spirituale profondamente diversa dal passato:  non viene più in primo piano il primato del Creatore, e quindi la subordinazione della creatura che riconosce quello che Dio ha posto nella realtà ma, piuttosto, la volontà di dominare e di trasformare a proprio piacimento la realtà stessa.
In un contesto culturale e pratico dove la sorgente e l'orientamento di fondo del pensiero non solo non si aprono facilmente al Mistero ma, talora, addirittura lo escludono la fides quaerens intellectum risulta ostica anche a molti credenti. Dismettere di cercare la Verità è pratica perseguita da taluni o con raffinata ostinatezza o con gretta ostentazione; tale Verità, che per i credenti è il Dio rivelato in Cristo, Colui che dà senso alla vita e alla storia, suscita tanti cercatori, tanti viandanti, pronti a vivere e a donare la propria esistenza per l'incontro definitivo. Se per il credente permanere nella fede è martirio quotidiano rallegrato dalla gioia della compagnia del Dio-con-noi il "cosiddetto ateo, quando lo è non per semplice qualificazione esteriore, ma per le sofferenze di una vita che lotta con Dio senza riuscire a credere in Lui, vive in una medesima condizione di ricerca, di viva e spesso dolorosa attesa. La non credenza non è la facile avventura di un rifiuto, che ti lasci come ti ha trovato. La non credenza seria - non negligente e banale - è passione e sofferenza, militanza di una vita che paga di persona l' "amaro coraggio di non credere"" (Bruno Forte). In un tempo in cui la ricerca, l'accoglienza e il rapporto vitale con il Dio di Gesù, la sua verità e i suoi valori si fanno difficili, ma non per questo meno entusiasmanti, e che coinvolge come non mai la responsabilità del credente, il quesito "Il Figlio dell'uomo quando verrà, troverà la fede sulla terra"? (Luca, 18, 8) interpella tutti. Un dialogo vero è possibile fra il credente pensoso e responsabile e il non credente che, deposto l'etsi Deus non daretur ("come se Dio non ci fosse"), sia pronto a rischiare di vivere come se Dio ci fosse (veluti si Deus daretur). Non dimenticando che talvolta accade che il Dio unitrino, come ha insegnato e mostrato Cristo, preferisca manifestarsi sub contraria specie, là cioè dove non ce lo aspetteremmo e nel modo opposto di come ce lo immaginiamo. Della verità su Cristo, Maria, sua madre e discepola, è parte integrante, e la sua cordiale accoglienza entra perciò a far parte della oboedientia fidei. Tale atto teologale ed ecclesiale comporta anche l'adesione a quanto la Chiesa insegna su di lei.
Una delle dottrine mariane che la Chiesa nel corso del suo lungo itinerario di ricerca, di conoscenza e di insegnamento ha scoperto e non creato scrutando le Scritture, è quella della concezione immacolata di Maria. In essa la Chiesa vi ha scorto l'epifania della bellezza eterna di Dio riflessa nella sua persona e nella sua esistenza, fin dal principio; la sozzura e la bruttura del male e del peccato, per singolare dono divino, sono escluse nella sua esistenza irradiante la luce del Dio Trino, divenendo come un prisma che non trattiene nulla per sé di questa luce ma la riflette con splendida umiltà come signum magnum (cfr Apocalisse, 12, 1). Tale speciale dono di grazia mostra la gratuità d'amore con cui il Padre ha ideato il piano della salvezza "prima della fondazione del mondo" (Efesini, 1, 4), per cui con ragione san Massimiliano Maria Kolbe asserisce che "Immacolata Concezione è il suo nome". Non è soltanto il beato inizio nella purezza, né solo il casto splendore dell'origine di una creatura umana, ma è l'inizio di una storia di fedeltà salvifica da parte di Dio:  Colui che diede l'inizio è fedele e condurrà al termine e bene l'opera. Ecco ciò che dice questa verità di fede. Maria è il riflesso della bellezza e della gloria di Dio in Cristo, senza annullamento della sua consistenza personale e storica, e questo è il vertice e la bellezza della fede intesa come pellegrinaggio ed esperienza trasfigurante e performativa.
Siamo, per caso, costretti ad avere nei confronti della bellezza di Maria immacolata una passiva contemplazione? Certamente no. Siamo piuttosto invitati a imitarne, per quanto possiamo, la bellezza. Non sembri strano, ma anche la bellezza nel cristianesimo è imitabile:  in concreto lo è percorrendo con responsabilità la via pulchritudinis, che è via di severa ascesi, la quale porta a far splendere in se stessi la bontà e la verità (le due dimensioni ineliminabili della Bellezza), perseguendo la vittoria della verità sulla menzogna, dell'unità sulla divisione, della carità sul disamore egocentrico, della grazia sul peccato, dell'accoglienza e cordiale relazione con Dio sulla gretta indifferenza, della persona imago Dei sul "soggetto tecnocratico" postmoderno e postumano. Maria immacolata è la migliore testimonianza, dimostrazione e difesa della validità sempre attuale del disegno originario sull'uomo creato da Dio a sua immagine e somiglianza. Sulla base del suo servizio a Cristo e alla salvezza, in virtù del suo essere nel mistero della communio Sanctorum e nella Chiesa pellegrina presenza operante ed esemplare, provoca e richiama i credenti, dal fluttuante credo e dalla debole testimonianza, alla responsabilità verso il dono della grazia e della libertà, a difendere e a proporre con sapienza e attualità le ragioni della fede, della speranza e dell'amore, costruendo, in un tempo drammatico e magnifico qual è il nostro, la bella compagnia della fede, cioè l'apologetica dell'incontro dell'Altro e degli altri. È nella memoria di tutti la nota espressione di Fëdor Dostoevskij:  "La bellezza salverà il mondo". È un'affermazione che lo scrittore russo enuncia in un contesto problematico, nel quale ammette che "la bellezza è un enigma" e che perciò bisogna intendersi:  quale bellezza salverà il mondo? Salverà il mondo solo la bellezza redenta:  quella che sorge dal mistero-evento del Crocifisso-Risorto e che ci schiude finalmente trasfigurati, dopo il nostro itinerario teologale ed esistenziale vissuto con responsabilità e amore verso l'Altro e gli altri, nell'Escaton eterno.
Perciò la bellezza redenta opera una coincidenza tra l'esperienza estetica e quella propriamente religiosa. Così è la bellezza dell'Immacolata, madre e riverbero del Bell'Amore, Cristo nostro Dio! La salvezza come il vero amore, l'incorruttibile verità e bontà vengono da Dio e dal suo Cristo, intercedente la Madre che, come l'artista del mondo, facendo nostre le  parole  di Giovanni Paolo ii nella Lettera agli artisti del 1999, si industria a condurre tutti "a quell'Oceano infinito di bellezza dove lo stupore si fa ammirazione, ebbrezza, indicibile gioia". Con la proclamazione del dogma del 1854 la Chiesa esalta l'onnipotenza creativa dell'amore del Dio trinitario che in Maria Immacolata ha pienamente manifestato nel Tutto di Dio il tutto della creatura redenta e santificata:  Maria è microcosmo ed epifania della salvezza; vera sintesi della fede, della speranza e della carità cristiana.
Il dogma dell'Immacolata Concezione ci dice che nella Chiesa, col trascorrere dei secoli, gli approfondimenti, le puntualizzazioni e le definizioni si sono succedute e accresciute, dichiarando dogma divinamente rivelato ciò che prima era solo ammesso come dottrina probabile o era stato anche negato. Tale dinamismo, cioè tale sviluppo dogmatico, è determinato anche da ragioni estrinseche (eresie, esitazioni, richieste di spiegazioni o di definizioni) ed è reso possibile per la natura stessa del "deposito della fede", che è un tutto implicante verità ancora ignorate, inesplorate, bisognose di essere individuate ed esplicate per il bene comune. Perciò il dogma del 1854 non ha introdotto una nuova verità, ma ha solo autorevolmente dichiarato e proposto quanto la Chiesa (come è stato importante in questo caso il sensus fidelium!) ha sempre intuito e, nonostante e grazie ai laboriosi dibattiti teologici, creduto circa la Madre di Dio. Perciò ci appare calzante una riflessione offertaci da Karl Rahner, secondo cui la Chiesa proclamerà sempre, nonostante le temperie e le contingenze teologiche, Maria di Nazaret, la Tota Pulchra, come "colei la cui esistenza - nonostante il peccato del mondo, per cui ha dovuto pur essa con-soffrire - è stata circondata fin dall'inizio dalla grazia vittoriosa di Dio, che l'ha salvaguardata e ha salvaguardato con mite potenza la sua libertà come "immacolata" (...) né cederà a un'invidia pseudodemocratica, la quale non sopporta che nella storia non tutti abbiano lo stesso compito". Siamo dinanzi al trionfo dell'evento della grazia divina che suscita, dirige e porta a compimento la storia della salvezza, personale e comunitaria; mistero di elezione che illumina la verità dello stato originario dell'uomo e il suo bisogno di redenzione, esalta la potenza singolare della grazia di fronte alla potenza del male.
Nessuna creatura, neppure la Madre di Gesù, è bella in sé:  è Dio "l'autore della bellezza" (Sapienza, 13, 3) e le sue opere sono belle-buone:  fra queste spicca Maria di Nazaret. In questa luce si può ben arguire perché nei venti secoli di cristianesimo l'arte e, ultimamente, la stessa teologia, hanno perseguito e perseguono, non senza fatica, ma con successo la via pulchritudinis scelta da Dio per la redenzione-santificazione dell'uomo. La Vergine, creatura umana come noi, donna datasi totalmente al suo Signore, ha vissuto l'esperienza singolare dell'essere "spazio aperto" a Lui, per cui, insegna Giovanni Paolo ii nella catechesi del 20 agosto 1997, "Colei che è per eccellenza santuario dello Spirito Santo aiuta i credenti a riscoprire il proprio corpo come tempio di Dio ed a rispettarne la nobiltà e la santità", la bellezza originaria. Bellezza di grazia che ha ri-creato e plasmato tutta la persona e l'esistenza di Maria, con influssi tangibili anche per il suo corpo di donna e di madre del Verbo incarnato.
A lei dobbiamo affidarci perché sappiano divenire sempre più e meglio operai della grande e inesauribile carità di Cristo, modello perfetto dell'uomo, restauratore nel suo Spirito della bellezza primigenia di ogni persona, sovente sfigurata o abbrutita dall'incuria e dall'egoismo di questo "tempo liquido" in cui la protervia, il gusto per l'effimero e l'insana voracità dell'homo consumens, irretisce, affascina e tragicamente seduce ancora troppi uomini e donne.

di Salvatore M. Perrella

(©L'Osservatore Romano - 5 giugno 2008)