«Puebla ha posto fondamenta molto serie per andare avanti» riguardo «all’evangelizzazione delle culture» e ha rappresentato «un passo avanti nel cammino della Chiesa latinoamericana verso la sua maturità». Così il Pontefice ha ricordato la III Conferenza generale dell’Episcopato latinoamericano tenutasi nella città messicana nel 1979. Francesco ne ha parlato, la mattina di giovedì 3 ottobre, durante l’udienza ai partecipanti al congresso organizzato a Roma, dalla Pontificia commissione per l’America Latina insieme al Pontificio comitato di scienze storiche in occasione del quarantesimo anniversario dello storico incontro.
Fratelli e sorelle, benvenuti.
Ringrazio il Reverendo Padre Bernard Ardura, Presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, per le sue cortesi parole — vedendolo così sembra il vice-papa — e mi congratulo con il Comitato e con la Pontificia Commissione per l’America Latina per aver voluto commemorare, con il Congresso che si sta svolgendo ora a Roma, i 40 anni della III Conferenza Generale dell’Episcopato latinoamericano a Puebla de los Ángeles.
Sono lieto di poter incontrare, anche se brevemente, i relatori e gli organizzatori di questo evento. Vi assicuro che mi sarebbe piaciuto avere più tempo e condividere tanti vissuti ed esperienze con voi.
Se mi consentite qualche ricordo personale, a quel tempo ero Provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina e ho seguito con molta attenzione e interesse tutto l’intenso e appassionante processo di preparazione di quella III Conferenza. Ho tenuto presenti tre fatti importanti che avrebbero di certo orientato l’evento.
Il primo è stata la decisione di san Giovanni Paolo II di realizzare il suo primo viaggio apostolico proprio in Messico e di pronunciare il discorso inaugurale della Conferenza, che ha indicato con chiarezza i cammini per il suo svolgimento. È stata come l’inaugurazione del suo lungo, itinerante e fecondo pontificato missionario.
Il secondo fatto che fin dall’inizio della preparazione della Conferenza mi è sembrato fondamentale è stato di prendere l’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi di san Paolo VI come sfondo e fonte di riferimento per tutta la sua realizzazione. Evangelii nuntiandi è il migliore documento pastorale del post-concilio ed è valido ancora oggi. E una cosa personale: quando sono dovuto restare a Roma, per ragioni estranee alla mia volontà, ho chiesto che mi portassero pochissimi libri, molto pochi, non più di sette, e tra quelli c’era il primo testo che ho avuto della Evangelii nuntiandi sottolineato, Redemptoris Mater di san Giovanni Paolo II, con tutti i fogli che avevo preso per dare ritiri spirituali, e il documento di Puebla tutto evidenziato con diversi colori. Questo per dirvi come in quel momento ho seguito tutto questo da vicino. Non poche volte ho ripetuto che, per me, la Evangelii nuntiandi è un documento decisivo, di grande ricchezza, nel cammino post-conciliare della Chiesa. Non solo, l’Evangelii gaudium è un elegante plagio di Evangelii nuntiandi e del documento di Aparecida. Sappiatelo, è saltata da lì. Seguendo la sua scia e insieme al Documento di Aparecida, è giunta l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium.
Il terzo fatto importante è stato di prendere come punto di partenza le intuizioni e le opzioni profetiche della Conferenza di Medellín per compiere, a Puebla, un passo avanti nel cammino della Chiesa latinoamericana verso la sua maturità.
So che voi state studiando in proiezione i contenuti della conferenza di Puebla. Ricordo qui alcuni dei più significativi: la novità di un’autocoscienza storica della Chiesa in America Latina; una buona ecclesiologia che riprende l’immagine e il cammino del popolo di Dio nel Concilio Vaticano II; una mariologia ben inculturata; i capitoli più ricchi e creativi sull’evangelizzazione della cultura e della pietà popolare in America Latina — riguardo all’evangelizzazione delle culture, Puebla ha posto fondamenta molto serie per andare avanti —; la critica coraggiosa al mancato riconoscimento dei diritti umani e delle libertà in quei tempi vissuti nella regione; e le opzioni per i giovani, i poveri e i costruttori della società.
Molti di voi lo hanno vissuto da vicino, e abbiamo qui “l’enfant terrible” di quell’epoca, che ha saputo profetizzare e portare avanti le cose.
Si può dire che Puebla ha gettato le basi e ha aperto cammini verso Aparecida. È curioso che da Puebla si salti ad Aparecida. Santo Domingo, che ha i suoi meriti, è però rimasto lì. Perché Santo Domingo è stato molto condizionato dai compromessi. E il santo vescovo di Mariana, che è stato il redattore lì, ha dovuto negoziare con tutti affinché uscisse. A qualcosa serve, perché è buono, ma non ha l’invito né di Puebla né di Aparecida. Certo, sono le alterne vicende della storia; senza sminuire la qualità di Santo Domingo, Puebla è stata un pilastro e si è saltati ad Aparecida. Basterebbe affermare solo questo per evidenziare la bella opportunità di commemorare i suoi 40 anni, non solo guardando indietro, ma proiettandola verso il nostro presente ecclesiale.
Continuate per favore a lavorare a queste cose, a questi documenti dell’episcopato latinoamericano, che hanno molto succo, molto midollo, molto succo. E che sono capaci di portare avanti ricchezze molto grandi dell’America Latina, soprattutto la pietà popolare. Alcuni in Argentina si chiedevano però perché la pietà popolare è tanto ricca. Perché non è stata clericalizzata. Dato che ai preti non importava, il popolo si è organizzato a modo suo. È vero che san Paolo VI al numero 28 di Evangelii nuntiandi ha dovuto dire che alcune cose andavano purificate, ma dopo aver lodato il movimento e averne cambiato il nome. Prima era religiosità popolare, ora è pietà popolare, è stato lui a cambiare il nome. Aparecida va oltre e parla di spiritualità popolare. Grazie per tutto quello che state facendo. Vi invito a pregare insieme la Vergine di Guadalupe e a chiedere la sua benedizione.
© Osservatore Romano - 4 ottobre 2019
Hermanos y hermanas, bienvenidos:
Agradezco al Reverendo Padre Bernard Ardura, Presidente del Comité Pontificio de Ciencias Históricas, sus amables palabras —y viéndolo así parece el vice-papa— me congratulo con el Comité y con la Comisión Pontificia para América Latina de haber querido conmemorar, con el Congreso que tiene lugar ahora en Roma, los 40 años de la III Conferencia General del Episcopado Latinoamericano en Puebla de los Ángeles.
Me alegra poder encontrarme, aunque sea brevemente, con los relatores y organizadores de este evento. Les aseguro que me hubiera gustado tener más tiempo y compartir tantas vivencias y experiencias con ustedes.
Si me permiten algún recuerdo personal, por entonces era Provincial de la Compañía de Jesús en Argentina, y seguí con mucha atención e interés todo el intenso y apasionado proceso de preparación de esa tercera Conferencia. Tuve presente tres hechos sobresalientes que, sin duda, iban a encaminar el evento.
El primero de ellos fue la decisión de San Juan Pablo II de realizar su primer viaje apostólico precisamente a México y de pronunciar el discurso inaugural de la Conferencia, que indicó con claridad los caminos para su desarrollo. Fue como la inauguración de su largo, itinerante y fecundo pontificado misionero.
El segundo hecho que me pareció fundamental desde el principio de la preparación de la Conferencia fue tomar la Exhortación apostólica Evangelii nuntiandi de San Pablo VI como telón de fondo y fuente de referencia para toda su realización. Evangelii nuntiandi es el mejor documento pastoral del post-concilio y hoy todavía tiene vigencia. Y una cosa personal: cuando me tuve que quedar en Roma, por razones ajenas a mi voluntad, pedí que me trajeran muy pocos libros, muy pocos, no más de siete, y entre ellos estaba el texto primero que yo tuve de Evangelii nuntiandi subrayado, Redemptoris Mater de san Juan Pablo II con todos los papeles que yo había tomado para dar retiros espirituales, y el documento de Puebla totalmente evidenciado en diversos colores. Esto para decirles como seguí de cerca en aquel momento todo esto. No pocas veces he repetido que, para mí, la Evangelii nuntiandi es un documento decisivo, de gran riqueza, en el camino post-conciliar de la Iglesia. Más aún Evangelii gaudium es un elegante plagio de Evangelii nuntiandi y del documento de Aparecida. Saben, salto de ahí. Siguiendo su estela y junto con el Documento de Aparecida, vino la Exhortación apostólica Evangelii gaudium.
El tercer hecho importante fue tomar como punto de partida las intuiciones y opciones proféticas de la Conferencia de Medellín para, en Puebla, dar un paso más adelante en el camino de la Iglesia latinoamericana hacia su madurez.
Sé que ustedes están estudiando con proyección los contenidos de la Conferencia de Puebla. Recuerdo algunos de los más significativos: la novedad de una autoconciencia histórica de la Iglesia en América Latina; una buena eclesiología que retoma la imagen y el camino del pueblo de Dios en el Concilio Vaticano II; una mariología bien inculturada; los capítulos más ricos y creativos sobre la evangelización de la cultura y de la piedad popular en América Latina; esto de la evangelización de las culturas, Puebla puso fundamentos muy serios para ir adelante: la crítica valiente del desconocimiento de los derechos humanos y libertades en aquellos tiempos que se vivían en la región y las opciones por los jóvenes, los pobres y los constructores de la sociedad.
Muchos de ustedes lo vivieron de cerca, y tenemos a “l’enfant terrible” de aquella época que supo profetizar y llevar adelante las cosas.
Se puede decir que Puebla sentó las bases y abrió caminos hacia Aparecida. Curioso que de Puebla se salta a Aparecida. Santo Domingo, que tiene sus méritos, pero quedó ahí. Porque Santo Domingo estuvo muy condicionada por los compromisos. Y el santo Obispo de Mariana, que fue el redactor ahí, tuvo que negociar con todos para que saliera; algo sirve, que es bueno, pero no tiene la convocatoria ni de Puebla ni de Aparecida. Bueno, son los vaivenes de la historia, sin disminuir la calidad de Santo Domingo, pero Puebla fue un pilar y salta a Aparecida. Bastaría afirmar sólo esto para destacar la buena oportunidad de conmemorar sus 40 años, no sólo mirando hacia atrás, sino proyectándola hasta nuestros días eclesiales.
Y sigan trabajando por favor en estas cosas, en estos documentos del episcopado latinoamericano que tienen mucho jugo, mucho meollo, mucho jugo. Y que son capaces de llevar adelante riquezas muy grandes de América latina, sobre todo su piedad popular. Algunos en Argentina preguntaban: pero ¿por qué es tan rica la piedad popular? Porque no fue clericalizada. Como a los curas no les importaba, el pueblo se organizó a su manera. Es verdad que san Pablo VI, en el número 48 de Evangelii nuntiandi, tiene que decir: “bueno, algunas cosas hay que purificar”, pero después de alabar el movimiento y de cambiar el nombre. Antes era religiosidad popular, ahora es piedad popular, él cambió el nombre, Aparecida va más allá y habla de espiritualidad popular. Gracias por todo lo que están haciendo. Juntos los invito a rezar a la Virgen de Guadalupe y pedir su bendición.
© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 3 ottobre 2019