Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Catechesi Santo Padre

europaQuesta mattina, nel Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Leone XIV ha ricevuto in Udienza i membri del Partito Popolare Europeo al Parlamento Europeo.

Pubblichiamo di seguito il Discorso che il Papa ha rivolto ai presenti nel corso dell’incontro:

Illustri Parlamentari,
Signore e Signori,

a tutti voi rivolgo un caloroso benvenuto a questo incontro salutando, in modo particolare, il vostro Chairman Sig. Manfred Weber e la Sig.ra Mairead McGuinness, Inviato Speciale dell’Unione Europea responsabile per la promozione della libertà di religione o fede fuori dall’Unione Europea.

Il nostro incontro si svolge sulla scia di quelli avvenuti con i miei predecessori San Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI, come pure del messaggio che Papa Francesco vi ha inviato nel giugno 2023, non potendovi ricevere personalmente a causa di un ricovero. Sono perciò lieto di riprendere il filo di questo dialogo con il Partito Popolare Europeo, il quale trae la propria ispirazione politica da personalità come Adenauer, De Gasperi e Schuman, unanimemente ritenuti i Padri fondatori dell’Europa contemporanea.

Come Benedetto XVI vent’anni fa, anch’io «apprezzo il riconoscimento da parte del vostro gruppo dell'eredità cristiana dell'Europa». [1] Il progetto europeo, sorto dalle ceneri della seconda Guerra mondiale, nasce certamente da una necessità pratica – evitare che si ripeta un tale conflitto –, ma è altrettanto intriso di un orizzonte ideale, ossia della volontà di dare vita a una collaborazione che ponesse fine a secoli di divisioni e consentisse ai popoli del continente di riscoprire il patrimonio umano, culturale e religioso che li accomuna. I Padri fondatori erano animati dalla loro fede personale e consideravano i principi cristiani un fattore comune e unificante, che poteva contribuire ad archiviare lo spirito revanscista e conflittuale che aveva portato alla Seconda Guerra Mondiale.

Papa Francesco ha coniato una bella e semplice espressione che riassume quest’idea: «l’unità è superiore al conflitto», [2] poiché la ricerca dell’unità ha il coraggio di andare oltre la superficie conflittuale e di apprezzare gli altri nella loro dignità più profonda, [3] consentendo così di dare vita a qualcosa di nuovo e costruttivo, mentre il conflitto esalta le divergenze, la ricerca e l’affermazione del potere e porta alla distruzione.

Il compito precipuo di ogni azione politica è quello di offrire un orizzonte ideale, poiché la politica richiede di avere uno sguardo ampio sul futuro senza il timore, quando è necessario per il bene comune, di compiere scelte difficili e anche impopolari. In questo senso, essa è la «forma più alta di carità», [4] poiché può essere interamente dedicata all’edificazione del bene comune.

Perseguire un ideale non significa però esaltare un’ideologia. Quest’ultima infatti è sempre il frutto di una mistificazione della realtà e di una violenza su di essa. Qualunque ideologia distorce le idee e asservisce l’uomo al proprio progetto, mortificandone le vere aspirazioni, il suo ambire alla libertà, alla felicità e al benessere personale e sociale. L’Europa contemporanea sorge proprio dalla costatazione del fallimento dei progetti ideologici che l’hanno distrutta e divisa.

Perseguire un ideale vuol dire, richiamando De Gasperi, collocare la persona umana al centro «col suo fermento di fraternità evangelica, col suo culto del diritto ereditato dagli antichi, col suo culto della bellezza affinatosi attraverso i secoli, con la sua volontà di verità e di giustizia acuita da un’esperienza millenaria». [5]

Questo è l’orizzonte entro il quale ancora oggi si può fare politica ed al quale occorre ricondurre l’attività politica. Voi vi chiamate Partito Popolare Europeo. Il popolo è il centro del vostro impegno e non potete prescindere da esso. Il popolo non è soltanto un soggetto passivo, destinatario delle proposte e decisioni politiche. Esso è anzitutto chiamato ad essere soggetto attivo, compartecipe di ogni azione politica. La presenza in mezzo alla gente e il suo coinvolgimento nel processo politico è il migliore antidoto ai populismi che ricercano solo facile consenso e agli elitismi che tendono ad agire senza consenso: due tendenze diffuse nel panorama politico odierno. Una politica “popolare” richiede tempo, condivisione di progetti e amore alla verità.

Uno dei problemi della politica negli ultimi anni è la costante diminuzione di sintonia, collaborazione e coinvolgimento reciproco tra il popolo e i suoi rappresentanti. Occorre ricreare un tessuto di “popolo”, un contatto personale fra il cittadino e il deputato, per poter rispondere efficacemente alla luce dell’orizzonte ideale ai problemi concreti delle persone. Ricorrendo ad una metafora potremmo dire che nell’era del “trionfo digitale”, l’azione politica autenticamente orientata al bene comune richiede un ritorno all’“analogico”.

È forse questo il vero antidoto a una politica spesso urlata, fatta solo di slogan, incapace di rispondere ai bisogni reali delle persone. Per vincere una certa disaffezione alla politica occorre riconquistare le persone andando ad incontrarle personalmente e ricostruendo una rete di rapporti sul territorio, in modo che tutti si possano sentire parte di una comunità e partecipi del suo destino.

Cosa significa concretamente questo per chi si richiama nella propria azione ai valori cristiano-democratici? Anzitutto riscoprire e fare propria l’eredità cristiana dalla quale provenite, senza tuttavia far venire meno «la necessaria linea di demarcazione fra la testimonianza religiosa di natura profetica – riservata alla comunità ecclesiale – e la testimonianza cristiana operante sul piano delle concrete opzioni politiche». [6] Essere cristiani in politica non significa essere confessionali, ma lasciare che il Vangelo illumini le decisioni che devono essere prese, anche quelle che non sembrano raccogliere un facile consenso. Significa lavorare perché non venga meno il nesso fra legge naturale e legge positiva, fra radici cristiane e azione politica.

Essere cristiani impegnati in politica richiede di avere uno sguardo realistico, che parta dai problemi concreti delle persone, che anzitutto si preoccupi di favorire condizioni dignitose di lavoro che favorisca l’ingegno e la creatività delle persone di fronte ad un mercato sempre più spesso disumanizzante e poco appagante; che consenta di vincere la paura, apparentemente molto europea, di costituire una famiglia e di avere figli, di affrontare le cause profonde della migrazione, avendo cura per chi soffre, ma anche tenendo conto delle reali possibilità di accoglienza e integrazione nella società dei migranti. Parimenti richiede di affrontare in modo non ideologico le altre grandi sfide che si pongono ai nostri giorni come la cura del creato e l’intelligenza artificiale. Quest’ultima offre grandi opportunità ma è al contempo irta di pericoli.

Essere cristiani impegnati in politica significa investire nella libertà, non in una libertà banalizzata ridotta a piacere, ma in una libertà ancorata nella verità, che tuteli la libertà religiosa, di pensiero e di coscienza in ogni luogo e condizione umana, evitando di alimentare «un “corto circuito” dei diritti umani», [7] che finisce per lasciare spazio alla forza e alla sopraffazione.

Vi lascio questi brevi spunti, nella speranza che possano costituire una base di riflessione per il vostro impegno e, nel formularvi i migliori auguri per il vostro servizio ai popoli europei, volentieri imparto la Benedizione Apostolica. Grazie!

____________________________

[1] Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al Convegno promosso dal Partito Popolare Europeo (30 marzo 2006): AAS 98 (2006), 344.

[2] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium, 228: AAS 105 (2013), 1113.

[3] Cfr ibid.

[4] Pio XI, Udienza ai dirigenti della Federazione Universitaria Cattolica (18 dicembre 1927).

[5] A. De Gasperi,  La nostra patria Europa. Discorso alla Conferenza Parlamentare Europea, 21 aprile 1954, in:  Alcide De Gasperi e la politica internazionale, Roma 1990, vol. III, 437-440.

[6] Cfr Marialuisa L. Sergio in: Alcide De Gasperi, Diario 1930-1943, Bologna 2018, 24.

[7] Discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede (9 gennaio 2026).

© Bollettino Santa Sede - 25 aprile 2026