Alle ore 12 di questa mattina, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i partecipanti al Capitolo Generale dell’Ordine della Beata Maria Vergine della Mercede (Mercedari) nell’VIII centenario dell’Ordine.
Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti all’Udienza:
Discorso del Santo Padre
Queridos hermanos y hermanas,
Les doy la bienvenida y agradezco al Padre Pablo Bernardo Ordoñe sus palabras. Encomiendo al Señor los trabajos de esta asamblea capitular y los proyectos de bien que se programan para este sexenio, confiando a la maternal protección de Nuestra Señora de la Merced el nuevo equipo de gobierno que surgirá de vuestra deliberación.
Con el lema «La Merced: memoria y profecía en las periferias de la libertad» están afrontando este Capítulo General que se abre a la próxima celebración del octavo centenario de la Orden. Una memoria que evoca las grandes gestas cumplidas en estos ocho siglos: la obra de la redención de cautivos, la audaz misión en el nuevo mundo, así como a tantos miembros ilustres por santidad y letras que engalanan su historia. Ciertamente, mucho hay que recordar, y nos hace bien recordar.
Pero este recuerdo no debe limitarse a una exposición del pasado, sino que ha de ser un acto sereno y consciente que nos permita evaluar nuestros logros, sin olvidar nuestros límites y, sobre todo, afrontar los desafíos que la humanidad nos plantea. Este capítulo puede ser una ocasión privilegiada para un diálogo sincero y provechoso que no se quede en un pasado glorioso, sino que examine las dificultades encontradas en ese camino, las vacilaciones y también los errores. La verdadera vida de la Orden ha de buscarse en el constante esfuerzo por adecuarse y renovarse, a fin de poder dar una respuesta generosa a las necesidades reales del mundo y de la Iglesia, siendo fieles al patrimonio perenne del que son depositarios.
Con este espíritu, podemos hablar realmente de profecía, no podemos hacerlo de otro modo. Porque ser profeta es prestar nuestra voz humana a la Palabra eterna, olvidarnos de nosotros mismos para que sea Dios quien manifieste su omnipotencia en nuestra debilidad. El profeta es un enviado, un ungido, ha recibido un don del Espíritu para el servicio del santo Pueblo fiel de Dios. Ustedes han recibido también un don y han sido consagrados para una misión que es una obra de misericordia: seguir a Cristo llevando la buena noticia del Evangelio a los pobres y la liberación a los cautivos (cf. Lc 4,18). Queridos hermanos, nuestra profesión religiosa es un don y una gran responsabilidad, pues lo llevamos en vasos de barro. No nos fiemos de nuestras propias fuerzas sino encomendémonos siempre a la misericordia divina. La vigilancia, la perseverancia en la oración, en el cultivo de la vida interior son los pilares que nos sostienen. Si Dios está presente en vuestras vidas, la alegría de llevar su Evangelio será vuestra fuerza y vuestro gozo. Dios nos ha llamado además a servirle dentro de la Iglesia y dentro de la Comunidad. Sosténganse en este camino común; que la comunión fraterna y la concordia en el bien obrar testimonien, antes que las palabras, el mensaje de Jesús y su amor a la Iglesia.
El profeta sabe ir a las periferias, a las que hay que acercarse ligero de equipaje. El Espíritu es un viento ligero que nos impulsa hacia adelante. Evocar qué movió a vuestros Padres y hacia dónde los dirigió, los compromete a seguir sus pasos. Ellos fueron capaces de quedarse como rehenes junto al pobre, al marginado, al descartado de la sociedad, para llevarle consuelo, sufriendo con él, completando en carne propia lo que falta a la pasión de Cristo (Col 1,24). Y esto un día y otro, en perseverancia, en el silencio de una vida entregada libre y generosamente. Seguirles es asumir que, para liberar, debemos hacernos pequeños, unirnos al cautivo, en la certeza que así no sólo cumpliremos nuestro propósito de redimir, sino que encontramos nosotros también la verdadera libertad, pues en el pobre y el cautivo reconocemos presente a nuestro Redentor.
En el octavo Centenario de la Orden, no dejen de «proclamar el año de gracia del Señor» a todos aquellos a los que son enviados: a los perseguidos por causa de su fe y a los privados de libertad, a las víctimas de la trata y a los jóvenes de sus escuelas, a los que atienden en sus obras de misericordia y a los fieles de las parroquias y las misiones que les han sido encomendadas por la Iglesia. Para cada uno de ellos y para la entera familia mercedaria va mi bendición y también mi ruego de que no se olviden de rezar por mí.
© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 2 maggio 2016
Cari fratelli e sorelle, vi do il benvenuto e ringrazio Padre Pablo Bernardo Ordoñe per le sue parole. Affido al Signore i lavori di questa assemblea capitolare e i progetti di bene programmati per questo sessennio, affidando alla materna protezione di Nostra Signora della Mercede il nuovo gruppo di governo che nascerà dalle vostre delib erazioni. Con il motto «La Merced, memoria y profecía en las periferías de la libertad» [L’Ordine della Mercede: memoria e profezia nelle periferie della libertà], state affrontando questo Capitolo Generale che si apre alla prossima celebrazione dell’ottavo centenario dell’Ordine. Una memoria che evoca le grandi imprese compiute in questi otto secoli: l’opera della redenzione di prigionieri e l’audace missione nel nuovo mondo, come pure tanti membri illustri per santità e lettere che adornano la vostra storia. Certamente, c’è molto da ricordare, e ci fa bene ricordare. Questo ricordo non deve però limitarsi a un’esposizione del passato, ma deve essere un atto sereno e consapevole che ci permetta di valutare i nostri successi, senza dimenticare i nostri limiti, e soprattutto affrontare le sfide che l’umanità ci pone. Questo capitolo può essere un’o ccasione privilegiata per un dialogo sincero e utile che non si fermi al passato glorioso, ma che esamini le difficoltà incontrate in questo cammino, le esitazioni e anche gli errori. La vera vita dell’Ordine si deve cercare nel costante sforzo di adeguarsi e di rinnovarsi, al fine di poter dare una risposta generosa ai bisogni reali del mondo e della Chiesa, mantenendovi fedeli al patrimonio perenne del quale siete depositari. Con questo spirito possiamo parlare realmente di profezia , non possiamo farlo in altro modo. Perché essere profeti è prestare la nostra voce umana alla Parola eterna, dimenticarci di noi stessi affinché sia Dio a manifestare la sua onnipotenza nella nostra debolezza. Il profeta è un inviato, un unto, ha ricevuto un dono dallo Spirito per il servizio al santo Popolo di Dio. Anche voi avete ricevuto un dono e siete stati consacrati per una missione che è un’opera di misericordia: seguire Cristo portando la buona novella del Vangelo ai poveri e la liberazione ai prigionieri (cfr. Lc 4, 18). Cari fratelli, la nostra professione religiosa è un dono e una grande responsabilità, perché la portiamo in vasi di terracotta. Non fidiamoci delle nostre sole forze senza affidarci sempre alla misericordia divina. La vigilanza e la perseveranza nella preghiera, nel coltivare la vita interiore, sono i pilastri che ci sostengono. Se Dio è presente nella nostra vita, la gioia di portare il suo Vangelo sarà la nostra forza e la nostra felicità. Dio ci ha anche chiamati a servirlo dentro la Chiesa e dentro la Comunità. Sostenetevi in questo cammino comune; che la comunione fraterna e la concordia nell’op erare bene testimonino, prima delle parole, il messaggio di Gesù e il suo amore per la Chiesa. Il profeta sa andare nelle periferie, a cui bisogna avvicinarsi con un bagaglio leggero. Lo Spirito è un vento leggero che ci spinge in avanti. Ricordare che cosa ha mosso i vostri padri e verso dove li ha portati, vi impegna e seguirne i passi. Loro sono stati capaci di restare come ostaggi accanto al povero, all’e m a rg i n a t o , all’escluso dalla società, per portargli consolazione, soffrendo con lui, completando nella propria carne quello che manca alla passione di Cristo (cfr. Col 1, 24). E questo ogni giorno, nella perseveranza, nel silenzio di una vita donata liberamente e generosamente. Seguirli è accettare che, per liberare, dobbiamo farci piccoli, unirci al prigioniero, nella certezza che così non solo realizzeremo il nostro proposito di redimere, ma troveremo anche noi la vera libertà, perché nel povero e nel prigioniero riconosciamo la presenza del nostro Redentore. Nell’ottavo Centenario dell’O rdine, non smettete di “proclamare l’anno di grazia del Signore” a tutti coloro ai quali siete stati inviati: ai perseguitati a causa della loro fede e a quanti sono stati privati della libertà, alle vittime della tratta e ai giovani delle vostre scuole, a quanti assistete nelle vostre opere di misericordia e ai fedeli delle parrocchie e delle missioni che vi sono state affidate dalla Chiesa. A ognuno di loro e all’intera famiglia mercedaria va la mia Benedizione e mi raccomando anche che non si dimentichino di pregare per me.
© Osservatore Romano - 02-03 maggio 2016