Rassegna stampa Speciali

Una nuova era dopo le devastazioni dell’Is

scavi le porte urbichedi ROSSELLA FABIANI

«La prima volta che sono entrato in quel museo era l’estate del 1962. Mi ero da poco laureato all’università di Roma con una tesi sull’arte della Siria del II millennio avanti Cristo e tornavo dalla mia prima esperienza di scavo in Oriente ad Arslantepe, in Turchia».
Per il professor Paolo Matthiae, l’archeologo che ha riportato alla luce Ebla, il Museo nazionale di Damasco è un luogo speciale e la sua riapertura, lo scorso 28 ottobre, dopo sei anni di chiusura per il conflitto che ha devastato il Paese, è una di quelle notizie che accendono una fiammella di speranza. «La riapertura di questo museo, luogo d’elezione delle testimonianze straordinarie della ricchezza del patrimonio culturale della Siria di ogni periodo e di ogni civiltà fiorita nei secoli e nei millenni nel Paese, ha un fondamentale valore simbolico di rinascita, di volontà di riconciliazione, di progetto di un Paese che riconosce nella multiculturalità e nella stratificazione culturale i fondamenti irrinunciabili della sua unità e della sua laicità, nel pieno e pacifico rispetto delle fedi religiose più diverse, come a lungo è stato nella Siria moderna».

Cosa ricorda di quel suo primo contatto con il Museo nazionale di Damasco?
Fui accolto dai responsabili della direzione generale delle Antichità e dei Musei di Siria con un’amabilità che mi stupì molto perché ero uno studioso giovanissimo, ancora pressoché sconosciuto, e non avrei mai immaginato che quel Paese sarebbe diventato la mia seconda patria. Ricorderò sempre che il vice-direttore del servizio degli scavi, Nassib Saliby, un architetto cristiano che sarebbe diventato un grande amico, mi disse subito di visitare il museo, ma soprattutto mise a mia disposizione un’auto per passare una giornata nei leggendari giardini dell’Oasi di Damasco, la Ghuta, che erano allora un incontaminato paradiso verdeggiante percorso dalle acque limpidissime del Barada. Rimasi colpito dal tipico carattere di museo-giardino che aveva ancora il sapore coloniale francese degli anni Trenta, dominato, allora come oggi, dalla splendida ricostruzione della facciata del Castello Umayyade di Qasr el-Heyr el-Gharbi. Pochi giorni prima ad Aleppo, scesi allo storico Hotel Baron, dove era in vista la copia del conto di Lawrence d’Arabia e dove scendevano tutti i grandi archeologi di quegli anni (André Parrot, Claude Schaeffer, Anton Moortgat, Max Mallowan): la sensazione — davanti alla statuaria e alle tavolette cuneiformi di Mari, agli avori e ai testi alfabetici di Ugarit, ai reperti di Tell Khuera — fu quella di entrare in un sacrario dell’archeologia orientale. A Damasco l’emozione fu molto più intensa di quella provata pochi mesi prima al Louvre, dove pure non pochi erano i tesori delle scoperte di Ugarit e di Mari, le due grandi glorie dell’archeologia francese della prima metà del secolo.

Nel museo di Damasco sono esposti anche dei reperti che ha ritrovato a Ebla?
Una scelta di pochi, ma fondamentali, reperti di Ebla erano ospitati nel museo damasceno, perché la maggior parte dei ritrovamenti erano stati destinati dalle autorità culturali siriane dapprima al museo archeologico di Aleppo e poi a quello di Idlib, capoluogo del governatorato nel cui territorio si trova Tell Mardikh, il nome moderno dell’antica Ebla. Questo straordinario sito archeologico, circa 55 chilometri a sud di Aleppo, che visitai la prima volta nella stessa estate del 1962, lo proposi l’anno dopo per una concessione di scavo, con il pieno appoggio di Sabatino Moscati, il fondatore degli studi sull’antico oriente nell’ateneo romano, alle autorità siriane che generosamente la deliberarono, permettendo la costituzione della missione archeologica in Siria dell’università di Roma, di cui ho diretto ininterrottamente 47 campagne di scavo dal 1964 al 2010, quando tutte le attività archeologiche in Siria si interruppero per la grave crisi politica del Paese.

Cosa provò quando il Museo venne chiuso nel 2012?
Un grande sgomento e una grande angoscia: era il segno che il Paese era costretto a prendere provvedimenti d’emergenza per tutelare il patrimonio culturale di fronte alle crescenti minacce che anche i beni archeologici, artistici, architettonici, storici correvano in larga parte delle regioni siriane per tre tipi di rischi: gli scavi illeciti, in vertiginoso aumento per la mancanza di controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine; l’occupazione militare di monumenti anche di grandissima importanza storica che ne facevano il potenziale obiettivo da parte di forze avverse e, soprattutto e inaspettatamente, per l’intenzionale distruzione di opere, monumenti, siti archeologici e architettonici da parte del cosiddetto stato islamico (Is) .

Quale può essere il ruolo della cultura per favorire il ritorno a una convivenza pacifica?
Nella Convenzione di Londra del 1945, pochi mesi dopo la fine della seconda guerra mondiale, fu esplicitamente affermato che la politica e l’economia sono fonti di tensioni e di contrasti tra i popoli, le nazioni e gli Stati, che possono degenerare in guerre, mentre la cultura, costruita sul dialogo, è il migliore fondamento della pace. Il convegno di due giorni che ha accompagnato la riapertura del Museo, a ragione riconosce nei musei il luogo emblematico della comprensione, della solidarietà e dell’armonia, proprio perché la cultura è il fondamento della formazione dell’identità delle nazioni e la base del riconoscimento e del rispetto dell’alterità. Il recupero dell’armonia nazionale in Siria, dopo una crisi così aspra, sarà un itinerario non breve e non semplice, ma la cultura, e in particolare la considerazione positiva della varietà e della diversità culturale nell’ambito di un’irrinunciabile unità nazionale, sarà nell’immediato presente e nel prossimo futuro, un elemento di forza.

Il conflitto ha inferto un colpo molto duro al patrimonio culturale: perché tanta furia?
Le devastazioni non occasionali, ma intenzionali e ripetute, del patrimonio culturale della Siria, e anche dell’Iraq, sono state compiute, con testimonianze di video impressionanti diffusi dagli autori stessi delle distruzioni, dalle bande nere dell’Is radicalmente avverse a ogni forma di stratificazione culturale di cui è ricco il passato, come il presente, della Siria. L’intransigente ideologia totalitaria dell’Is intende azzerare la storia, riportando l’umanità dei Paesi arabi dei nostri giorni ai giorni dei califfi ortodossi che successero al profeta Mohammed nel VII secolo, prima dell’avvento dei gloriosi califfi Umayyadi di Damasco. Questo fondamentalismo fanatico ha portato a perdite gravissime del patrimonio culturale — da Palmira e Aleppo in Siria a Nimrud e Ninive in Iraq, per fare nomi estremamente significativi per la storia dell’umanità — che sono state apportate non solo contro le testimonianze delle civiltà più antiche caratterizzate da religioni politeistiche e dell’epoca cristiana dal tardo impero alla conquista islamica, ma addirittura contro moschee sciite e perfino santuari sunniti. Un portavoce del sedicente califfato di Raqqa annunciò qualche anno fa che, qualora avessero conquistato Damasco, il primo monumento a essere distrutto sarebbe stato il mausoleo del Saladino, l’emiro ammirato in tutto il mondo islamico per essere stato il liberatore di Gerusalemme dall’occupazione dei crociati, nella prospettiva del mondo musulmano. Le devastazioni dell’Is hanno comportato anche l’assassinio di più di una decina di funzionari e guardiani della direzione delle antichità impegnati nella difesa del patrimonio culturale del Paese. Una particolare atrocità ha segnato il martirio di Khalid el-Asaad, il conservatore di Palmira, studioso e funzionario di grande reputazione, appassionato illustratore nel mondo della bellezza della sua Palmira, ospite generoso di tutti gli archeologi attivi in Siria, orgoglioso erede della tradizione beduina più genuina: un giusto, pianto in tutto il mondo.

Cosa si è fatto per cercare di proteggere il patrimonio culturale siriano?
La direzione generale delle antichità e dei musei di Damasco ha messo in opera negli anni più drammatici un’azione efficace per tutelare il patrimonio, soprattutto per quanto riguarda gli oggetti presenti nei musei dei diversi governatorati, quando era chiaro che i capoluoghi potevano cadere nelle mani degli insorti. Così, molte migliaia di reperti conservati nei musei periferici — da Aleppo a Raqqa a Deir ezZor, da Homs a Hama a Palmira — sono stati trasferiti con convogli militari a Damasco: si è calcolato che non meno di 300.000 oggetti siano stati tratti in salvo nella capitale. In questa energica azione di tutela un ruolo di primo piano negli anni più difficili della crisi lo ha svolto Maamun Abdulkerim, nella sua funzione di direttore generale delle antichità, e per questa sua azione ha ricevuto significativi riconoscimenti internazionali, dall’Italia alla Germania, dal Giappone alla Cina. In quegli stessi anni, la direttrice generale dell’Unesco, Irina Bokova, ha espresso l’indignazione universale per le devastazioni in corso in Siria e in Iraq definendo risolutamente le distruzioni dell’Is «crimini di guerra contro l’umanità».

Quando ha potuto lavorare per l’ultima volta in Siria?
L’ultimo scavo, prima dello scoppio della crisi, è stato nell’estate del 2010: dopo non è stato più possibile visitare Ebla. Nell’ottobre 2011, con alcuni collaboratori della missione archeologica, mi sono recato a Damasco per motivi scientifici e amministrativi, ma non potemmo avventurarci nelle regioni settentrionali del Paese per ragioni di sicurezza. Ebla, che aveva un notevole sistema di guardianaggio diurno e notturno per il grande valore storico del sito, ha subìto danni da scavi clandestini — che non si erano mai verificati prima per la continua presenza di guardiani — e dall’insediamento ripetuto nel tempo di piccoli accampamenti di ribelli in vari settori del sito archeologico che ha un’estensione di 56 ettari: questi insediamenti, documentati dalle foto satellitari, sono responsabili di non irrilevanti interventi di macchinari che hanno alterato in parte la morfologia della superficie del sito. In questi anni di degrado e di occupazione militare di Tell Mardikh, che hanno comportato anche il saccheggio e la parziale distruzione di tre eccellenti minori strutture museali progettate e costruite dalla direzione delle antichità, sono state anche gravemente danneggiate e in larga parte distrutte tutte le delicate opere di restauro degli edifici monumentali in mattoni crudi dei due grandi periodi di fioritura di Ebla, tra il 2500 e il 1600 circa, prima dell’era cristiana, realizzate dalla missione italiana. Come negli altri più significativi siti archeologici del Paese, quali Mari sull’Eufrate non lontano da Deir ez-Zor e Apamea nella valle dell’Oronte, quando potrà essere garantita la sicurezza, si dovrà procedere, prima di tutto, a una minuziosa opera di rilevamento delle alterazioni superficiali della topografia e delle fosse degli scavi clandestini e, successivamente, a una riabilitazione del sito con nuovi interventi di restauro e protezione delle rovine della città del Bronzo Antico e Medio, che così grande significato ha per lo sviluppo del modello urbano non solo nella storia dell’Oriente antico, ma a scala planetaria.

Quali sono le zone più distrutte del paese e quali le prospettive per la ricostruzione?
Le distruzioni hanno devastato molte aree del Paese, con l’eccezione totale di Damasco e di parte del suo circondario e di tutta la sua parte occidentale a forte maggioranza alawita, dove ci sono i porti sul Mediterraneo di Lattakia e Tartous. In quest’ultima regione, anche durante gli anni di crisi più grave, sono proseguiti alcuni importanti lavori, come quelli della missione ungherese sulla splendida, vastissima fortezza crociata del Marqab in una spettacolare posizione panoramica dominante sul Mediterraneo, che rivaleggia con il celeberrimo Krak dei Cavalieri, costruito sul versante interno orientale delle catene montuose che proseguono a nord le montagne del Libano e dell’Antilibano. Malgrado ciò che si è ripetutamente affermato, anche su autorevoli organi di stampa, il centro monumentale di Aleppo ha sofferto solo isolate, anche se gravissime, perdite, ma soprattutto la Cittadella non ha subìto gravi distruzioni se non per quanto riguarda la porta medioevale in ferro. Una delle perdite più dolorose, anche perché irrecuperabile, è la distruzione della moschea Khosrofiyyah, uno dei capolavori minori di Sinan, il grande architetto cinquecentesco spesso definito in Occidente il Michelangelo ottomano, mentre potrà essere ricostruito il minareto medievale della Grande Moschea detta degli Umayyadi di Aleppo, perché i blocchi crollati sono stati conservati nella situazione del crollo e accuratamente registrati in vista di una già programmata, pur complessa, ricostruzione. In generale, le prospettive della ricostruzione sono migliori di quanto si potesse prevedere dopo le orribili immagini delle esplosioni procurate dall’Is di insigni monumenti di Palmira, come il piccolo Tempio di Baalshamin e lo splendido santuario di Bel, uno dei massimi capolavori della prima architettura romana di gusto ellenistico delle province orientali dell’impero di Roma.

Qualcosa è stato già fatto?
Oggi la direzione generale delle antichità di Damasco sotto la direzione di Mahmud Hammudi, ha già provveduto a ottenere un’essenziale, ampia documentazione fotografica-ortografica dei crolli dei maggiori monumenti abbattuti a Palmira, ad Aleppo e in altri centri del Paese. Il completamento in queste ore, nel giardino del Museo di Damasco, del restauro dell’originalissima statua-stele della dea Allat di Palmira massacrata dall’Is e recuperata in tutti i frammenti dispersi, a opera di restauratori polacchi è un benaugurante simbolo di quella che potrà, e dovrà, essere la gigantesca opera di ripristino di quanto è stato distrutto o danneggiato in Siria. Ma, a mio avviso, tre principi fondamentali dovranno essere seguiti per queste ricostruzioni. Primo: programmi, progetti, priorità dovranno essere individuati e deliberati dalle autorità culturali della Repubblica araba siriana in piena autonomia. Secondo: i progetti nella loro formulazione e realizzazione dovranno essere seguiti da esperti dell’Unesco, che siano garanzia di procedure adeguate, funzionali ed efficaci. Terzo: ripristini e ricostruzioni è auspicabile che vengano realizzati, sotto il coordinamento e la regia delle autorità siriane, con l’impegno solidale di Paesi volenterosi di tutto il mondo che mettano a disposizione competenze, esperienze e maestranze.

La riapertura del museo di Damasco può essere considerata un primo passo per una rinascita culturale e civile della Siria?
È senz’altro questo l’auspicio, vivissimo e fiducioso, di quanti veramente amano la Siria, ponte tra culture, religioni e ideologie diverse, che, pur con lunghi decenni di aspri conflitti nei secoli passati, è divenuto dopo la seconda guerra mondiale un Paese che, anche se con tensioni politiche talora assai serie, ha saputo fare della cultura uno strumento prezioso di dialogo. Come archeologo militante e decano degli archeologi operanti in Siria, non posso non ricordare che la Siria, negli anni immediatamente precedenti il 2011, ospitava oltre un centinaio di missioni archeologiche straniere o congiunte ed era un Paese esemplare per apertura e collaborazione internazionale, riconosciute universalmente come ottime basi per sviluppi nelle acquisizioni delle conoscenze. Documentazione sostanziale di ciò sono le grandi scoperte che, dopo il sensazionale ritrovamento italiano degli Archivi reali di Ebla, nel 1975, si sono susseguite in Siria. Tutti coloro che amano la Siria si augurano che al popolo siriano, martire di una guerra crudele — che è divampata e si è accresciuta soprattutto per la volontà di potenze di quell’area geografica di regolare sul suo territorio contese di supremazia regionale — siano restituite pace, giustizia, libertà in un contesto di ristabilita armonia e unità nazionale.


© Osservatore Romano 31 ottobre 2018

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