Rassegna stampa Speciali

Un tesoro da preservare

Un bambino nello slum di Mathare nella capitale del Kenya Nairobi (Reuters)

Il compianto professor Joseph Ki-Zerbo, storico burkinabé di fama mondiale, era molto diretto quando doveva esprimersi sul tema del colonialismo culturale in Africa: «Da piccoli usavamo un testo di storia francese che esordiva così: “I nostri antenati, i Galli…”.

La nostra formazione cominciava con la disinformazione. Abbiamo ripetuto macchinalmente quello che ci volevano inculcare». È evidente che quanto egli stigmatizzava dipendeva dall’atteggiamento impositivo dei colonizzatori nei confronti, in questa specifica fattispecie, dell’Alto Volta, oggi Burkina Faso. I libri di testo, allora in lingua francese, arrivavano direttamente dalla madre patria e dunque non vi era alcuna attinenza alle vicende storiche del continente africano.

Era d’altronde allora opinione diffusa (come lo è, ahinoi, anche oggi) che prima dell’arrivo dei colonizzatori europei, il continente fosse una sconfinata distesa di terre popolate da miriadi di gruppi etnici litigiosi e incapaci di adottare le più elementari forme di organizzazione politica. Si tratta di un falso storico. Ci si dimentica che in Africa, a differenza di quanto avvenne nelle Americhe, la potenza degli Stati autoctoni fu tale da scoraggiare sino all’epoca della rivoluzione industriale, dall’ultimo quarto del xviii secolo a tutto il xix , qualsiasi conquista su scala continentale. Sta di fatto che, per quanto concerne l’apprendimento scolastico, l’elemento discriminante è sempre stata la lingua utilizzata dagli scrittori. E qui la riflessione inevitabilmente si fa molto più ampia. Cos’è infatti che definisce l’identità di un popolo? Lo Stato? Le leggi? Il modus vivendi? Assolutamente no. L’elemento aggregante che forgia gli usi e costumi, le leggi e le tradizioni di una comunità è la componente linguistica. Non è un caso se la strategia messa a punto dalle potenze dominatrici sui popoli colonizzati, poco importa se in Africa o in altri continenti, prevedeva l’apprendimento dell’idioma straniero per affermare l’assimilazione, l’acquisizione e l’assoggettamento con l’intento non solo di comunicare ma soprattutto di esercitare e controllare il potere.

Oggi, con l’avvento della globalizzazione, queste dinamiche continuano a permanere e rispondono sempre e comunque al diktat dell’interesse. La posta in gioco è alta come ha dichiarato la signora Audrey Azoulay, francese di origini marocchine, Direttore Generale dell’Unesco: «Perché quando una lingua muore, un modo di vedere, sentire e pensare il mondo scompare e tutta la diversità culturale è irrimediabilmente ridotta». Per questo motivo le Nazioni Unite hanno istituito una giornata Giornata Internazionale della Lingua Madre nata ad opera dall’Unesco. Dal 1999 ogni 21 febbraio si celebra nel mondo il valore della lingua madre e la ricchezza del multilinguismo. La data è significativa di un evento avvenuto nel 1952: l’uccisione da parte delle forze di polizia pakistane di alcuni studenti dell’Università di Dacca che rivendicavano il bengalese quale lingua ufficiale. Oggi più che mai sono necessari interventi educativi e didattici che tengano conto delle differenze linguistiche degli studenti, dedicando percorsi inclusivi linguistici ispirati all’apprendimento di qualità, dando voce alle comunità locali. Da questo punto di vista la situazione in cui versa l’Africa merita un’attenta disamina.

Secondo gli ultimi dati forniti da Ethonologue (https://www.ethnologue.com/), in Africa ci sarebbero oltre 2mila lingue, vale a dire il 30% (7.139) di quelle parlate nel mondo, ma quante di queste sono valorizzate, insegnate? In quante di loro vengono scritti o tradotti libri? Emblematico può essere il confronto tra la lingua islandese, parlata da 365mila persone e il luganda, idioma in Uganda di quasi 10 milioni di baganda. Nel primo caso, considerando che si tratta di una lingua non propriamente utilizzata da molti al mondo, ha avuto un discreto successo nell’editoria con centinaia, migliaia di pubblicazioni in questo idioma, oltre alle numerose traduzioni di libri e articoli dalla lingua islandese all’inglese. Di converso il luganda, parlato da circa 10 milioni di persone non dispone della stessa produzione giornalistica e letteraria. Se il nigeriano Albert Chinualumogu Achebe, padre della letteratura africana in lingua inglese avesse scritto nella sua lingua madre, l’igbo, avrebbe riscosso lo stesso successo internazionale? Lo stesso vale per altri grandi scrittori e poeti che hanno dovuto per forza scegliere l’inglese, il francese o il portoghese per assicurarsi il mercato dei libri. Da rilevare che in Africa attualmente vi sono almeno 75 lingue che hanno più di un milione di persone in grado di utilizzarle abitualmente. Le restanti sono parlate da popolazioni che vanno da poche centinaia a diverse centinaia di migliaia di persone, alcune delle quali sono orali e non sempre disponibili in forma scritta. Un contributo significativo è stato offerto dal mondo missionario in molti paesi di questo vasto continente. Ad esempio, nella biblioteca della casa madre dei missionari comboniani a Verona sono custodite grammatiche, dizionari, catechismi, testi di storia sacra, liturgici, educativi e di musica, tutti materiali tradotti nelle lingue delle etnie Alur, Logbara, Madi, Azande, Bari, Lotuko, Shilluk, Sidamo, Guji e tante altre. Una cosa è certa: per avere successo internazionale, quello che conta, bisogna necessariamente avere padronanza delle lingue europee. Che non sono comunque le più parlate al mondo, ma servono per comunicare tra persone di lingua materna diversa, soprattutto per l’insegnamento e per attività tecnico-scientifiche. E per questo motivo sono dette anche veicolari.

La conclusione comunque di questo ragionamento rasenta il paradosso: nel 2014 quasi il 55% dei francofoni erano africani, nel 2018 erano già passati al 59%. Vale a dire che in Africa ci sono più persone che parlano il francese che nel resto del mondo. In un mondo villaggio globale, senza nulla togliere alla dimensione dell’universalità, così come ben espressa nella Dottrina sociale della Chiesa, occorre comunque salvaguardare le identità linguistiche africane con il loro carico di saperi ancestrali. Non solo: tutto ciò che viene veicolato con la lingua è dettato da consuetudini e norme sociali e comportamentali che nella mente dell’adulto sono introiettate fino a divenire istintive. La lingua infatti è il «complesso simbolico, vissuto dai popoli come costitutivo della loro identità e come principio di aggregazione sociale» (Altan Tullio, 1995, p. 21, cit. in Calvi, 2014, p.39); la lingua è inoltre lo strumento che consente il tramandarsi delle norme, dei valori e delle regole di generazione in generazione. Un patrimonio, dalla forte valenza esistenziale, che peraltro diverge profondamente da cultura a cultura, da lingua a lingua. Chi scrive ricorda molto bene lo stupore dei parrocchiani a Nairobi, in Kenya, quando annunciava che si sarebbe assentato per qualche giorno. Lungi dal pensare che mi recassi in vacanza per godere delle meritate ferie, i fedeli si preoccupavano che non fossi ammalato. Questo perché il concetto di «ferie» è evidentemente culturalmente connotato. Ha proprio ragione Ngugi wa Thiong'o, noto anche come James Ngugi, scrittore, poeta e drammaturgo keniota, a dire che «I sogni dell’Africa restano avvolti in suoni europei inaccessibili al popolo africano».

di Giulio Albanese

© Osservatore Romano - 6 marzo 2021


Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla mailing list di cristiano cattolico. Conforme al Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n.196, per la tutela delle persone e e il rispetto del trattamento di dati personali, in ogni momento è possibile modificare o cancellare i dati presenti nel nostro archivio. Vedi pagina per la privacy per i dettagli.
Per cancellarsi usare la stessa mail usata al momento dell'iscrizione.