Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Catechesi Santo Padre

Papa e malati De La CroixPubblichiamo di seguito il Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato 2026 sul tema “La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro”:

Messaggio del Santo Padre

La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro

Cari fratelli e sorelle!

La XXXIV Giornata Mondiale del Malato sarà celebrata solennemente a Chiclayo, in Perù, l’11 febbraio 2026. Per questa circostanza ho voluto riproporre l’immagine del buon samaritano, sempre attuale e necessaria per riscoprire la bellezza della carità e la dimensione sociale della compassione, per porre l’attenzione sui bisognosi e sui sofferenti, come sono i malati.

Tutti abbiamo ascoltato e letto questo commovente testo di San Luca (cfr Lc 10,25-37). A un dottore della legge che gli chiede chi sia il prossimo da amare, Gesù risponde raccontando una storia: un uomo che viaggiava da Gerusalemme a Gerico fu aggredito dai ladri e lasciato mezzo morto; un sacerdote e un levita passarono oltre, ma un samaritano ebbe compassione di lui, gli fasciò le ferite, lo portò in una locanda e pagò perché fosse curato. Ho voluto proporre la riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dell’Enciclica Fratelli tutti, del mio amato predecessore Papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore.

1. Il dono dell’incontro: la gioia di dare vicinanza e presenza

Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano. La parabola racconta che il samaritano, vedendo il ferito, non è “passato oltre”, ma ha avuto per lui uno sguardo aperto e attento, lo sguardo di Gesù, che lo ha portato a una vicinanza umana e solidale. Il samaritano «si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato […] il proprio tempo».[1] Gesù non insegna chi è il prossimo, ma come diventare prossimo, cioè come diventare noi stessi vicini.[2] A questo proposito, possiamo affermare con Sant’Agostino che il Signore non ha voluto insegnare chi fosse il prossimo di quell’uomo, ma a chi lui doveva farsi prossimo. Infatti nessuno è prossimo di un altro finché non gli si avvicina volontariamente. Perciò si è fatto prossimo colui che ha avuto misericordia.[3]

L’amore non è passivo, va incontro all’altro; essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio di Cristo, il vero Samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita. Non si tratta di semplici gesti di filantropia, ma di segni nei quali si può percepire che la partecipazione personale alle sofferenze dell’altro implica il donare sé stessi, significa andare oltre il soddisfacimento dei bisogni, per arrivare a far sì che la nostra persona sia parte del dono.[4] Questa carità si nutre necessariamente dell’incontro con Cristo, che per amore si è donato per noi. San Francesco lo spiegava molto bene quando, parlando del suo incontro con i lebbrosi, diceva: «Il Signore stesso mi condusse tra loro»,[5] perché attraverso di loro aveva scoperto la dolce gioia di amare.

Il dono dell’incontro nasce dal legame con Gesù Cristo, che identifichiamo come il buon samaritano che ci ha portato la salute eterna e che rendiamo presente quando ci chiniamo davanti al fratello ferito. Sant’Ambrogio diceva: «Poiché dunque nessuno ci è più prossimo di colui che ha guarito le nostre ferite, amiamolo come Signore, e amiamolo anche come prossimo: niente infatti è così prossimo come il capo alle membra. Amiamo anche colui che è imitatore di Cristo: amiamo colui che soffre per la povertà altrui, a motivo dell’unità del corpo».[6] Essere uno nell’Uno, nella vicinanza, nella presenza, nell’amore ricevuto e condiviso, e godere, come San Francesco, della dolcezza di averlo incontrato.

2. La missione condivisa nella cura dei malati

San Luca prosegue dicendo che il samaritano “sentì compassione”. Avere compassione implica un’emozione profonda, che spinge all’azione. È un sentimento che sgorga da dentro e porta all’impegno verso la sofferenza altrui. In questa parabola, la compassione è il tratto distintivo dell’amore attivo. Non è teorica né sentimentale, si traduce in gesti concreti: il samaritano si avvicina, medica le ferite, si fa carico e si prende cura. Ma attenzione, non lo fa da solo, individualmente, «il samaritano cercò un affittacamere che potesse prendersi cura di quell’uomo, come noi siamo chiamati a invitare e incontrarci in un “noi” che sia più forte della somma di piccole individualità».[7] Io stesso ho constatato, nella mia esperienza di missionario e vescovo in Perù, come molte persone condividono la misericordia e la compassione alla maniera del samaritano e dell’albergatore. I familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri che si fermano, si avvicinano, curano, portano, accompagnano e offrono ciò che hanno, danno alla compassione una dimensione sociale. Questa esperienza, che si realizza in un intreccio di relazioni, supera il mero impegno individuale. In questo modo, nell’Esortazione apostolica Dilexi te non solo ho fatto riferimento alla cura dei malati come a una «parte importante» della missione della Chiesa, ma come a un’autentica «azione ecclesiale» (n. 49). In essa citavo San Cipriano per mostrare come in quella dimensione possiamo verificare la salute della nostra società: «Questa epidemia, questa peste, che sembra orribile e funesta, mette alla prova la giustizia di ognuno, ed esamina i sentimenti del genere umano: se i sani servano i malati, se i parenti amino con rispetto i loro congiunti, se i padroni abbiano compassione dei servi che stanno male, se i medici non abbandonino i malati che chiedono aiuto».[8]

Essere uno nell’Uno significa sentirci veramente membra di un corpo in cui portiamo, secondo la nostra vocazione, la compassione del Signore per la sofferenza di tutti gli uomini.[9] Inoltre, il dolore che ci commuove non è un dolore estraneo, è il dolore di un membro del nostro stesso corpo del quale il nostro Capo ci comanda di prenderci cura per il bene di tutti. In questo senso si identifica con il dolore di Cristo e, offerto cristianamente, affretta il compimento della preghiera del Salvatore stesso per l’unità di tutti.[10]

3. Spinti sempre dall’amore per Dio, per incontrarci con noi stessi e con il fratello

Nel duplice comandamento: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso» (Lc 10,27), possiamo riconoscere il primato dell’amore per Dio e la sua diretta conseguenza sul modo di amare e di relazionarsi dell’uomo in tutte le sue dimensioni. «L’amore per il prossimo rappresenta la prova tangibile dell’autenticità dell’amore per Dio, come attesta l’apostolo Giovanni: “Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. […] Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1Gv 4,12.16)».[11] Sebbene l’oggetto di tale amore sia diverso: Dio, il prossimo e sé stessi, e in tal senso possiamo intenderli come amori distinti, essi sono sempre inseparabili.[12] Il primato dell’amore divino implica che l’azione dell’uomo sia compiuta senza interesse personale né ricompensa, bensì come manifestazione di un amore che trascende le norme rituali e si traduce in un culto autentico: servire il prossimo è amare Dio nei fatti.[13]

Questa dimensione ci permette anche di rilevare ciò che significa amare sé stessi. Significa allontanare da noi l’interesse di fondare la nostra autostima o il senso della nostra dignità su stereotipi di successo, carriera, posizione o discendenza[14] e recuperare la nostra collocazione davanti a Dio e al fratello. Benedetto XVI diceva che «la creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l’uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio».[15]

Cari fratelli e sorelle, «il vero rimedio alle ferite dell’umanità è uno stile di vita basato sull’amore fraterno, che ha la sua radice nell’amore di Dio».[16] Desidero vivamente che nel nostro stile di vita cristiana non manchi mai questa dimensione fraterna, “samaritana”, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale, che ha la sua radice più intima nella nostra unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo. Infiammati da questo amore divino, potremo davvero donarci per il bene di tutti i sofferenti, specialmente dei nostri fratelli malati, anziani e afflitti.

Eleviamo la nostra preghiera alla Beata Vergine Maria, Salute dei malati; chiediamo il suo aiuto per tutti coloro che soffrono, che hanno bisogno di compassione, ascolto e conforto, e supplichiamo la sua intercessione con questa antica preghiera, che veniva recitata in famiglia per coloro che vivono nella malattia e nel dolore:

Dolce Madre, non allontanarti,

non distogliere da me il tuo sguardo.

Vieni con me ovunque

e non lasciarmi mai solo.

Tu che sempre mi proteggi

come mia vera Madre,

fa’ che mi benedica il Padre,

il Figlio e lo Spirito Santo.

Imparto di cuore la mia benedizione apostolica a tutti i malati, ai loro familiari e a quanti li assistono, agli operatori sanitari, alle persone impegnate nella pastorale della salute e in modo speciale a coloro che partecipano a questa Giornata Mondiale del Malato.

Dal Vaticano, 13 gennaio 2026

LEONE PP. XIV

[1] Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 63.

[2] Cfr ibid., 80-82.

[3] Cfr S. Agostino, Discorsi, 171, 2; 179 A, 7.

[4] Cfr Benedetto XVI, Lett. enc. Deus charitas est (25 dicembre 2005), 34; S. Giovanni Paolo II, Lett. ap. Salvifici doloris (11 febbraio 1984), 28

[5] S. Francesco d’Assisi, Testamento, 2: Fonti Francescane, 110.

[6] S. Ambrogio, Trattato sul Vangelo di San Luca, VII, 84.

[7] Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 78.

[8] S. Cipriano, De mortalitate, 16.

[9] Cfr S. Giovanni Paolo II, Lett. ap. Salvifici doloris (11 febbraio 1984), 24.

[10] Cfr ibid., 31.

[11] Esort. ap. Dilexi te (4 ottobre 2025), 26.

[12] Cfr ibid.

[13] Cfr Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 79.

[14] Cfr ibid., 101.

[15] Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 53.

[16] Francesco, Messaggio ai partecipanti al 33° Festival internazionale dei giovani (MLADIFEST), Medjugorje, 1-6 agosto 2022 (16 luglio 2022).

[00096-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

« La compassion du Samaritain : aimer en portant la douleur de l’autre »

Chers frères et sœurs,

la 34e Journée Mondiale du Malade sera célébrée solennellement à Chiclayo, au Pérou, le 11 février 2026. C’est pourquoi j’ai voulu reproposer l’image du bon Samaritain, toujours actuelle et nécessaire pour redécouvrir la beauté de la charité et la dimension sociale de la compassion, afin d’attirer l’attention sur les nécessiteux et les personnes qui souffrent, comme sont les malades.

Nous avons tous entendu et lu ce texte émouvant de saint Luc (cf. Lc 10, 25-37). Un docteur de la Loi demande à Jésus qui est le prochain à aimer. Celui-ci répond en racontant une histoire : un homme qui voyageait de Jérusalem à Jéricho fut attaqué par des voleurs et laissé pour mort. Un prêtre et un lévite passèrent leur chemin, mais un Samaritain eut pitié de lui, banda ses blessures, l’emmena dans une auberge et paya pour qu’on s’occupe de lui. J’ai souhaité proposer une réflexion sur ce passage biblique, avec la clé herméneutique de l’Encyclique Fratelli tutti de mon cher prédécesseur le Pape François, où la compassion et la miséricorde envers les nécessiteux ne se réduisent pas à un simple effort individuel mais se mettent en œuvre dans la relation avec le frère nécessiteux, avec ceux dont on ne s’occupe pas et, à la base, avec Dieu qui nous donne son amour.

1 - Le don de la rencontre : la joie d’offrir la proximité et la présence.

Nous vivons immergés dans une culture de l’instantanéité, de l’immédiateté, de la précipitation, mais aussi du rejet et de l’indifférence qui nous empêche de nous approcher et de nous arrêter en chemin pour regarder les besoins et les souffrances autour de nous. La parabole raconte que le Samaritain, en voyant le blessé, ne “passa pas outre”, mais porta sur lui un regard ouvert et attentif, le regard de Jésus qui le conduisit à une proximité humaine et solidaire. Le Samaritain « s’est arrêté, lui a fait le don de la proximité, a personnellement pris soin de lui, a également payé de sa poche et s’est occupé de lui. Surtout, […] il lui a donné son temps ».[1] Jésus n’enseigne pas qui est le prochain, mais comment devenir le prochain, c’est-à-dire comment nous rendre proches.[2] À cet égard, nous pouvons affirmer avec saint Augustin que le Seigneur n'a pas voulu enseigner qui était le prochain de cet homme, mais de qui il devait se faire le prochain. En effet, personne n'est le prochain d'un autre tant qu'il ne s'en approche pas volontairement. C'est pourquoi celui qui a fait preuve de miséricorde est devenu son prochain.[3]

L’amour n’est pas passif, il va à la rencontre de l’autre ; être prochain ne dépend pas de la proximité physique ou sociale, mais de la décision d’aimer. C’est pourquoi le chrétien devient le prochain de celui qui souffre, suivant l’exemple du Christ, le véritable Samaritain divin qui s’est approché de l’humanité blessée. Il ne s’agit pas de simples gestes de philanthropie, mais de signes qui permettent de percevoir que la participation personnelle aux souffrances de l’autre implique de se donner soi-même. Cela suppose d’aller au-delà de la satisfaction des besoins pour que notre personne fasse partie du don.[4] Cette charité se nourrit nécessairement de la rencontre avec le Christ qui s’est donné pour nous par amour. Saint François l’expliquait très bien lorsqu’il disait, en parlant de sa rencontre avec les lépreux : « Le Seigneur lui-même me conduisit parmi eux »,[5] parce qu’il avait découvert à travers eux la douce joie d’aimer.

Le don de la rencontre naît du lien avec Jésus-Christ que nous identifions comme le bon Samaritain qui nous a apporté le salut éternel et que nous rendons présent lorsque nous nous penchons sur notre frère blessé. Saint Ambroise disait : « Puis donc que nul n’est plus notre prochain que Celui qui a guéri nos blessures, aimons-Le comme Seigneur, aimons-Le aussi comme proche : car rien n’est si proche que la tête pour les membres. Aimons aussi celui qui imite le Christ ; aimons celui qui compatit à l’indigence d’autrui de par l’unité du corps ».[6] Être un dans l’Un, dans la proximité, dans la présence, dans l’amour reçu et partagé, et jouir ainsi, comme saint François, de la douceur de l’avoir trouvé.

2 - La mission partagée dans le soin des malades.

Saint Luc poursuit en disant que le Samaritain “fut ému”. Avoir de la compassion implique une émotion profonde qui pousse à l’action. C’est un sentiment qui jaillit de l’intérieur et conduit à s’engager envers la souffrance d’autrui. Dans cette parabole, la compassion est la caractéristique distinctive de l’amour actif. Elle n’est ni théorique ni sentimentale, elle se traduit par des gestes concrets : le Samaritain s’approche, soigne, prend en charge et s’en occupe. Mais attention, il ne le fait pas seul, individuellement ; « Le Samaritain a cherché un hôte qui pouvait prendre soin de cet homme ; nous aussi, nous sommes invités à nous mobiliser et à nous retrouver dans un ‘‘nous’’ qui soit plus fort que la somme de petites individualités ».[7] J’ai moi-même constaté, dans mon expérience de missionnaire et d’évêque au Pérou, combien de personnes font preuve de miséricorde et de compassion à l’exemple du Samaritain et de l’aubergiste. Les proches, les voisins, les professionnels de santé, les agents de la pastorale de la santé et tant d’autres qui s’arrêtent, s’approchent, soignent, portent, accompagnent et offrent ce qu’ils ont, donnent à la compassion une dimension sociale. Cette expérience, qui s’inscrit dans un réseau de relations, dépasse le simple engagement individuel. Ainsi, dans la Lettre apostolique Dilexi te, je n’ai pas seulement fait référence aux soins aux malades comme une “partie importante” de la mission de l’Église, mais comme une véritable « action ecclésiale » (n. 49). Je citais saint Cyprien pour montrer comment nous pouvons vérifier la santé de notre société à cette dimension : « Cette épidémie, qui semble si horrible et fatale, met à l’épreuve la justice de chaque individu et jauge l’esprit des hommes, vérifiant si les bien-portants se mettent au service des infirmes, si les parents s’aiment sincèrement, si les maîtres ont pitié de la souffrance de leurs serviteurs, si les médecins n’abandonnent pas les malades qui les supplient ».[8]

Être un dans l’Un signifie nous sentir véritablement membres d’un corps dans lequel nous portons, selon notre propre vocation, la compassion du Seigneur pour la souffrance de tous les hommes.[9] De plus, la douleur qui nous touche n’est pas une douleur étrangère ; c’est la douleur d’un membre de notre propre corps auquel notre Tête nous demande de venir en aide pour le bien de tous. En ce sens, elle s’identifie à la douleur du Christ et, offerte de manière chrétienne, elle accélère l’accomplissement de la prière du Sauveur lui-même pour l’unité de tous.[10]

3 - Animés par l’amour de Dieu, pour nous retrouver nous-mêmes et retrouver notre frère.

Dans le double commandement : « Tu aimeras le Seigneur, ton Dieu, de tout ton cœur, de toute ton âme, de toute ta force et de tout ton esprit ; et ton prochain comme toi-même » (Lc 10, 27), nous pouvons reconnaître la primauté de l’amour de Dieu et sa conséquence directe sur la manière d’aimer et d’entrer en relation de l’homme dans toutes ses dimensions. « L’amour du prochain est la preuve tangible de l’authenticité de l’amour de Dieu, comme l’affirme l’apôtre Jean : “Dieu, personne ne l’a jamais contemplé. Si nous nous aimons les uns les autres, Dieu demeure en nous, en nous son amour est accompli. […] Dieu est Amour : celui qui demeure dans l’amour demeure en Dieu et Dieu demeure en lui” (1 Jn 4, 12.16) ».[11] Même si l’objet de cet amour est différent : Dieu, le prochain, soi-même, et que nous pouvons les comprendre comme des amours distincts, ceux-ci sont toujours inséparables.[12] La primauté de l’amour divin implique que l’action de l’homme soit accomplie sans intérêt personnel ni récompense, mais comme manifestation d’un amour qui transcende les normes rituelles et se traduit par un culte authentique : servir le prochain, c’est aimer Dieu dans la pratique.[13]

Cette dimension nous permet également de remettre en cause ce que signifie s’aimer soi-même, ce qui implique de nous détourner de l’intérêt porté à l’estime de nous-même ou au sentiment de notre propre dignité fondés sur des stéréotypes de réussite, de carrière, de position ou de lignée,[14] et de retrouver notre vraie position devant Dieu et devant notre frère. Benoît XVI disait que « La créature humaine, qui est de nature spirituelle, se réalise dans les relations interpersonnelles. Plus elle les vit de manière authentique, plus son identité personnelle mûrit également. Ce n’est pas en s’isolant que l’homme se valorise lui-même, mais en se mettant en relation avec les autres et avec Dieu ».[15]

Chers frères et sœurs, « le véritable remède aux blessures de l’humanité est un mode de vie fondé sur l’amour fraternel qui trouve sa source dans l’amour de Dieu ».[16] Je souhaite vivement que cette dimension fraternelle, “samaritaine”, inclusive, courageuse, engagée et solidaire, qui trouve sa racine la plus intime dans notre union avec Dieu, dans la foi en Jésus-Christ, ne manque jamais dans notre style de vie chrétien. Enflammés par cet amour divin, nous pourrons vraiment nous donner en faveur de tous ceux qui souffrent, en particulier nos frères malades, âgés et affligés.

Élevons notre prière à la Bienheureuse Vierge Marie, Santé des Malades. Demandons son aide pour tous ceux qui souffrent, qui ont besoin de compassion, d’écoute et de réconfort, et implorons son intercession avec cette prière ancienne, qui était récitée en famille pour ceux qui vivent dans la maladie et la souffrance :

Douce Mère, ne t’éloigne pas,

ne détourne pas ton regard de moi.

Viens avec moi partout

et ne me laisse jamais seul.

Puisque tu me protèges autant

comme une véritable Mère,

fais que le Père,

le Fils et le Saint-Esprit me bénissent !

Je donne de tout cœur ma Bénédiction apostolique à tous les malades, à leurs familles et à ceux qui les assistent, aux travailleurs du secteur de la santé, aux personnes engagées dans la pastorale de la santé et tout spécialement à ceux qui participent à cette Journée mondiale du Malade.

Du Vatican, le 13 janvier 2026

LÉON PP. XIV

[1] François, Lettre enc. Fratelli tutti, (3 octobre 2020), 63.

[2] Cf. ibid., 80-82.

[3] Cf. S. Augustin, Sermons, 171, 2 ; 179 A, 7.

[4] Cf. Benoît XVI, Lettre enc. Deus Caritas est (25 décembre 2005), 34 ; St Jean-Paul II, Lettre ap. Salvifici doloris (11 février 1984), 28.

[5] S. François d’Assise, Testament 2 : Fonti Francescane, 110.

[6] S. Ambroise, Traité sur l’Évangile de saint Luc VII, 84.

[7] François, Lettre enc. Fratelli tutti (3 octobre 2020), 78.

[8] S. Cyprien, De mortalitate, 16.

[9] Cf. S. Jean-Paul II, Lettre ap. Salvifici doloris (11 février 1984), 24.

[10] Cf. ibid., 31.

[11] Exhort. ap. Dilexi te (4 octobre 2025), 26.

[12] Cf. ibid.

[13] Cf. François, Lettre enc. Fratelli tutti (3 octobre 2020), 79.

[14] Cf. ibid., 101.

[15] Benoît XVI, Lettre enc. Caritas in veritate (29 juin 2009), 53.

[16] François, Message aux participants du 33e Festival international des jeunes (MLADIFEST), Medjugorje, 1-6 août 2022 (16 juillet 2022).

[00096-FR.01] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

“The compassion of the Samaritan: loving by bearing another’s pain”

Dear brothers and sisters,

The thirty-fourth World Day of the Sick will be solemnly celebrated in Chiclayo, Peru, on 11 February 2026. For this occasion, I would recommend reflecting once again on the figure of the Good Samaritan, for he is always relevant and essential for rediscovering the beauty of charity and the social dimension of compassion. This reflection further directs our attention towards the needy and all those who suffer, especially the sick.

We are all familiar with the moving account found in the Gospel of Saint Luke (cf. Lk 10:25-37). Jesus responds to a scholar of the law, who asks him to identify the neighbor he must love, with this story: a man traveling from Jerusalem to Jericho was attacked by robbers and left for dead. While a priest and a Levite passed him by, a Samaritan took pity on him, bandaged his wounds, took him to an inn and provided for his care. I have chosen to reflect on this biblical passage through the lens of the Encyclical Fratelli Tutti, written by my beloved predecessor Pope Francis. There, compassion and mercy towards those in need are not reduced to a merely individual effort, but are realized through relationships: with our brothers and sisters in need, with those who care for them and, ultimately, with God who gives us his love.

1. The gift of encounter: the joy of offering closeness and presence

We live immersed in a culture of speed, immediacy and haste – a culture of “discard” and indifference that prevents us from pausing along the way and drawing near to acknowledge the needs and suffering that surround us. In the parable, when the Samaritan saw the wounded man, he did not “pass by.” Instead, he looked upon him with an open and attentive gaze – the very gaze of Jesus – which led him to act with human and compassionate closeness. The Samaritan “stopped, approached the man and cared for him personally, even spending his own money to provide for his needs… [Above all] he gave him his time.”[1] Jesus does not merely teach us who our neighbor is, but rather how to become a neighbor; in other words, how we can draw close to others.[2] In this respect, we can affirm with Saint Augustine that the Lord did not intend to show us who that man’s neighbor was, but rather to whom he should become a neighbor. Indeed, no one is truly a neighbor until they freely draw near to another. Thus, the one who became a neighbor was the one who showed mercy.[3]

Love is not passive; it goes out to meet the other. Being a neighbor is not determined by physical or social proximity, but by the decision to love. This is why Christians become neighbors to those who suffer, following the example of Christ, the true divine Samaritan who drew near to a wounded humanity. These are not mere gestures of philanthropy, but signs through which we perceive that personal participation in another’s suffering involves the gift of oneself. It means going beyond the simple satisfaction of needs, so that our very person becomes part of the gift.[4] This kind of charity is necessarily nourished by an encounter with Christ, who gave himself for us out of love. Saint Francis expressed this beautifully when, speaking of his encounter with lepers, he said: “The Lord himself led me among them,”[5] because through them he had discovered the sweet joy of loving.

The gift of encounter flows from our union with Jesus Christ. We recognize him as the Good Samaritan who has brought us eternal salvation, and we make him present whenever we reach out to a wounded brother or sister. Saint Ambrose said: “Since no one is more truly our neighbor than he who has healed our wounds, let us love him as Lord and also as neighbor; for nothing is so close as the head to its members. Let us also love those who imitate Christ; let us love those who suffer due to the poverty of others, for the sake of the unity of the Body.”[6] “To be one in the One” – through closeness, presence, and love received and shared – is to rejoice, like Saint Francis, in the sweetness of having encountered the Lord.

2. The shared mission of caring for the sick

Saint Luke continues, noting that the Samaritan “was moved with pity.” Compassion, in this sense, implies a profound emotion that compels us to act. It is a feeling that springs from within and leads to a committed response to another’s suffering. In this parable, compassion is the defining characteristic of active love; it is neither theoretical nor merely sentimental, but manifests itself through concrete gestures. The Samaritan drew near, tended the wounds, took charge and provided care. Notably, he does not act in isolation: “The Samaritan discovered an innkeeper who would care for the man; we too are called to unite as a family that is stronger than the sum of small individual members.”[7] In my experience as a missionary and bishop in Peru, I have personally witnessed many who show mercy and compassion in the spirit of the Samaritan and the innkeeper. Family members, neighbors, healthcare workers, those engaged in pastoral care for the sick, and many others stop along the way to draw near, heal, support and accompany those in need. By offering what they have, they give compassion a social dimension. This experience, occurring within a network of relationships, transcends mere individual commitment. For this reason, in the Apostolic Exhortation Dilexi Te, I referred to the care of the sick not only as an “important part” of the Church’s mission, but as an authentic “ecclesial action” (n. 49). I quoted Saint Cyprian to illustrate how this dimension serves as a measure of a society’s health: “This pestilence and plague, which seems so horrible and deadly, searches out the righteousness of each one, and examines the minds of the human race, to see whether the healthy serve the sick; whether relatives love each other with sincerity; whether masters have pity on their sick servants; whether doctors do not abandon the sick who beg for help.”[8]

“To be one in the One” means truly recognizing that we are members of a single Body that brings the Lord’s compassion to the suffering of all people, each according to our own vocation.[9] Moreover, the pain that moves us to compassion is not the pain of a stranger; it is the pain of a member of our own Body, to whom Christ our Head commands us attend, for the good of all. In this sense, our service is identified with Christ’s own suffering and, when offered in a Christian spirit, hastens the fulfillment of the Savior’s prayer for the unity of all.[10]

3. Always driven by love for God, to encounter ourselves and our neighbor

In the double commandment, “You shall love the Lord your God with all your heart, and with all your soul, and with all your strength, and with all your mind; and your neighbor as yourself” (Lk 10:27), we recognize the primacy of love for God and its direct consequences for every dimension of human love and relationship. “Love for our neighbor is tangible proof of the authenticity of our love for God, as the Apostle John attests: ‘No one has ever seen God; if we love one another, God lives in us, and his love is perfected in us… God is love, and those who abide in love abide in God, and God abides in them’ (1 Jn 4:12, 16).”[11] Although the object of this love differs – God, neighbor and oneself – and can be understood as distinct expressions of love, they remain fundamentally inseparable.[12] The primacy of divine love implies that human action is carried out not for self-interest or reward, but as a manifestation of a love that transcends ritual norms and find expression in authentic worship. To serve one’s neighbor is to love God through deeds.[13]

This perspective also allows us to grasp the true meaning of loving ourselves. It means setting aside any attempt to base our self-esteem or sense of dignity on worldly stereotypes – such as success, career, status or family background[14] – and recovering our proper place before God and neighbor. Benedict XVI observed, “as a spiritual being, the human creature is defined through interpersonal relations. The more authentically he or she lives these relations, the more his or her own personal identity matures. It is not by isolation that man establishes his worth, but by placing himself in relation with others and with God.”[15]

Dear brothers and sisters, “the true remedy for humanity’s wounds is a style of life based on fraternal love, which has its root in love of God.” [16] I genuinely hope that our Christian lifestyle will always reflect this fraternal, “Samaritan” spirit – one that is welcoming, courageous, committed and supportive, rooted in our union with God and our faith in Jesus Christ. Enkindled by this divine love, we will surely be able to give of ourselves for the good of all who suffer, especially our brothers and sisters who are sick, elderly or afflicted.

Let us raise our prayers to the Blessed Virgin Mary, Health of the Sick, asking her to assist all who suffer and are in need of compassion, consolation and a listening ear. Let us seek her intercession with this ancient prayer, that has been invoked in families for those living with illness and pain:

Sweet Mother, do not part from me.

Turn not your eyes away from me.

Walk with me at every moment

and never leave me alone.

You who always protect me

as a true Mother,

obtain for me the blessing of the Father,

Son and Holy Spirit.

I cordially impart my Apostolic Blessing to all who are sick, to their families and to those who care for them – healthcare workers and pastoral workers alike – and in a special way to all participating in this World Day of the Sick.

From the Vatican, 13 January 2026

LEO PP. XIV

[1] Francis, Encyclical Letter Fratelli Tutti (3 October 2020), 63.

[2] Cf. ibid., 80-82.

[3] Cf. Saint Augustine, Serm. 171, 2; 179/A, 7.

[4] Cf. Benedict XVI, Encyclical Letter Deus Caritas Est (25 December 2005), 34; Saint John Paul II, Apostolic Letter Salvifici Doloris (11 February 1984), 28.

[5] Saint Francis of Assisi, The Testament, 2: Fonti Francescane, 110.

[6] Saint Ambrose, Treatise on the Gospel of Saint Luke, VII, 84.

[7] Francis, Encyclical Letter Fratelli Tutti (3 October 2020), 78.

[8] Saint Cyprian, De mortalitate, 16.

[9] Cf. Saint John Paul II, Apostolic Letter Salvifici Doloris (11 February 1984), 24.

[10] Cf. ibid., 31.

[11] Apostolic Exhortation Dilexi Te (4 October 2025), 26.

[12] Cf. ibid.

[13] Cf. Francis, Encyclical Letter Fratelli Tutti (3 October 2020), 79.

[14] Cf. ibid., 101.

[15] Benedict XVI, Encyclical Letter Caritas in Veritate (29 June 2009), 53.

[16] Francis, Message to Participants in the 33rd International Youth Festival (MLADIFEST), Medjugorje, 1-6 August 2022 (16 July 2022).


[00096-EN.01] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Das Mitgefühl des Samariters: Lieben, indem man das Leid des anderen mitträgt

Liebe Brüder und Schwestern,

der 34. Welttag der Kranken wird am 11. Februar 2026 feierlich in Chiclayo, Peru, begangen. Aus diesem Anlass möchte ich erneut das Bild des barmherzigen Samariters aufgreifen, das immer aktuell ist und es uns ermöglicht, die Schönheit der Liebe und die soziale Dimension des Mitgefühls wiederzuentdecken und unsere Aufmerksamkeit auf die Bedürftigen und die Leidenden, wie etwa die Kranken, zu richten.

Wir alle haben diesen bewegenden Text aus dem Lukasevangelium gehört und gelesen (vgl. Lk 10,25-37). Jesus antwortet einem Gesetzeslehrer, der ihn fragt, wer denn der zu liebende Nächste sei, indem er eine Geschichte erzählt: Ein Mann, der von Jerusalem nach Jericho unterwegs war, wurde von Räubern überfallen und halbtot liegen gelassen. Ein Priester und ein Levit gingen vorbei, aber ein Samariter hatte Mitleid mit ihm, verband seine Wunden, brachte ihn in eine Herberge und bezahlte für seine Pflege. Ich möchte diese Bibelstelle mit dem hermeneutischen Schlüssel der Enzyklika Fratelli tutti meines geschätzten Vorgängers Papst Franziskus reflektieren, in der Mitgefühl und Erbarmen gegenüber Bedürftigen sich nicht auf ein rein individuelles Bemühen beschränken, sondern sich in einer Beziehung verwirklichen: zum bedürftigen Bruder und zur bedürftigen Schwester, zu denen, die sich ihrer annehmen und – als Grundlage – zu Gott, der uns seine Liebe schenkt.

1. Das Geschenk der Begegnung: die Freude, Nähe zu schenken und für andere da zu sein

Wir leben in einer Kultur, die von Schnelligkeit, Unmittelbarkeit und Eile geprägt ist, aber auch von einer Wegwerfmentalität und Gleichgültigkeit, was uns daran hindert, aufeinander zuzugehen und innezuhalten, um die Nöte und das Leid um uns herum wahrzunehmen. Das Gleichnis erzählt, dass der Samariter, als er den Verletzten sah, nicht „vorüberging“, sondern einen offenen und aufmerksamen Blick für ihn hatte, den Blick Jesu, der ihn zu menschlicher Nähe und Solidarität bewegte. Der Samariter »blieb stehen, schenkte ihm seine Nähe, pflegte ihn mit eigenen Händen, zahlte aus eigener Tasche und kümmerte sich um ihn. Vor allem hat er […] ihm seine Zeit geschenkt«.[1] Jesus lehrt nicht, wer der Nächste ist, sondern wie man zum Nächsten wird, das heißt, wie wir selbst Nähe zeigen können.[2] In diesem Zusammenhang können wir mit Augustinus feststellen, dass der Herr nicht darüber belehren wollte, wer der Nächste dieses Mannes war, sondern wem er selbst zum Nächsten werden sollte. Denn niemand ist einem anderen ein Nächster, solange er sich ihm nicht freiwillig nähert. Daher wurde derjenige zum Nächsten, der Barmherzigkeit erwies.[3]

Die Liebe ist nicht passiv, sie geht auf den anderen zu. Ob man zum Nächsten wird, hängt nicht von physischer oder sozialer Nähe ab, sondern von der Entscheidung zu lieben. Deshalb macht sich der Christ zum Nächsten des Leidenden und folgt damit dem Beispiel Christi, dem wahren göttlichen Samariter, der für die verwundete Menschheit zum Nächsten wurde. Es handelt sich nicht um bloße Gesten der Menschenfreundlichkeit, sondern um Zeichen, an denen man erkennen kann, dass die persönliche Anteilnahme am Leiden der anderen Selbsthingabe bedeutet, dass es darum geht, über das Stillen von Bedürfnissen hinauszugehen, sodass wir selbst Teil der Gabe werden.[4] Diese Nächstenliebe speist sich notwendigerweise aus der Begegnung mit Christus, der aus Liebe sein Leben für uns hingegeben hat. Das hat der heilige Franziskus sehr schön deutlich gemacht, als er über seine Begegnung mit den Aussätzigen sagte: »Und der Herr selbst hat mich unter sie geführt«,[5] weil er durch sie die Wonne des Liebens entdeckt hatte.

Das Geschenk der Begegnung entspringt der Verbindung mit Jesus Christus, in dem wir den barmherzigen Samariter erkennen, der uns das ewige Heil gebracht hat und den wir gegenwärtig machen, wenn wir uns dem verletzten Bruder, der verletzten Schwester zuwenden. Der heilige Ambrosius sagte: »Weil uns nun niemand nähersteht als der, welcher unsere Wunden heilte, so lasst uns ihn lieben als den Herrn, lieben auch als den Nächsten! Denn nichts steht sich so, wie das Haupt den Gliedern, am nächsten. Lasst uns auch jenen lieben, der ein Nachahmer Christi ist! Lasst uns jenen lieben, der schon wegen der Leibeseinheit mit der Not des Nächsten Mitleid empfindet!«[6] Eins sein in dem Einen, im Nahesein, im Dasein, in der empfangenen und weitergegebenen Liebe, und wie der heilige Franziskus die Wonne genießen, ihm begegnet zu sein.

2. Die gemeinsame Aufgabe in der Krankenpflege

Der Heilige Lukas fährt fort und sagt, dass der Samariter „Mitleid hatte“. Mitleid zu empfinden, meint ein tiefes Gefühl, das zum Handeln bewegt. Es ist ein Gefühl, das aus dem Inneren kommt und uns dazu bringt, anderen in ihrem Leid zu helfen. In diesem Gleichnis ist Mitgefühl das charakteristische Merkmal aktiver Liebe. Es ist weder theoretisch noch sentimental, sondern äußert sich in konkreten Gesten: Der Samariter nähert sich, er behandelt die Wunden, er kümmert sich und nimmt sich an. Aber Achtung, er tut dies nicht allein, als Einzelperson: »Der Samariter suchte einen Gastgeber, der sich um jenen Mann kümmern konnte; genauso sind auch wir gerufen, andere einzuladen und uns in einem „Wir“ zu begegnen, das stärker ist als die Summe der kleinen Einzelpersonen«.[7] Ich selbst habe in meiner Erfahrung als Missionar und Bischof in Peru festgestellt, dass viele Menschen Barmherzigkeit und Mitgefühl im Stil des Samariters und des Wirtes teilen. Die Familienangehörigen, die Nachbarn, das Personal wie auch die Seelsorger im Gesundheitswesen und viele andere, die innehalten, sich nähern, pflegen, Lasten tragen, begleiten und von ihrem Besitz geben, verleihen dem Mitgefühl eine soziale Dimension. Diese Erfahrung, die sich in einem Beziehungsgeflecht verwirklicht, geht über das rein individuelle Engagement hinaus. So habe ich in der Apostolischen Exhortation Dilexi te die Pflege der Kranken nicht nur als „wichtigen Teil” der Sendung der Kirche bezeichnet, sondern als echte »kirchliche Handlung« (Nr. 49). Darin zitierte ich den heiligen Cyprian, um zu zeigen, wie wir in dieser Dimension die Gesundheit unserer Gesellschaft überprüfen können: »Diese Pest und Seuche, die so schrecklich und verderblich erscheint, [erforscht] die Gerechtigkeit jedes einzelnen […] und [prüft] die Herzen des Menschengeschlechts daraufhin […], ob die Gesunden den Kranken dienen, ob die Verwandten ihre Angehörigen innig lieben, ob die Herren sich ihrer leidenden Diener erbarmen, ob die Ärzte die um Hilfe flehenden Kranken nicht im Stiche lassen«.[8]

Eins zu sein in dem Einen setzt voraus, dass wir uns wirklich als Glieder eines Leibes fühlen, in dem wir gemäß unserer jeweiligen Berufung das Mitgefühl des Herrn für das Leiden aller Menschen weitergeben.[9] Mehr noch, der Schmerz, der uns bewegt, ist kein fremder Schmerz, sondern der Schmerz eines Gliedes unseres eigenen Leibes, zu dem uns unser Haupt zum Wohl aller sendet. In diesem Sinne vereint er sich mit dem Schmerz Christi und trägt, sofern er im christlichen Sinne aufgeopfert wird, zur Erfüllung des Gebets des Erlösers für die Einheit aller bei.[10]

3. Stets von der Liebe zu Gott bewegt, um uns selbst und unseren Mitmenschen zu begegnen

In dem Doppelgebot »Du sollst den Herrn, deinen Gott, lieben mit deinem ganzen Herzen, mit deiner ganzen Seele, mit deiner ganzen Kraft und deinem ganzen Denken, und deinen Nächsten wie dich selbst« (Lk 10,27) können wir den Vorrang der Liebe zu Gott erkennen und ihre direkte Auswirkung auf die Art und Weise, wie der Mensch in all seinen Dimensionen liebt und Beziehungen pflegt. »Die Nächstenliebe ist der greifbare Beweis für die Echtheit der Liebe zu Gott, wie der Apostel Johannes bezeugt: „Niemand hat Gott je geschaut; wenn wir einander lieben, bleibt Gott in uns und seine Liebe ist in uns vollendet. […] Gott ist Liebe, und wer in der Liebe bleibt, bleibt in Gott und Gott bleibt in ihm“ (1 Joh 4,12.16)«.[11] Auch wenn diese Liebe unterschiedliche Adressaten hat – Gott, den Nächsten und sich selbst – und wir sie in diesem Sinne als unterschiedliche Formen der Liebe verstehen können, sind diese doch immer untrennbar miteinander verbunden.[12] Der Vorrang der göttlichen Liebe impliziert, dass das Handeln des Menschen ohne Eigeninteresse oder Belohnung erfolgt, sondern Ausdruck einer Liebe ist, die über rituelle Normen hinausgeht und zu einem wahren Gottesdienst wird: Dem Nächsten zu dienen bedeutet, Gott im konkreten Handeln zu lieben.[13]

Diese Dimension ermöglicht es auch, zu verstehen, was es bedeutet, sich selbst zu lieben. Es bedeutet, dass wir uns davon lösen, unser Selbstwertgefühl oder das Bewusstsein unserer eigenen Würde auf Stereotypen wie Erfolg, Karriere, gesellschaftliche Stellung oder Abstammung zu gründen,[14] und stattdessen unseren Platz vor Gott und unseren Mitmenschen wiederfinden. Benedikt XVI. sagte: »Der Mensch als Geschöpf von geistiger Natur verwirklicht sich in zwischenmenschlichen Beziehungen. Je echter er diese lebt, desto mehr reift auch seine eigene persönliche Identität. Nicht durch Absonderung bringt sich der Mensch selber zur Geltung, sondern wenn er sich in Beziehung zu den anderen und zu Gott setzt«.[15]

Liebe Brüder und Schwestern, »das wahre Heilmittel für die Wunden der Menschheit ist eine Lebensweise, die auf geschwisterlicher Liebe basiert, die in der Liebe Gottes wurzelt«.[16] Ich wünsche mir von ganzem Herzen, dass diese geschwisterliche, „samaritanische“, integrative, mutige, engagierte und solidarische Dimension, die ihre tiefste Wurzel in unserer Vereinigung mit Gott im Glauben an Jesus Christus hat, in unserer christlichen Lebensweise niemals fehlen möge. Entflammt von dieser göttlichen Liebe können wir uns wirklich für alle Leidenden einsetzen, insbesondere für unsere kranken, alten und leidgeprüften Brüder und Schwestern.

Erheben wir unser Gebet zur seligen Jungfrau Maria, Heil der Kranken. Bitten wir um ihre Hilfe für alle Leidenden, für alle, die Mitgefühl, ein offenes Ohr und Trost brauchen, und flehen wir sie mit diesem alten Gebet, das in der Familie gebetet wurde, um ihre Fürsprache für alle an, die krank sind und leiden:

Liebe Mutter, geh nicht weg,

wende deinen Blick nicht von mir ab.

Begleite mich auf allen Wegen

und lass mich nie allein.

Da du mich beschützt

wie eine wahre Mutter,

erwirke mir den Segen des Vaters,

des Sohnes und des Heiligen Geistes.

Ich erteile meinen apostolischen Segen von Herzen allen Kranken, ihren Familien, denen, die sie pflegen, den Mitarbeitern im Gesundheitswesen, den in der Krankenpastoral Tätigen und besonders denen, die an diesem Welttag der Kranken teilnehmen.

Aus dem Vatikan, am 13. Januar 2026

LEO PP. XIV

[1] Franziskus, Enzyklika Fratelli tutti (3. Oktober 2020), 63.

[2] Vgl. ebd., 80–82.

[3] Vgl. Augustinus, Sermo 171, 2; 179 A, 7.

[4] Vgl. Benedikt XVI., Enzyklika Deus caritas est (25. Dezember 2005), 34; Hl. Johannes Paul II., Apostolisches Schreiben Salvifici doloris (11. Februar 1984), 28.

[5] Hl. Franz von Assisi, Testament, 2.

[6] Hl. Ambrosius, Lukaskommentar mit Ausschluss der Leidensgeschichte, VII, 84.

[7] Franziskus, Enzyklika Fratelli tutti (3. Oktober 2020), 78.

[8] Hl. Cyprian von Karthago, Über die Sterblichkeit, 16.

[9] Vgl. Hl. Johannes Paul II., Apostolisches Schreiben Salvifici doloris (11. Februar 1984), 24.

[10] Vgl. ebd., 31.

[11] Apostolische Exhortation Dilexi te (4. Oktober 2025), 26.

[12] Vgl. ebd.

[13] Vgl. Franziskus, Enzyklika Fratelli tutti (3. Oktober 2020), 79.

[14] Vgl. ebd., 101.

[15] Benedikt XVI., Enzyklika Caritas in veritate (29. Juni 2009), 53.

[16] Franziskus, Botschaft an die Teilnehmer des 33. Internationalen Jugendfestivals (MLADIFEST), Medjugorje, 1.-6. August 2022 (16. Juli 2022).

[00096-DE.01] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

La compasión del samaritano: amar llevando el dolor del otro

Queridos hermanos y hermanas:

La XXXIV Jornada Mundial del Enfermo se celebrará solemnemente en Chiclayo, Perú, el 11 de febrero de 2026. Por este motivo, he querido proponer de nuevo la imagen del buen samaritano, siempre actual y necesaria para redescubrir la belleza de la caridad y la dimensión social de la compasión, para poner la atención en los necesitados y los que sufren, como son los enfermos.

Todos hemos escuchado y leído este conmovedor texto de san Lucas (cf. Lc 10,25-37). A un doctor de la ley que le pregunta quién es el prójimo al que debe amar, Jesús le responde contando una historia: un hombre que viajaba de Jerusalén a Jericó fue asaltado por ladrones y abandonado casi muerto; un sacerdote y un levita pasaron de largo, pero un samaritano se compadeció de él, vendó sus heridas, lo llevó a una posada y pagó para que lo cuidaran. He deseado proponer la reflexión de este pasaje bíblico con la clave hermenéutica de la Encíclica Fratelli tutti, de mi querido predecesor el Papa Francisco, donde la compasión y la misericordia hacia el necesitado no se reducen a un mero esfuerzo individual, sino que se realizan en la relación: con el hermano necesitado, con quienes lo cuidan y, fundamentalmente, con Dios que nos da su amor.

1. El regalo del encuentro: la alegría de dar cercanía y presencia

Vivimos inmersos en la cultura de lo rápido, de lo inmediato, de las prisas, así como también del descarte y la indiferencia, que nos impide acercarnos y detenernos en el camino para mirar las necesidades y los sufrimientos a nuestro alrededor. La parábola narra que el samaritano al ver al herido no “pasó de largo”, sino que tuvo para él una mirada abierta y atenta, la mirada de Jesús, que lo llevó a una cercanía humana y solidaria. El samaritano «se detuvo, le regaló cercanía, lo curó con sus propias manos, puso también dinero de su bolsillo y se ocupó de él. Sobre todo […] le dio su tiempo».[1] Jesús no enseña quién es el prójimo, sino cómo hacerse prójimo, es decir, cómo volvernos nosotros cercanos.[2] Al respecto, podemos afirmar con san Agustín que el Señor no quiso enseñar quién era el prójimo de aquel hombre, sino a quién debía él hacerse prójimo. Pues nadie es prójimo de otro sino cuando se acerca voluntariamente a él. Así pues, se hizo prójimo aquel que mostró misericordia.[3]

El amor no es pasivo, va al encuentro del otro; ser prójimo no depende de la cercanía física o social, sino de la decisión de amar. Por eso, el cristiano se hace prójimo del que sufre, siguiendo el ejemplo de Cristo, el verdadero Samaritano divino que se acercó a la humanidad herida. No son meros gestos de filantropía, sino signos en los que se puede percibir que la participación personal en los sufrimientos del otro implica el darse a sí mismo, supone ir más allá de cubrir necesidades, para llegar a que nuestra persona sea parte del don.[4] Esta caridad se alimenta necesariamente del encuentro con Cristo, que por amor se entregó por nosotros. San Francisco lo explicaba muy bien cuando, hablando de su encuentro con los leprosos, decía: «El Señor me llevó hasta ellos»,[5] porque a través de ellos había descubierto la dulce alegría de amar.

El regalo del encuentro nace del vínculo con Jesucristo, al que identificamos como el buen samaritano que nos ha traído la salud eterna, y al que hacemos presente cuando nos inclinamos ante el hermano herido. San Ambrosio decía: «Puesto que nadie es tan verdaderamente nuestro prójimo como el que ha curado nuestras heridas, amémoslo viendo en él a nuestro Señor, y querámosle como a nuestro prójimo; pues nada hay tan próximo a los miembros como la cabeza. Y amemos también al que es imitador de Cristo, y a todo aquel que se asocia al sufrimiento del necesitado por la unidad del cuerpo».[6] Ser uno en el Uno, en la cercanía, en la presencia, en el amor recibido y compartido, y gozar, así como san Francisco, de la dulzura de haberlo encontrado.

2. La misión compartida en el cuidado de los enfermos

Prosigue san Lucas diciendo que el samaritano “se conmovió”. Tener compasión implica una emoción profunda, que mueve a la acción. Es un sentimiento que brota del interior y lleva al compromiso con el sufrimiento ajeno. En esta parábola, la compasión es el rasgo distintivo del amor activo. No es teórica ni sentimental, se traduce en gestos concretos; el samaritano se acerca, cura, se hace cargo y cuida. Pero atención, no lo hace solo, individualmente, «el samaritano buscó un posadero que pudiera cuidar de ese hombre, al igual que nosotros estamos llamados a invitar y a reunirnos en un “nosotros” que sea más fuerte que la suma de pequeñas individualidades».[7] Yo mismo he constatado, en mi experiencia como misionero y obispo en Perú, cómo muchas personas comparten la misericordia y la compasión al estilo del samaritano y el posadero. Los familiares, los vecinos, los operadores sanitarios, los agentes de pastoral sanitaria y tantos otros que se detienen, se acercan, curan, cargan, acompañan y ofrecen de lo suyo, dan a la compasión una dimensión social. Esta experiencia, que se realiza en un entramado de relaciones, supera el mero compromiso individual. De este modo, en la Exhortación apostólica Dilexi te no sólo me he referido al cuidado de los enfermos como una “parte importante” de la misión de la Iglesia, sino como una auténtica «acción eclesial» (n. 49). En ella citaba a san Cipriano para ver cómo en esa dimensión podemos verificar la salud de nuestra sociedad: «Esta epidemia que parece tan horrible y funesta pone a prueba la justicia de cada uno y examina el espíritu de los hombres, verificando si los sanos sirven a los enfermos, si los parientes se aman sinceramente, si los señores tienen piedad de los siervos enfermos, si los médicos no abandonan a los enfermos que imploran».[8]

El ser uno en el Uno supone sentirnos verdaderamente miembros de un cuerpo en el que llevamos, según nuestra propia vocación, la compasión del Señor por el sufrimiento de todos los hombres.[9] Es más, el dolor que nos conmueve, no es un dolor ajeno, es el dolor de un miembro de nuestro propio cuerpo al que nuestra Cabeza nos manda acudir para el bien de todos. En ese sentido se identifica con el dolor de Cristo y, ofrecido cristianamente, acelera el cumplimiento de la plegaria del mismo Salvador por la unidad de todos.[10]

3. Movidos siempre por el amor a Dios, para encontrarnos con nosotros mismos y con el hermano

En el doble mandamiento: «Amarás al Señor tu Dios con todo tu corazón, con toda tu alma, con todas tus fuerzas y con toda tu mente; y a tu prójimo como a ti mismo» (Lc 10,27), podemos reconocer el primado del amor a Dios y su consecuencia directa con la forma de amar y relacionarse del hombre en todas sus dimensiones. «El amor al prójimo representa la prueba tangible de la autenticidad del amor a Dios, como asevera el apóstol Juan: “Nadie ha visto nunca a Dios: si nos amamos los unos a los otros, Dios permanece en nosotros y el amor de Dios ha llegado a su plenitud en nosotros. […] Dios es amor, y el que permanece en el amor permanece en Dios, y Dios permanece en él” (1 Jn 4,12.16)».[11] Aunque el objeto de ese amor sea distinto: Dios, el prójimo y uno mismo, y, en ese sentido, los podemos entender como amores distintos, estos son siempre inseparables.[12] El primado del amor divino conlleva que la acción del hombre sea realizada sin interés personal ni recompensa, sino como manifestación de un amor que trasciende las normas rituales y se traduce en un culto auténtico: servir al prójimo es amar a Dios en la práctica.[13]

Esta dimensión también nos permite contrastar lo que significa amarse a sí mismo. Supone alejar de nosotros el interés de cimentando nuestra autoestima o el sentido de nuestra propia dignidad en estereotipos de éxito, carrera, posición o linaje[14] y recuperar nuestra propia posición ante Dios y ante el hermano. Decía Benedicto XVI que «la criatura humana, en cuanto de naturaleza espiritual, se realiza en las relaciones interpersonales. Cuanto más las vive de manera auténtica, tanto más madura también en la propia identidad personal. El hombre se valoriza no aislándose sino poniéndose en relación con los otros y con Dios».[15]

Queridos hermanos y hermanas, «el verdadero remedio para las heridas de la humanidad es un estilo de vida basado en el amor fraterno, que tiene su raíz en el amor de Dios».[16] Deseo vivamente que no falte nunca en nuestro estilo de vida cristiana esta dimensión fraterna, “samaritana”, incluyente, valiente, comprometida y solidaria que tiene su raíz más íntima en nuestra unión con Dios, en la fe en Jesucristo. Encendidos por ese amor divino, podremos realmente entregarnos en favor de todos los que sufren, especialmente por nuestros hermanos enfermos, ancianos y afligidos.

Elevemos nuestra oración a la Bienaventurada Virgen María, Salud de los Enfermos; pidamos su ayuda por todos los que sufren, los necesitados de compasión, escucha y consuelo, y supliquemos su intercesión con esta antigua oración, que se rezaba en familia por quienes viven en la enfermedad y en el dolor:

Dulce Madre, no te alejes,

tu vista de mí no apartes.

Ven conmigo a todas partes

y nunca solo me dejes.

Ya que me proteges tanto

como verdadera Madre,

Haz que me bendiga el Padre,

el Hijo y el Espíritu Santo.

Imparto de corazón mi bendición apostólica a todos los enfermos, a sus familiares y a quienes los cuidan, a los trabajadores del ámbito sanitario, a los agentes de pastoral de la salud y muy especialmente a quienes participan en esta Jornada Mundial del Enfermo.

Vaticano, 13 de enero de 2026

LEÓN PP. XIV

[1] Francisco, Carta enc. Fratelli tutti (3 octubre 2020), 63.

[2] Cf. ibíd., 80-82.

[3] Cf. S. Agustín, Sermones 171, 2; 179 A, 7.

[4] Cf. Benedicto XVI, Carta enc. Deus caritas est (25 diciembre 2005), 34; S. Juan Pablo II, Carta ap. Salvifici doloris (11 febrero 1984), 28.

[5] S. Francisco de Asís, Testamento, 2: Fuentes Franciscanas, 110.

[6] S. Ambrosio, Tratado sobre el Evangelio de San Lucas, VII, 84.

[7] Francisco, Carta enc. Fratelli tutti (3 octubre 2020), 78.

[8] S. Cipriano, De mortalitate, 16.

[9] Cf. S. Juan Pablo II, Carta ap. Salvifici doloris (11 febrero 1984), 24.

[10] Cf. ibíd., 31.

[11] Exhort. ap. Dilexi te (4 octubre 2025), 26.

[12] Cf. ibíd.

[13] Cf. Francisco, Carta enc. Fratelli tutti (3 octubre 2020), 79.

[14] Cf. ibíd., 101.

[15] Benedicto XVI, Carta enc. Caritas in veritate (29 junio 2009), 53.

[16] Francisco, Mensaje a los participantes del 33º Festival internacional de los jóvenes (MLADIFEST), Medjugorje, 1-6 agosto 2022 (16 julio 2022).

[00096-ES.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

“A compaixão do samaritano: amar carregando a dor do outro”

Queridos irmãos e irmãs,

O XXXIV Dia Mundial do Doente será celebrado solenemente em Chiclayo, no Peru, a 11 de fevereiro de 2026. Para esta ocasião, quis propor novamente a imagem, sempre atual e necessária, do bom samaritano, a fim de redescobrirmos a beleza da caridade e a dimensão social da compaixão, e chamar a atenção para os necessitados e para os que sofrem, como são os doentes.

Todos nós já ouvimos e lemos este texto comovente de São Lucas (cf. Lc 10, 25-37). A um doutor da lei que lhe pergunta quem é o próximo a amar, Jesus responde contando uma história: um homem que viajava de Jerusalém para Jericó, assaltado por ladrões, foi abandonado quase morto; um sacerdote e um levita passaram ao largo, mas um samaritano encheu-se de compaixão, tratou-lhe as feridas, levou-o para uma hospedaria e pagou para que cuidassem dele. Desejei propor a reflexão sobre esta passagem bíblica com a chave hermenêutica da Encíclica Fratelli tutti, do meu querido predecessor, Papa Francisco, na qual a compaixão e a misericórdia para com os necessitados não se reduzem a um mero esforço individual, mas realizam-se na relação: com o irmão necessitado, com aqueles que cuidam dele e, fundamentalmente, com Deus, que nos oferece o seu amor.

1 - O dom do encontro: a alegria de oferecer proximidade e presença.

Vivemos imersos na cultura do efémero, do imediato, da pressa, bem como do descarte e da indiferença, que impede de nos aproximarmos e pararmos no caminho para olhar as necessidades e os sofrimentos à nossa volta. A parábola relata que o samaritano, ao ver o ferido, não “passou ao largo”, mas teve para ele um olhar aberto e atento, o olhar de Jesus, que o levou a uma proximidade humana e solidária. O samaritano «parou, ofereceu-lhe proximidade, curou-o com as próprias mãos, pôs também dinheiro do seu bolso e ocupou-se dele. Sobretudo […] deu-lhe o seu tempo».[1] Jesus não ensina quem é o próximo, mas como ser próximo, ou seja, como nos tornar-nos nós mesmos próximos.[2] A este respeito, podemos afirmar, com Santo Agostinho, que o Senhor não quis ensinar quem era o próximo daquele homem, mas a quem ele devia tornar-se próximo. Na verdade, ninguém é próximo de outro enquanto não se aproxima voluntariamente dele. Por isso, fez-se próximo aquele que teve misericórdia.[3]

O amor não é passivo, mas vai ao encontro do outro; ser próximo não depende da proximidade física ou social, mas da decisão de amar. Por isso, o cristão faz-se próximo daquele que sofre, seguindo o exemplo de Cristo, o verdadeiro Samaritano divino que se aproximou da humanidade ferida. Não são meros gestos de filantropia, mas sinais nos quais se pode perceber que a participação pessoal nos sofrimentos do outro implica dar-se a si mesmo, supõe ir mais além de satisfazer necessidades, para chegar ao ponto da nossa pessoa ser parte do dom.[4] Esta caridade alimenta-se, necessariamente, do encontro com Cristo, que por amor se entregou por nós. São Francisco explicava-o muito bem quando, falando do seu encontro com os leprosos, dizia: «O Senhor levou-me até eles»[5] porque, através deles, havia descoberto a doce alegria de amar.

O dom do encontro nasce do vínculo com Jesus Cristo, a quem identificamos como o bom samaritano que nos trouxe a saúde eterna e a quem tornamos presente quando nos inclinamos diante do irmão ferido. Santo Ambrósio dizia: «Visto que ninguém nos é verdadeiramente tão próximo como aquele que curou as nossas feridas, amemo-lo vendo nele Nosso Senhor, e amemo-lo como nosso próximo; pois não há nada mais próximo dos membros do que a cabeça. E amemos também aquele que imita Cristo e quem se associa ao sofrimento dos necessitados para a unidade do corpo».[6] Ser um no Um, na proximidade, na presença, no amor recebido e partilhado, e desfrutar, tal como São Francisco, da doçura de o ter encontrado.

2 - A missão partilhada no cuidado dos doentes.

São Lucas continua dizendo que o samaritano “encheu-se de compaixão”. Ter compaixão implica uma emoção profunda, que conduz à ação. É um sentimento que brota do interior e leva a assumir um compromisso com o sofrimento alheio. Nesta parábola, a compaixão é a característica distintiva do amor ativo. Não é teórica nem sentimental, mas traduz-se em gestos concretos: o samaritano aproxima-se, cura, responsabiliza-se e cuida. Mas, atenção, pois ele não o faz sozinho, individualmente: «o samaritano procurou um estalajadeiro que pudesse cuidar daquele homem, como nós estamos chamados a convidar outros e a encontrar-nos num “nós” mais forte do que a soma de pequenas individualidades».[7] Na minha experiência como missionário e bispo no Peru, eu mesmo constatei como muitas pessoas partilham a misericórdia e a compaixão ao estilo do samaritano e do estalajadeiro. Familiares, vizinhos, profissionais e agentes pastorais da saúde e tantos outros que param, se aproximam, curam, carregam, acompanham e oferecem o que têm, dando à compaixão uma dimensão social. Esta experiência, que se realiza num entrelaçamento de relações, ultrapassa o mero compromisso individual. Assim, na Exortação apostólica Dilexi te, não me referi apenas ao cuidado dos doentes como uma “parte importante” da missão da Igreja, mas como uma autêntica “ação eclesial” (n. 49). Nela, citei São Cipriano para demonstrar como, nessa dimensão, podemos verificar a saúde da nossa sociedade: «Esta epidemia que parece tão horrível e funesta põe à prova a justiça de cada um e experimenta o espírito dos homens, verificando se os sãos servem aos enfermos, se os parentes se amam sinceramente, se os senhores têm piedade dos servos enfermos, se os médicos não abandonam os doentes que imploram».[8]

No Um ser um supõe sentirmo-nos verdadeiramente membros de um corpo no qual carregamos, segundo a nossa própria vocação, a compaixão do Senhor pelo sofrimento de todos os homens[9]. Além disso, a dor que nos comove não é uma dor alheia, é a dor de um membro do nosso próprio corpo, ao qual a nossa Cabeça nos manda acudir para o bem de todos. Nesse sentido, identifica-se com a dor de Cristo e, oferecida cristãmente, acelera o cumprimento da oração do próprio Salvador pela unidade de todos.[10]

3 - Movidos sempre pelo amor a Deus, para nos encontrarmos a nós mesmos e ao próximo.

No duplo mandamento – «Amarás ao Senhor, teu Deus, com todo o teu coração, com toda a tua alma, com todas as tuas forças e com todo o teu entendimento, e ao teu próximo como a ti mesmo» (Lc 10, 27) –, podemos reconhecer a primazia do amor a Deus e a sua direta consequência na forma do homem amar e se relacionar, em todas as suas dimensões. «O amor ao próximo é a prova tangível da autenticidade do amor a Deus, como atesta o Apóstolo João: “A Deus nunca ninguém o viu; se nos amarmos uns aos outros, Deus permanece em nós e o seu amor chegou à perfeição em nós. […] Deus é amor, e quem permanece no amor permanece em Deus, e Deus nele” (1 Jo 4, 12.16)».[11] Embora o objeto desse amor seja distinto – Deus, o próximo e nós mesmos –, e, nesse sentido, possamos entendê-los como amores distintos, eles são sempre inseparáveis.[12] A primazia do amor divino implica que a ação do homem seja realizada sem interesse pessoal ou recompensa, mas como manifestação de um amor que transcende as normas rituais e se traduz num culto autêntico: servir o próximo é amar a Deus na prática.[13]

Esta dimensão também nos permite contrastar o que significa amar-se a si mesmo. Implica afastar de nós o interesse de basear a nossa autoestima ou o sentido da nossa própria dignidade em estereótipos de sucesso, carreira, posição ou linhagem,[14] recuperando pelo contrário a nossa própria posição diante de Deus e do irmão. Bento XVI dizia que «de natureza espiritual, a criatura humana realiza-se nas relações interpessoais: quanto mais as vive de forma autêntica, tanto mais amadurece a própria identidade pessoal. Não é isolando-se que o homem se valoriza a si mesmo, mas relacionando-se com os outros e com Deus».[15]

Queridos irmãos e irmãs, «o verdadeiro remédio para as feridas da humanidade é um estilo de vida baseado no amor fraterno, que tem as suas raízes no amor de Deus».[16] Desejo vivamente que nunca falte no nosso estilo de vida cristão esta dimensão fraterna, “samaritana”, inclusiva, corajosa, comprometida e solidária, que tem a sua raiz mais íntima na nossa união com Deus, na fé em Jesus Cristo. Inflamados por esse amor divino, poderemos realmente entregar-nos em favor de todos os que sofrem, especialmente dos nossos irmãos doentes, idosos e aflitos.

Elevemos a nossa oração à Bem-Aventurada Virgem Maria, Saúde dos Enfermos, pedindo a sua ajuda por todos aqueles que sofrem e que precisam de compaixão, escuta e consolo, e supliquemos a sua intercessão com esta antiga oração, que se rezava em família, pelos que vivem na doença e na dor:

Doce Mãe, não vos afasteis,

vossos olhos de mim não aparteis.

Vinde comigo por todo o caminho,

e nunca me deixeis sozinho.

Já que me protegeis tanto

como uma verdadeira Mãe,

fazei com que me abençoem o Pai,

o Filho e o Espírito Santo.

Concedo de coração a minha bênção apostólica a todos os doentes, às suas famílias e aos que cuidam deles; também aos profissionais e agentes da pastoral da saúde e, muito especialmente, aos que participam neste Dia Mundial do Doente.

Vaticano, 13 de janeiro de 2026

LEÃO PP. XIV

[1] Francisco, Carta enc. Fratelli tutti (3 de outubro de 2020), 63.

[2] Cf. ibid., 80-82.

[3] Cf. Santo Agostinho, Sermão 171, 2; 179 A, 7.

[4] Cf. Bento XVI, Carta enc. Deus caritas est (25 de dezembro de 2005), 34; João Paulo II, Carta ap. Salvifici doloris (11 de fevereiro de 1984), 28.

[5] São Francisco de Assis, Testamento 2: Fontes Franciscanas, 110.

[6] Santo Ambrósio, Tratado sobre o Evangelho de São Lucas VII, 84.

[7] Francisco, Carta enc. Fratelli tutti (3 de outubro de 2020), 78.

[8] São Cipriano, De mortalitate, 16.

[9] Cf. São João Paulo II, Carta ap. Salvifici doloris (11 de fevereiro de 1984), 24.

[10] Cf. ibid., 31.

[11] Exort. ap. Dilexi te (4 de outubro de 2025), 26.

[12] Cf. ibid.

[13] Francisco, Carta enc. Fratelli tutti (3 de outubro de 2020), 79.

[14] Cf. ibid., 101.

[15] Bento XVI, Carta enc. Caritas in veritate (29 de junho de 2009), 53.

[16] Francisco, Mensagem aos participantes do 33º Festival Internacional da Juventude, Medjugorje, 1-6 de agosto de 2022 (2 de agosto de 2022).

[00096-PO.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

Współczucie Samarytanina: miłować, niosąc cierpienie drugiego człowieka

Drodzy Bracia i Siostry!

XXXIV Światowy Dzień Chorego będzie uroczyście obchodzony w Chiclayo w Peru, w dniu 11 lutego 2026 r. Z tej okazji chciałem ponownie zaproponować obraz miłosiernego Samarytanina, zawsze aktualny i nieodzowny, aby na nowo odkryć piękno miłości i społeczny wymiar współczucia oraz zwrócić uwagę na potrzebujących i na cierpiących, jakimi są chorzy.

Wszyscy słyszeliśmy i czytaliśmy ten poruszający tekst św. Łukasza (por. Łk 10, 25-37). Uczonemu w Prawie, który pyta Go, kogo należy miłować jako bliźniego, Jezus odpowiada, przytaczając opowieść: pewien człowiek, podróżujący z Jerozolimy do Jerycha, został napadnięty przez zbójców i pozostawiony na pół umarły; kapłan i lewita przeszli obok niego obojętnie, ale Samarytanin, widząc go, wzruszył się głęboko, opatrzył jego rany, zabrał go do gospody i zapłacił za opiekę nad nim. Chciałbym zaproponować refleksję nad tym fragmentem biblijnym, stosując klucz hermeneutyczny Encykliki Fratelli tutti, mojego drogiego Poprzednika, Papieża Franciszka, w której współczucie i miłosierdzie wobec potrzebujących nie sprowadzają się jedynie do wysiłku indywidualnego, ale realizują się w relacji: z bratem w potrzebie, z tymi, którzy się nim opiekują, a – co najważniejsze – z Bogiem, który obdarza nas swoją miłością.

1. Dar spotkania: radość dawania bliskości i obecności

Jesteśmy zanurzeni w kulturze prędkości, natychmiastowości, pośpiechu, a także odrzucenia i obojętności, która uniemożliwia nam podejście i zatrzymanie się w drodze, aby dostrzec potrzeby i cierpienia, które nas otaczają. Przypowieść opowiada, że Samarytanin, widząc rannego, nie „minął go”, ale wejrzał na niego spojrzeniem otwartym i uważnym, spojrzeniem Jezusa, który doprowadził go do ludzkiej bliskości i solidarności. Samarytanin „zatrzymał się, zbliżył się do niego, osobiście go leczył, zapłacił z własnej kieszeni i zaopiekował się nim. Przede wszystkim (…) dał mu swój czas”[1]. Jezus nie uczy, kim jest bliźni, ale jak stać się bliźnim, to znaczy, jak stać się bliskim[2]. W tym kontekście możemy stwierdzić za św. Augustynem, że Pan nie chciał nauczyć kim był bliźni tego człowieka, ale dla kogo on powinien stać się bliźnim. Rzeczywiście, nikt nie jest bliźnim dla drugiego dopóki nie zbliży się do niego z własnej woli. Dlatego bliźnim stał się ten, który okazał miłosierdzie[3].

Miłość nie jest bierna, wychodzi na spotkanie drugiemu; bycie bliźnim nie zależy od fizycznej lub społecznej bliskości, ale od decyzji, by miłować. Dlatego chrześcijanin staje się bliźnim cierpiącego, naśladując przykład Chrystusa, prawdziwego boskiego Samarytanina, który przybliżył się do zranionej ludzkości. Nie są to zwykłe gesty filantropii, ale znaki, w których można dostrzec, że osobiste uczestnictwo w cierpieniach drugiego człowieka oznacza dar z siebie, wykracza poza zaspokajanie potrzeb, aby sprawić, że nasza osoba stałaby się częścią daru[4]. Miłość ta musi karmić się spotkaniem z Chrystusem, który z miłości oddał się za nas. Św. Franciszek wyjaśnił to bardzo dobrze, gdy – mówiąc o swoim spotkaniu z trędowatymi – stwierdził: „Pan sam wprowadził mnie między nich”[5], ponieważ przez nich odkrył słodką radość miłowania.

Dar spotkania rodzi się z więzi z Jezusem Chrystusem, utożsamianym przez nas z miłosiernym Samarytaninem, który przyniósł nam wieczne zbawienie i którego czynimy obecnym, gdy pochylamy się nad poranionym bratem. Św. Ambroży mówił: „Ponieważ nikt nie jest tak bliski, jak ten, który uleczył nasze rany, kochajmy Go, jako Pana, miłujmy Go jako bliźniego; nic nie jest tak sobie bliskie jak głowa członkom. Kochajmy też tego, kto jest naśladowcą Chrystusa. Miłujmy tego, który dzięki wspólnocie z innymi co do ciała, lituje się nad cudzymi potrzebami”[6]. Być jedno w Jednym, w bliskości, w obecności, w otrzymanej i dzielonej miłości, i cieszyć się – podobnie jak św. Franciszek – słodyczą spotkania z Nim.

2. Wspólna misja opieki nad chorymi

Św. Łukasz mówi dalej, że Samarytanin „wzruszył się głęboko”. Okazywanie współczucia zakłada głębokie emocje, które skłaniają do działania. Jest to uczucie wypływające z wnętrza i prowadzące do zaangażowania się w cierpienie innych. W tej przypowieści współczucie jest cechą wyróżniającą czynnej miłości. Nie jest ona teoretyczna ani sentymentalna, lecz przekłada się na konkretne czyny; Samarytanin podchodzi, opatruje rany, zajmuje się i opiekuje. Ale uwaga – nie czyni tego sam, indywidualnie; „jak Samarytanin szukał gospodarza, który mógłby zaopiekować się tym człowiekiem, tak i my jesteśmy wezwani do zaproszenia i spotkania się w «nas», które jest silniejsze niż suma małych indywidualności”[7]. Mając doświadczenie jako misjonarz i biskup w Peru, sam przekonałem się, jak wiele osób dzieli się miłosierdziem i współczuciem na wzór Samarytanina i właściciela gospody. Członkowie rodziny, sąsiedzi, pracownicy służby zdrowia, osoby pracujące w duszpasterstwie służby zdrowia i wielu innych, którzy zatrzymują się, podchodzą, leczą, niosą, towarzyszą i ofiarowują to, co mają, nadają współczuciu wymiar społeczny. To doświadczenie, które realizuje się w sieci relacji, wykracza poza zaangażowanie jedynie indywidualne. W taki też sposób w Adhortacji apostolskiej Dilexi te odniosłem się do opieki nad chorymi nie tylko jako do „istotnej części” misji Kościoła, ale jako do autentycznego „działania kościelnego” (nr 49). Cytowałem w niej św. Cypriana, aby ukazać, jak w tym wymiarze możemy sprawdzić stan zdrowia naszego społeczeństwa: „Ta zaraza, która wydaje się tak straszna i śmiertelna, wystawia na próbę sprawiedliwość każdego człowieka i sprawdza ducha ludzi, czy zdrowi służą chorym, czy krewni szczerze się miłują, czy panowie mają litość dla chorych sług, czy lekarze nie opuszczają chorych, błagających o pomoc”[8].

Bycie jedno w Jednym oznacza, że czujemy się prawdziwie członkami ciała, w którym zgodnie z naszym powołaniem niesiemy współczucie Pana wobec cierpienia wszystkich ludzi[9]. Co więcej, wzruszający nas ból, nie jest bólem obcym, lecz jest cierpieniem części naszego własnego ciała, o które nasza Głowa poleca nam troszczyć się dla dobra wszystkich. W tym sensie utożsamia się ono z cierpieniem Chrystusa i – ofiarowane w duchu chrześcijańskim – przyspiesza spełnienie modlitwy samego Zbawiciela o jedność wszystkich[10].

3. Zawsze kierowani miłością do Boga, aby spotkać się z nami samymi i z bratem

W podwójnym przykazaniu: „Będziesz miłował Pana, Boga swego, całym swoim sercem, całą swoją duszą, całą swoją mocą i całym swoim umysłem; a swego bliźniego jak siebie samego” (Łk 10, 27), możemy dostrzec prymat miłości Boga i jej bezpośredni wpływ na sposób miłowania i nawiązywania relacji przez człowieka we wszystkich ich wymiarach. „Miłość bliźniego jest namacalnym dowodem autentyczności miłości Boga, jak poświadcza Jan Apostoł: «Nikt nigdy Boga nie oglądał. Jeżeli miłujemy się wzajemnie, Bóg trwa w nas i miłość ku Niemu jest w nas doskonała. (…) Bóg jest miłością: kto trwa w miłości, trwa w Bogu, a Bóg trwa w nim» (1 J 4, 12.16)”[11]. Chociaż przedmiot tej miłości jest odmienny: Bóg, bliźni i my sami, i w tym sensie możemy je rozumieć jako różne rodzaje miłości, to są one zawsze nierozłączne[12]. Prymat miłości Boga oznacza, że działania człowieka nie są podejmowane ze względu na korzyści osobiste lub w celu uzyskania nagrody, ale jako przejaw miłości, która wykracza poza normy obrzędowe i przekłada się na autentyczny kult: służenie bliźniemu jest miłowaniem Boga w praktyce[13].

Ten wymiar pozwala nam również stwierdzić, co oznacza miłość siebie samego. Zakłada ona odejście od zainteresowania budowaniem naszej samooceny lub poczucia naszej godności w stereotypach sukcesu, kariery, pozycji lub pochodzenia[14] i odnajdywanie naszego właściwego miejsca wobec Boga i bliźniego. Benedykt XVI powiedział, że „istota ludzka, ze względu na swoją naturę duchową, realizuje się w relacjach międzyosobowych. W im bardziej autentyczny sposób je przeżywa, tym bardziej dojrzewa jej tożsamość osobista. Człowiek dowartościowuje siebie nie przez izolację, lecz poprzez relacje nawiązywane z innymi oraz z Bogiem”[15].

Drodzy bracia i siostry, „prawdziwym lekarstwem na rany człowieka jest życie ugruntowane na miłości braterskiej, która znajduje swoje źródło w miłości Boga”[16]. Gorąco pragnę, aby w naszym chrześcijańskim stylu życia nigdy nie zabrakło tego wymiaru braterskiego, „samarytańskiego”, inkluzywnego, odważnego, zaangażowanego i solidarnego, który swoje najgłębsze korzenie ma w naszej jedności z Bogiem, w wierze w Jezusa Chrystusa. Rozpaleni tą Bożą miłością, będziemy mogli naprawdę poświęcić się wszystkim cierpiącym, zwłaszcza naszym braciom chorym, starszym i uciśnionym.

Wznieśmy naszą modlitwę do Najświętszej Maryi Panny, Uzdrowienia Chorych; prośmy o Jej pomoc dla wszystkich cierpiących, potrzebujących współczucia, wysłuchania i pocieszenia, i błagajmy o Jej wstawiennictwo tą starożytną modlitwą, którą odmawiano w rodzinie za tych, którzy żyją w chorobie i cierpieniu:

Słodka Matko, nie opuszczaj [mnie],

Twego wzroku ode mnie nie odwracaj.

Pójdź ze mną dokądkolwiek

i nigdy nie pozostawiaj mnie samego.

Ty, która zawsze mnie chronisz,

jako moja prawdziwa Matka,

spraw, żeby błogosławił mi Ojciec

i Syn, i Duch Święty.

Z całego serca udzielam wszystkim Apostolskiego Błogosławieństwa: chorym, ich rodzinom i tym, którzy się nimi opiekują, pracownikom służby zdrowia, pracującym w duszpasterstwie służby zdrowia, a w szczególności tym, którzy uczestniczą w tym Światowym Dniu Chorego.

Z Watykanu, 13 stycznia 2026 r.

LEON PP. XIV

[1] Franciszek, Enc. Fratelli tutti (3 października 2020), 63

[2] Por. tamże, 80-82.

[3] Por. Św. Augustyn, Sermo 171, 2; Sermo 179A, 7.

[4] Por. Benedykt XVI, Enc. Deus caritas est (25 grudnia 2005), 34; Św. Jan Paweł II, List apost. Salvifici doloris (11 lutego 1984), 28.

[5] Św. Franciszek z Asyżu, Testament, 2: Źródła Franciszkańskie, Kraków 2005, s. 155.

[6] Św. Ambroży, Expositio Evangelii secundum Lucam, VII, 84: Wykład Ewangelii według św. Łukasza VII, 84, tłum. o. Władysław Szołdrski, Warszawa 1977, s. 283.

[7] Franciszek, Enc. Fratelli tutti (3 października 2020), 78.

[8] Św. Cyprian, De mortalitate, 16: por. Pisma i traktaty, tłum. ks. Jan Czuj, Poznań 1937, s. 264.

[9] Por. Św. Jan Paweł II, List apost. Salvifici doloris (11 lutego 1984), 24

[10] Por. tamże, 31.

[11] Adhort. apost. Dilexi te (4 października 2025), 26.

[12] Por. tamże.

[13] Por. Franciszek, Enc. Fratelli tutti (3 października 2020), 79.

[14] Por. tamże, 101.

[15] Benedykt XVI, Enc. Caritas in veritate (29 czerwca 2009), 53.

[16] Franciszek, Przesłanie do uczestników 33. Międzynarodowego Festiwalu Młodych (MLADIFEST), Medziugorie, 1-6 sierpnia 2022 (16 lipca 2022).

[00096-PL.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua araba

رسالة قداسة البابا لاوُن الرَّابع عشر

في اليوم العالميّ الرَّابع والثّلاثين للمريض

11 شباط/فبراير 2026

”رحمة السّامريّ: أن نحبّ ونحمل ألم الآخر“

أيّها الإخوة والأخوات الأعزّاء،

سيتمّ الاحتفال باليوم العالميّ الرَّابع والثّلاثين للمريض بشكلٍ رسميّ في شيكلايو، بيرو، في 11 شباط/فبراير 2026، ولذلك أردتُ أن أقدّم مرّة أخرى صورة السّامريّ الرّحيم، وهي صورة حيّة دائمًا وضروريّة لكي نكتشف دائمًا جمال المحبّة والبعد الاجتماعيّ للرّحمة، لكي نوجّه انتباهنا إلى المحتاجين والمتألّمين، ومن بينهم المرضى.

أصغينا وقرأنا كلّنا هذا النّصّ المؤثّر من إنجيل القدّيس لوقا (راجع لوقا 10، 25-37). عندما سأل أحد معلّمي الشّريعة يسوع من هو قريبي الذي يجب أن أحبّه، أجابه بقصة: كان هناك رجلٌ مسافرٌ من أورشليم إلى أريحا، فاعترضه لصوص واعتدوا عليه وتركوه بين حيّ وميت. مرّ به كاهن ولاويّ، لكنّهما مضيا في طريقهما، بينما السّامريّ أشفق عليه، فضمّد جراحه، وحمله إلى فندق ودفع لكي يتمّ الاعتناء به. أردت أن أقدّم التأمّل في هذا المقطع من الكتاب المقدّس، لنقرأه بحسب مفتاح التّفسير في الرّسالة البابويّة العامّة ”كلّنا إخوة“ لسلفي العزيز البابا فرنسيس، وفيها لا تنحصر الرّأفة والرّحمة تجاه المحتاج في مجرّد جهد فردي، بل تتحقّق في العلاقة: مع الأخ المُحتاج، ومع الذين يهتمّون به، وفي الأساس، مع الله الذي يمنحنا محبّته.

1. عطيّة اللقاء: فرح تقديم القُرب والحضور

نعيش مُنغمسين في ثقافة السّرعة، نريد كلّ شيء فورًا وبسرعة، وأيضًا في ثقافة الإقصاء واللامبالاة، التي تمنعنا من أن نقترب بعضنا من بعض وأن نتوقّف في مسيرتنا لكي ننظر إلى احتياجات وآلام من هُم حولنا. روى المثل أنّ السّامريّ عندما رأى الجريح، لم ”يَمِل عنه ويَمضي“، بل نظر إليه نظرة منفتحة ومتنبّهة، نظرة يسوع، التي دفعته إلى أن يكون قريبًا منه، إنسانًا متضامنًا معه. توقّف السّامريّ: "وأظهر له قربه منه، وعالجه بيديه، وأخرج المال من جيبه واعتنى به. وفوق كلّ شيء، [...]، أعطاه وقته"[1]. يسوع لا يعلّمنا من هو القريب، بل كيف نصير نحن قريبين.[2] في هذا، يمكننا أن نؤكّد مع القدّيس أغسطينس أنّ الرّبّ يسوع لم يُرد أن يعلّم من هو قريب ذلك الرّجل، بل إلى مَن كان يجب أن يصير هو قريبًا. في الواقع، لا أحد يكون قريبًا للآخر إلّا إذا اقترب منه طوعًا. لذلك، الذي أظهر رحمة صار له قريبًا.[3]

المحبّة لا تنتظر، بل تذهب إلى لقاء الآخر. والقرب لا يعني القرب الجسديّ أو الاجتماعيّ، بل هو قرارنا أن نحبّ. لذلك يصير المسيحيّ قريبًا من المتألّم، ويقتدي بمثال المسيح، السّامريّ الإلهيّ الحقيقيّ، الذي اقترب من البشريّة المجروحة. ليس القرب أن تقوم بأعمال محبّة، بل هي مبادرات نُدرك بها أنّ مشاركتنا الشّخصيّة في آلام الآخر، تعني بذلَ ذاتنا، وهذا يعني الذّهاب إلى أبعد من تلبية الاحتياجات، حتّى نصل إلى أن نصير نحن جزءًا من العطاء.[4] هذه المحبّة تتغذّى بالضّرورة من اللقاء مع المسيح، الذي بذل نفسه حبًّا من أجلنا. شرح القدّيس فرنسيس ذلك بشكلٍ جيّد، عندما تكلّم على لقائه مع البُرْص، قال: "قادَني الرّبّ إليهم"[5]، لأنّه اكتشف من خلالهم فرح المحبّة العذب.

عطيّة اللقاء تُولد من ارتباطنا بيسوع المسيح، الذي نرى فيه السّامريّ الرّحيم الذي منحنا الشّفاء الأبدي، والذي نجعله حاضرًا عندما ننحني على الأخ الجريح. قال القدّيس أمبروزيوس: "بما أنّه لا يوجد أحد قريبًا منّا حقًّا مثل الذي شفى جراحنا، فلنحبّه ولنرَ فيه ربّنا، ولنُحبَّه لأنّه قريب منّا. في الواقع، لا شيء أقرب إلى الأعضاء من الرّأس! ولنحبّ أيضًا من يقتدي بالمسيح، وكلّ من يشارك في ألم المحتاج، من أجل وَحدة الجسد"[6]. فنكون واحدًا في الواحد، في قُربنا، وحضورنا، وفي المحبّة التي قبلناها وتَشارَكْنا فيها مع الآخرين. كذلك نتذوّق، مثل القدّيس فرنسيس، حلاوة لقائنا معه.

2. الرّسالة المشتركة في الاهتمام بالمرضى

تابع القدّيس لوقا قائلًا إنّ السّامريّ ”أشفق“. الرّحمة تعني شعورًا داخليًّا عميقًا يدفع إلى العمل. إنّها شعور يُولد من الدّاخل ويقودنا إلى الالتزام تجاه ألم الآخر. في هذا المثل، الرّحمة هي السّمة المميِّزة للمحبّة التي تعمل. ليست نظريّة ولا عاطفيّة، بل تظهر في أعمال حقيقيّة: اقترب السّامريّ، واهتمّ، وأخذ على عاتقه، واعتنى. ولكن، لنتنبّه: لم يقم بذلك وحده، وبشكل مُنفرد. "بحث السّامري عن صاحب فندق يستطيع أن يعتني بهذا الرّجل، نحن أيضًا مدعوّون إلى الاجتماع واللقاء في جماعة، في ”نحن“، أقوى من مجموع الأفراد"[7]. رأيتُ بنفسي، في خبرتي كمُرسل وأسقف في البيرو، كيف يشارك أناسٌ كثيرون في عمل الرّحمة والرّأفة، مثل السّامريّ وصاحب الفندق. الأقارب، والجيران، والعاملون في المجال الصّحّي، والعاملون الرّعويّون في مجال الصّحّة وغيرهم كثيرون الذين يتوقّفون، ويقتربون، ويعتنون، ويحملون أثقال غيرهم، ويرافقون ويقدّمون ممّا لديهم، هؤلاء يُعطون الرّحمة بُعدًا اجتماعيًّا. هذه الخبرة، التي تتحقّق في شبكة من العلاقات، تتجاوز الالتزام الفرديّ البسيط. لذلك، في الإرشاد الرّسوليّ ”لقد أَحبَبتُكَ“ لم أتكلّم فقط على الاهتمام بالمرضى على أنّه ”جزء مهمّ“ من رسالة الكنيسة، بل على أنّه "عمل كنسيّ" حقيقيّ (رقم 49). في الإرشاد الرّسوليّ استشهدتُ بالقدّيس كبريانوس لأبيّن كيف يمكننا بهذا البُعد أن نتحقّق من صحَّة مجتمعنا: "هذا الوباء، الذي يبدو مرعبًا وقاتلًا، هو امتحان للعدل في الأفراد واختبار للمشاعر الإنسانيّة! هذا الوباء يبيِّن هل يساعد الأصّحاءُ المرضى، وهل يحبّ الأقارب أقاربهم كما يجب، وهل يرأف الأسياد بعبيدهم المصابين بالمرض، وهل لا يُهمِل الأطباء المرضى الذين هم بحاجة إلى المساعدة"[8].

أن نكون واحدًا في الواحد يعني أن نشعر حقًا بأنّنا أعضاء في جسد نحمل فيه رحمة الرّبّ يسوع لآلام كلّ إنسان، كلٌّ حسب دعوته.[9] بالإضافة إلى ذلك، الألم الذي يحرّكنا ليس ألمًا غريبًا عنّا: إنّه ألم عضوٍ من جسدنا نفسه، الذي يُرسلنا إليه رأسنا من أجل خير الجميع. بهذا المعنى، يتساوى هذا الألم مع ألم المسيح، ويُسرّع تحقيق صلاة المخلّص من أجل وَحدة الجميع، إن قدّمناه بروح مسيحيّة.[10]

3. حبّ الله يدفعنا دائمًا، لنلتقي بأنفسنا وبأخينا

في الوصيّة المزدوجة: "أَحبِبِ الرَّبَّ إِلٰهَكَ بِكُلِّ قَلبِكَ، وكُلِّ نَفسِكَ، وكُلِّ قُوَّتِكَ، وكُلِّ ذِهنِكَ، وأَحبِبْ قَريبَكَ حُبَّكَ لِنَفسِكَ" (لوقا 10، 27)، يمكننا أن نرى أولويّة محبّة الله ونتيجتها المباشرة في كيفيّة محبّة الإنسان وتعامله مع الآخرين في جميع مجالات الحياة. "محبّة القريب هي البرهان الملموس على صدق محبّتنا لله، كما يقول الرّسول يوحنّا: "إِنَّ اللهَ ما عايَنَه أَحَدٌ قَطّ. فإِذا أَحَبَّ بَعضُنا بَعضًا، فاللهُ فينا مُقيمٌ ومَحبَّتُه فينا مُكتَمِلَة. [...] اللهُ مَحبَّة، فمَن أَقامَ في المَحبَّةِ أَقامَ في الله وأَقامَ اللهُ فيه" (1 يوحنّا 4، 12. 16)"[11]. مع أنّ غاية هذه المحبّة مختلفة: الله، والقريب، وأنفسنا، ويمكنّنا فهمها على أنّها طرق محبّة متميّزة، إنّما هي واحدة دائمًا غير قابلة للانفصال.[12] أولويّة المحبّة الإلهيّة تعني أن يقوم الإنسان بعمله دون مصلحة شخصيّة أو مكافأة، بل هي تعبير عن محبّة تتجاوز معايير العبادات الخارجيّة وتصير عبادة حقيقيّة: خدمة القريب هي محبّة الله عمليًّا.[13]

في هذه الرّؤية، يمكن أن نفهم ما يعني أن يحبّ الإنسان نفسه. هذا يفترض أن نبعِد عن أنفسنا تجربة تأسيس تقديرنا لأنفسنا أو لكرامتنا على أنماط النّجاح أو المسيرة المهنيّة أو المركز الاجتماعيّ أو النّسب[14]، بل يجب أن نكتشف موقعنا الصّحيح أمام الله وأمام أخينا الإنسان. وقال البابا بندكتس السّادس عشر: "المخلوقُ البشريّ، لكونه ذا طبيعةٍ روحيّة، يُحقِّقُ ذاتَه في العلاقات مع أَمثاله. فكلّما عاشَها بطريقة صحيحة كلّما ازدادَ نضجًا في هويته الشّخصيّة. فالإنسانُ لا يجدُ قيمتَه بالانعزال عن الآخرين، بل في العلاقات معهم ومع الله"[15].

أيّها الإخوة والأخوات الأعزّاء، "العلاج الحقيقيّ لجِراح البشريّة هو أسلوب حياة يرتكز على المحبّة الأخويّة، التي تجد جذورها في محبّة الله"[16]. أتمنّى بكلّ قوّتي ألّا يغيب أبدًا عن أسلوب حياتنا المسيحيّة هذا البعد الأخويّ، ”والسّامريّ“، والشّامل، والشّجاع، والملتزم، والمتضامن، الذي يجد جذوره العميقة في اتّحادنا بالله وفي الإيمان بيسوع المسيح. وبدافع هذه المحبّة الإلهيّة، سنتمكّن من أن نبذل أنفسنا حقًّا من أجل جميع المتألّمين، وخاصّةً إخوتنا وأخواتنا المرضى، وكبار السّنّ، والحزانى.

لنرفع صلاتنا إلى سيّدتنا مريم العذراء، شفاء المرضى، ولنطلب عَونها لكلّ المتألّمين، والمحتاجين إلى الرّحمة والإصغاء والعزاء. ولنلتمس شفاعتها بهذه الصّلاة القديمة التي كانت تُتلى في العائلة من أجل الذين يعيشون في المرض والألم:

أيّتها الأم الحنونة، لا تبتعدي،

ولا تصرفي نظرك عنّي.

تعالي معي حيث أمضي،

ولا تتركيني وحيدًا أبدًا.

وبما أنّك تحمينني كثيرًا كأمّ حقيقيّة،

فليباركني الآب، والابن، والرّوح القدس.

أمنح من كلّ قلبي بركتي الرّسوليّة لجميع المرضى، وعائلاتهم، والذين يعتنون بهم، والعاملين في مجال الرّعاية الصّحّيّة، والعاملين الرّعويّين في مجال الصّحّة، وخاصّة المشاركين في هذا اليوم العالميّ للمريض.

من حاضرة الفاتيكان، يوم 13 كانون الثّاني/يناير من عام 2026.

لاوُن الرَّابع عشر

[00096-AR.01] [Testo originale: Italiano]

[B0053-XX.01]

[1] فرنسيس، رسالة بابويّة عامّة، كلّنا إخوة (3 تشرين الأوّل/أكتوبر 2020)، 63.

[2] راجع المرجع نفسه، 80-82.

[3] راجع أغسطينس، العظة 171، 2؛ 179 أ، 7.

[4] راجع بندكتس السّادس عشر، رسالة بابويّة عامّة، الله محبّة (25 كانون الأوّل/ديسمبر 2005)، 34؛ القدّيس يوحنّا بولس الثّاني، رسالة بابويّة، الألم الخلاصيّ (11 شباط/فبراير 1984)، 28.

[5] القدّيس فرنسيس الأسيزي، الوصيّة 2: مصادر فرنسيسكانيّة، 110.

[6] القدّيس أمبروزيوس، شرح إنجيل القدّيس لوقا، 7، 84.

[7] فرنسيس، رسالة بابويّة عامّة، كلّنا إخوة (3 تشرين الثّاني/أكتوبر 2020)، 78.

[8] القدّيس كبريانوس، الموتى، 16.

[9] راجع القدّيس يوحنّا بولس الثّاني، رسالة بابويّة، الألم الخلاصيّ (11 شباط/فبراير 1984)، 24.

[10] راجع المرجع نفسه، 31.

[11] الإرشاد الرّسوليّ، لقد أَحبَبتُكَ (4 تشرين الأوّل/أكتوبر 2025)، 26.

[12] راجع المرجع نفسه.

[13] راجع فرنسيس، رسالة بابويّة عامّة، كلّنا إخوة (3 تشرين الأوّل/أكتوبر 2020)، 79.

[14] راجع المرجع نفسه، 101.

[15] بندكتس السّادس عشر، رسالة بابويّة عامّة، المحبّة في الحقّ (29 حزيران/يونيو 2009)، 53.

[16] فرنسيس، رسالة إلى المشاركين في المهرجان الدّولي الثّالث والثلاثين للشّباب، ميدوغوريه، 1-6 آب/أغسطس 2022 (16 تموز/يوليو 2022).

© Bollettino Santa Sede - 20 gennaio 2026