Nel pomeriggio di giovedì 9 luglio, il Papa ha incontrato sacerdoti, religiosi e seminaristi a Santa Cruz, nella scuola salesiana Coliseo Don Bosco. Pubblichiamo, in una nostra traduzione in italiano, il discorso tenuto dal Pontefice. Cari fratelli e sorelle buona sera, sono contento di avere questo incontro con voi, per condividere la gioia che riempie il cuore e l’intera vita dei discepoli missionari di Gesù. Lo hanno dimostrato le parole di saluto di Mons. Robert Bordi e le testimonianze di Padre Miguel, di suor Gabriela e del seminarista Damian.
Tante grazie per aver condiviso la vostra esperienza vocazionale. E nel racconto del Vangelo di Marco abbiamo ascoltato anche l’esperienza di un altro discepolo, Bartimeo, che si è unito al gruppo dei seguaci di Gesù. È stato un discepolo dell’ultima ora. Era l’ultimo viaggio che il Signore faceva da Gerico a Gerusalemme, dove andava per essere consegnato. Cieco e mendicante, Bartimeo era sul ciglio della strada — il massimo dell’esclusione — emarginato, e quando seppe che passava Gesù, incominciò a gridare, si è fatto sentire, come si è fatta sentire questa buona sorellina con il tamburo, e diceva: “Sono qui”. Congratulazioni suoni bene. Intorno a Gesù c’erano gli Apostoli, i discepoli e le donne che lo seguivano abitualmente, con i quali percorse, durante la sua vita, le strade della Palestina per annunciare il Regno di Dio. E una grande folla. Se traduciamo questo forzando il linguaggio, attorno a Gesù c’erano i vescovi, i parroci, le suore, i seminaristi, i laici impegnati e il popolo fedele di Dio. Tutti lo seguivano, ascoltavano Gesù. Due realtà emergono con forza, attirano l’attenzione. Da un lato, il grido, il grido del mendicante, dall’altro, le diverse reazioni dei discepoli. Pensiamo alle distinte reazioni dei vescovi, dei parroci, delle suore, dei seminaristi e le grida che stiamo sentendo o non sentendo. È come se l’Evangelista volesse mostrarci quale tipo di eco ha trovato il grido di Bartimeo nella vita della gente, nella vita dei seguaci di Gesù. Come reagiscono al dolore di colui che è sul bordo della strada, a cui nessuno fa caso — non gli danno nemmeno una elemosina — di colui che sta seduto sul suo dolore, che non entra nel circolo di coloro che stanno seguendo Gesù. Sono tre le risposte di fronte alle grida del cieco. E anche oggi queste tre risposte sono attuali. Potremmo dirlo con le parole del Vangelo stesso: Passare – Sta’ zitto! - Coraggio, alzati! Passare . Passare a distanza, alcuni perché non sentono. Stavano con Gesù, guardavano Gesù, volevano udire Gesù. Non ascoltavano. Passare, è l’eco dell’indifferenza, passare accanto ai problemi e che questi non ci tocchino. Non è un mio problema. Non li ascoltiamo, non li riconosciamo. Sordità. È la tentazione di considerare naturale il dolore, di abituarsi all’ingiustizia. E sì, c’è gente così: io sto qui con Dio, con la mia vita consacrata, eletto da Gesù per il ministero e, sì, è naturale che ci siano infermi, che ci siano poveri, che ci sia gente che soffre, quindi è tanto naturale che un grido non richiami la mia attenzione, una richiesta di aiuto. Abituarsi. E noi diciamo a noi stessi: è normale, è sempre stato così, “fino a che non mi tocchi”, però questo tra parentesi. È l’eco che nasce in un cuore blindato, in un cuore chiuso, che ha perso la capacità di stupirsi e quindi la possibilità di cambiare. Quanti tra noi seguaci di Gesù corriamo questo pericolo di perdere la nostra capacità di stupirci, incluso con il Signore? Questo stupore del primo incontro si va come degradando, e questo può accadere a chiunque, accadde al primo Papa — dove andiamo Signore, se tu hai parole di vita eterna? — e dopo lo tradisce, lo rinnega, il suo stupore si è degradato. È tutto un processo di assuefazione. Cuore blindato. Si tratta di un cuore che si è abituato a passare senza lasciarsi toccare; un’esistenza che, passando da una parte all’altra, non riesce a radicarsi nella vita del suo popolo. Semplicemente perché sta con questa élite che segue il Signore. Potremmo chiamarla la spiritualità dello zapping. Passa e ripassa, passa e ripassa, ma mai si ferma. Sono quelli che vanno dietro all’ultima novità, all’ultimo best seller, ma non riescono ad avere un contatto, non riescono a relazionarsi, non riescono a farsi coinvolgere nemmeno dal Signore che stanno seguendo, perché la sordità avanza. Voi mi potreste dire: “Ma questa gente stava seguendo il Maestro, stava attenta alle parole del Maestro. Stava ascoltando lui”. Credo che qui tocchiamo uno dei punti più impegnativi della spiritualità cristiana. Come l’evangelista Giovanni ci ricorda, come può amare Dio, che non vede, chi non ama suo fratello, che vede? (cfr. 1 Gv 4, 20b). Essi credevano di ascoltare il Maestro, ma lo traducevano anche, e le parole del Maestro passavano per l’alambicco del loro cuore blindato. Dividere questa unità — tra ascoltare Dio e ascoltare il fratello — è una delle grandi tentazioni che ci accompagnano lungo tutto il cammino di quanti seguono Gesù. E dobbiamo esserne consapevoli. Nello stesso modo in cui ascoltiamo il nostro Padre dobbiamo ascoltare il popolo fedele di Dio. Se non lo facciamo con lo stesso orecchio, con la stessa capacità di ascoltare, con lo stesso cuore, qualcosa si è rotto. Passare senza ascoltare il dolore della nostra gente, senza radicarci nella loro vita, nella loro terra, è come ascoltare la Parola di Dio senza lasciare che metta radici dentro di noi e sia feconda. Una pianta, una storia senza radici, è una vita arida. Seconda parola: Sta’ zitto! È il secondo atteggiamento davanti al grido di Bartimeo. Sta’ zitto, non molestare, non disturbare, che stiamo facendo una preghiera comunitaria, che stiamo in una spiritualità di profonda elevazione! Non molestare, non disturbare! A differenza dell’atteggiamento precedente, questa ascolta, riconosce, entra in contatto con il grido dell’altro. Sa che c’è, e reagisce in un modo molto semplice, rimproverando. Sono i vescovi, i parroci, i monaci, i Papi del dito così [del dito in segno di minaccia]. In Argentina diciamo delle maestre del dito così: “È come la maestra del tempo di Yrigoyem, che insegnava una disciplina molto dura”. E povero popolo fedele di Dio, quante volte è rimproverato per il malumore o la situazione personale di un seguace o di una seguace di Gesù! È l’atteggiamento di coloro che, di fronte al popolo di Dio, stanno continuamente a rimproverarlo, a brontolare, a dirgli di tacere. Dagli una carezza, per favore, ascoltalo, digli che Gesù lo ama. “No, questo non si può fare!”. “Signore faccia uscire il bambino dalla chiesa perché sta piangendo e io sto p re d i c a n d o ! ”. Come se il pianto di un bambino non fosse una predica sublime. È il dramma della coscienza isolata, di quei discepoli e discepole che pensano che la vita di Gesù è solo per quelli che si credono adatti. E in fondo hanno un profondo disprezzo per il santo popolo fedele di Dio: “Questo cieco che si intromette? Che stia lì!”. Sembrerebbe giusto che trovino spazio solo gli “autorizzati”, una “casta di diversi” che lentamente si separa, si differenzia dal suo popolo. Hanno fatto dell’identità una questione di superiorità. Questa identità che è esclusiva si fa superiore, questi non sono pastori ma capireparto: io sono venuto fino a qui, stai al posto tuo. Sentono ma non ascoltano, vedono ma non guardano. Permettetemi un aneddoto che ho vissuto intorno... anno ’75, nella tua diocesi, nella tua arcidiocesi. Avevo fatto una promessa al Signore del Miracolo di andare tutti gli anni a Salta, in pellegrinaggio, se mi mandava quaranta novizi. Me ne mandò quarantuno. Bene, dopo una concelebrazione, perché là, come in tutti i grandi santuari, messa dopo messa, confessioni in continuazione, stavo uscendo, parlando con un parroco che era venuto con me, e si avvicina una signora, già all’uscita, con alcuni santini, una signora molto semplice, non so se era di Salta o era venuta non so da dove, perché a volte ci impiegano giorni per arrivare nella capitale per la festa del Miracolo: “Padre me li b enedice?” chiede al parroco che mi accompagnava. “Signora, lei stava a messa”. “Sì, padrecito”. “Bene, là la benedizione di Dio, la presenza di Dio, benedice tutto...”. “Sì, padrecito, sì, padrecito ...”. “E dopo la benedizione finale benedice tutto”. “Sì, padrecito, sì, padrecito ”. A questo punto esce un altro parroco, amico del primo, che però non lo aveva ancora incontrato. Quindi: “Oh! Tu stai qua”. Si girano e la signora che non so come si chiamasse — diciamo la signora Sì padrecito — mi guarda e mi dice: “Padre, me li benedica lei”. Queste sono le cose che sempre mettono barriere al popolo di Dio, lo separano. Ascoltano, ma non odono, gli fanno un sermone, vedono, ma non guardano. La necessità di differenziarsi ha bloccato loro il cuore. Il bisogno, cosciente o incosciente, di dirsi: io non sono come lui, non sono come loro, li ha allontanati, non solo dal grido della loro gente, o dal loro pianto, ma soprattutto dai motivi di gioia. Ridere con chi ride, piangere con chi piange, ecco una parte del mistero del cuore sacerdotale e del cuore consacrato. A volte ci sono caste che noialtri andiamo facendo con questo atteggiamento e ci separiamo. In Ecuador, mi sono permesso di dire ai parroci che, per favore — c’erano anche le suore — che, per favore, chiedessero tutti i giorni la grazia della memoria, di non dimenticare da dove sei venuto. Ti hanno preso da dietro la mandria. Non dimenticare mai, non ti montare, non negare le tue radici, non negare questa cultura che hai appreso dalla tua gente perché adesso hai una cultura più sofisticata, più importante. Ci sono sacerdoti che si vergognano di parlare nella loro lingua originaria e quindi si dimenticano il loro quechua, il loro aymara, il loro guaraní: “Perché no, no, adesso parlo in modo elevato”. La grazia di non perdere la memoria del popolo fedele. Ed è una grazia. Nel libro del Deuteronomio, quante volte Dio dice al suo popolo “Non dimenticare, non dimenticare, non d i m e n t i c a re ”. E Paolo al suo discepolo prediletto, lo stesso che consacrò vescovo, Timoteo, dice: “E ricordati di tua madre e di tua nonna”. La terza parola: Coraggio, alzati! E questa è la terza eco. Una eco che non nasce direttamente dal grido di Bartimeo, ma dalla reazione della gente che osserva come Gesù si comportò davanti al clamore del cieco mendicante. Cioè a quelli che non davano spazio alla sua richiesta, che non lo lasciavano passare, o alcuni che lo facevano tacere... Chiaro, quando vedono Gesù che reagisce così, cambiano: “Alzati, ti chiama!”. È un grido che si trasforma in Parola, in invito, in cambiamento, una proposta di novità di fronte ai nostri modi di reagire davanti al santo popolo fedele di Dio. A differenza degli altri, che passavano, il Vangelo afferma che Gesù si fermò e chiese: che succede? Chi suona il tamburo? Si ferma di fronte al grido di una persona. Esce dall’anonimato della folla per identificarlo e in questo modo si impegna con lui. Mette radici nella sua vita. E invece di farlo tacere, gli chiede: Dimmi, che cosa posso fare per te? Non serve differenziarsi, non serve separarsi, non gli fa una predica, non lo classifica o gli chiede se è o meno autorizzato a parlare. Basta solo la domanda, lo riconosce volendo far parte della vita di quest’uomo, facendosi carico del suo stesso destino. Così, a poco a poco, gli restituisce la dignità che lui, al bordo della strada e cieco, aveva perduto. Lo include. E anziché vederlo dall’esterno, ha il coraggio di identificarsi con i problemi e così manifestare la forza trasformante della misericordia. Non esiste una compassione, una compassione non un dispiacere, che non si fermi. Se non ti fermi, se non compatisci, non hai la compassione divina. Non esiste una compassione che non ascolti. Non esiste una compassione che non solidarizzi con l’altro. La compassione non è zapping, non è silenziare il dolore, al contrario, è la logica propria dell’amore, del compatire. È la logica che non si è centrata sulla paura, ma sulla libertà che nasce dall’a m o re e mette il bene dell’altro sopra ogni cosa. È la logica che nasce dal non avere paura di avvicinarsi al dolore della nostra gente. Anche se tante volte non sarà che per stare al loro fianco e fare di quel momento un’occasione di preghiera. E questa è la logica del discepolato, questo è ciò che opera lo Spirito Santo con noi e in noi. Di questo siamo testimoni. Un giorno Gesù ci ha visto sul bordo della strada, seduti sui nostri dolori, sulle nostre miserie, sulle nostre indifferenze. Ognuno conosce la sua storia passata. Non ha messo a tacere il nostro grido, ma si è fermato, si è avvicinato e ci ha chiesto che cosa poteva fare per noi. E grazie a tanti testimoni che ci hanno detto: “Coraggio, alzati!”, a poco a poco siamo stati toccati da questo amore misericordioso, quell’amore trasformante, che ci ha permesso di vedere la luce. Non siamo testimoni di un’ideologia, non siamo testimoni di una ricetta, o di un modo di fare teologia. Non siamo testimoni di questo. Siamo testimoni dell’amore risanante e misericordioso di Gesù. Siamo testimoni del suo agire nella vita delle nostre comunità. E questa è la pedagogia del Maestro, questa è la pedagogia di Dio con il suo popolo. Passare dall’indifferenza dello zapping al “Coraggio! Alzati, [il Maestro] ti chiama!” (Mc 10, 49). Non perché siamo speciali, non perché siamo migliori, non perché siamo i funzionari di Dio, ma solo perché siamo testimoni grati della misericordia che ci trasforma. E quando si vive così, c’è gioia e allegria, e possiamo aderire alla testimonianza della sorella che nella sua vita ha fatto suo il consiglio di sant’Agostino: “Canta e cammina”. Questa gioia viene dalla testimonianza della misericordia che trasforma. Non siamo soli in questo cammino. Ci aiutiamo con l’esempio e la preghiera gli uni gli altri. Abbiamo intorno a noi una nube di testimoni (cfr. Eb 12, 1). Ricordiamo la beata Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù, che ha dedicato la sua vita all’annuncio del Regno di Dio nella cura agli anziani, con il «piatto del povero» per coloro che non avevano da mangiare, aprendo asili per bambini orfani, ospedali per i feriti di guerra e anche creando un patronato femminile per la promozione delle donne. Ricordiamo anche la venerabile Virginia Blanco Tardío, totalmente dedita all’evangelizzazione e alla cura delle persone povere e malate. Loro e tanti altri anonimi della massa, di coloro che seguono Gesù, sono stimolo per il nostro cammino. Questa moltitudine di testimoni. Andiamo avanti con l’aiuto di Dio e la collaborazione di tutti. Il Signore si serve di noi perché la sua luce raggiunga tutti gli angoli della terra. E avanti, canta e cammina, e, mentre cantate e camminate, per favore, pregate per me che ne ho bisogno. Grazie.
© Osservatore Romano - 11 luglio 2015