Rassegna stampa Speciali

Un tè con madre Fibi e sorella Partenia

Da sinistra sorella Partenia il vescovo Boutros e madre FibiNel convento copto ortodosso di San Giovanni l’Amato in Egitto

Non amano a parole, ma con i fatti. Hanno messo la loro vita al servizio degli altri. Sono le monache e le sorelle del monastero copto ortodosso di San Giovanni l’Amato. È qui che siamo diretti. Alle 9 di mattina la luce è davvero bella sulle acque tranquille del Nilo: da Zamalek, il quartiere dove ci troviamo, attraversiamo in macchina il ponte dei Leoni e ci muoviamo nel traffico caotico della città per andare a prendere la strada che porta a Suez. Superiamo Heliopolis e il palazzo del barone Empain, noto come il palazzo Indù. Dopo una trentina di chilometri, ecco alla nostra sinistra le mura color ocra del monastero di San Giovanni l’Amato.

Da sinistra sorella Partenia il vescovo Boutros e madre Fibi

Ci stanno aspettando il vescovo (amba) Boutros, capo del monastero, insieme a madre Fibi e a sorella Partenia. Sayedna Boutros — che è stato segretario di papa Shenouda III — ci accoglie nella sala degli ospiti offrendoci una tazza di tè alla menta. «Benvenuti nel monastero delle monache copte ortodosse di San Giovanni l’Amato, il nostro è un monastero per i servizi diverso dai monasteri di preghiera. Qui oltre a me ci sono due preti (abuna) e quasi settanta religiose tra monache e sorelle. In Egitto chiamiamo monaca (rahba) sia le contemplative (quelle che non escono dal convento) che le attive (quelle che fanno opera di apostolato), in arabo ci rivolgiamo a loro chiamandole umm, madre, le prime, e el okth, sorella, le seconde. Poi ci sono le mukarrasat, anche loro vengono chiamate sorelle (tamav in copto) e sono diaconesse, mettendo in pratica la parola del Vangelo in favore dei poveri e di chi ha bisogno. Vivono per il servizio. Le shammasa, infine, sono le novizie».

È un mondo raramente visto da estranei quello delle monache copte ortodosse egiziane che pregano e servono come parte della più grande comunità di cristiani in Medio oriente. Madre Fibi e sorella Partenia ci guardano con occhi tranquilli, un timido sorriso e le mani nascoste dentro i vestiti.

«Viviamo concretamente l’amore di Gesù con i fatti — racconta Boutros —. Abbiamo potuto comprare questi cento ettari di terra nel deserto nel 1992 grazie all’aiuto di un caro amico, Fahmy Zaki Gayed, che è stato sottosegretario all’agricoltura con il ministro Yousef Wali. Da allora abbiamo iniziato a costruire la prima chiesa, nel 1996, e poi, mano a mano, tutti gli altri edifici per ospitare e aiutare i più poveri, le persone rimaste sole e quelle con disabilità. Insieme al monastero abbiamo creato il centro cristiano l’Isola della carità di Patmos. Oggi sono più di vent’anni che questo monastero fornisce amore, cura e sostegno a poveri, anziani, bambini rimasti orfani o con disabilità fisiche o mentali, e donne allontanate dalla famiglia. Abbiamo anche una scuola per ragazzi e ragazze che va dall’asilo al liceo. Non solo: da qualche tempo il monastero ospita anche una rotativa per i giornali e un canale televisivo. La nostra Aghapy tv è in assoluto il primo canale satellitare cristiano copto ortodosso e vuole servire i cristiani di tutto il mondo».

Ma è soprattutto sull’agricoltura che il monastero basa il suo sostentamento. «Abbiamo terreni verso Ismailia e anche sulla strada per Alessandria: un grande terreno di quasi 80 ettari vicino al monastero di Mar Girgis Khatatba, accanto al villaggio di Salmaniya».

In Egitto ci sono due tipi di monasteri, quello per la preghiera e quello per i servizi. «Nei monasteri di preghiera vivono le monache che hanno fatto i voti solenni e sono la forma più antica di religiose. La loro vita spirituale si basa sulla preghiera, scandita dal digiuno, e genera molti frutti spirituali. I conventi di monache per la preghiera seguono tutti la regola di san Pacomio, che prevede una vita comunitaria, tranne quello delle monache del convento di Santa Damiana, vicino alla città di Damietta, che ha adottato il sistema di sant’Antonio, e quindi uno stile di vita semianacoreta. Nei monasteri per i servizi ci sono, invece, le mukarrasat: queste sorelle esistono da quasi quarant’anni, da quando papa Shenouda III incoraggiò questo tipo di vocazione. Nel nostro monastero ci sono quattro monache e 65 mukarrasat. La loro formazione all’inizio è uguale per tutte; poi è la superiora a indicare se la ragazza è più adatta al servizio, e quindi a diventare mukarrasat, o alla preghiera, e quindi a diventare rahba. Ma capita che anche le monache svolgano dei servizi, e questo è una loro scelta, come pure che le mukarrasat dedichino più tempo alla preghiera».

La storia di santità di questa terra è confermata dalle vocazioni in crescita. «In quattro anni abbiamo costruito tredici nuovi monasteri: sei in Egitto, cinque al Cairo, uno a Damietta, due in America, uno a Gerusalemme e uno in Sudan. A questi se ne aggiungono altri tre nel sud dell’Egitto, Minya, Mallawi e Sohag. Oggi le sorelle in tutto l’Egitto sono quasi duemila mentre le monache e le novizie sono quasi 1500».

La maggior parte delle monache contemplative vivono nel monastero di Abu Saifein nel vecchio Cairo, al Fustat. Le altre si trovano a Santa Damiana e in altri conventi sparsi per l’Egitto. Ci sono poi anche alcune donne eremite: queste anacorete vivono in piccoli appartamenti al Cairo o in siti monastici seguendo l’esempio delle prime madri del deserto, le sante Maria d’Egitto, Alessandra, Sincletica e Sara.

Sorella Partenia è una mukarrasat e ha 38 anni, madre Fibi è invece una rahba quarantaseienne. Le croci che indossano sopra le loro vesti sono diverse: quella di Fibi è nera come quella dei monaci, mentre quella di Partenia è marrone. Anche il loro abito è differente. Madre Fibi indossa una lunga veste nera, che simboleggia la morte al mondo, e ha il capo coperto da un velo nero appoggiato su un copricapo, anch’esso nero. Sorella Partenia ha invece un abito lungo alla caviglia di colore grigio con un piccolo velo, sempre grigio.

«Il nostro è conosciuto come il monastero della Carità» ci dice sorella Partenia accompagnandoci nella visita. «Abbiamo sette chiese e facciamo tutto il possibile per aiutare chi è in difficoltà. Abbiamo messo su anche una panetteria, una falegnameria, una vetreria, una piccola ditta che produce piastrelle per pavimenti, un centro che vende vestiti, il cui ricavato va ai poveri, e un piccolo emporio che vende farina e altri generi alimentari. Abbiamo anche un ospedale — gratuito per chi non può pagare — e una casa per gli studenti a el Shorouk, vicino alla città di Badr a nordest del Cairo. Ora stiamo costruendo una scuola per infermieri. Il nostro tempo è soprattutto dedicato ai servizi: dopo aver recitato il rosario, ognuna di noi ha la sua attività: chi con gli anziani, chi con le donne, chi con i bambini, chi con le persone con disabilità. La giornata inizia alle 4 e termina alle 20».

Sorella Partenia è la responsabile della scuola. «Abbiamo tre edifici per 42 classi con 25 alunni per classe. Centotrenta insegnanti, sei classi di computer, due per ogni palazzo, tre biblioteche, laboratori di scienza e centri sportivi».

Visitando le case che accolgono gli orfani, le persone con disabilità e le donne sole — a loro è riservato il Cheerful Heart Center — si percepisce una grande pace e serenità. Tra i bambini c’è chi colora e chi gioca. I più grandi si cimentano in piccoli lavori di falegnameria, c’è anche chi fa candele e chi dipinge icone: Le ragazze lavorano a maglia, ricamano o tessono piccoli tappeti.

Sorella Fumia, che ha 28 anni e da sei è una mukarrasat, ci mostra i disegni molto belli di Nabil, un giovane uomo adottato dal monastero perché la sua famiglia è troppo povera e lui non ha un altro posto dove stare. Nella casa che ospita le donne, le ospiti si muovono in un silenzio ovattato. Sono diciannove. Le segue sorella Irini che ha lo stesso nome di madre Irini, la superiora del convento di Abu Sefein, morta nel 2006 in odore di santità.

dal Cairo Rossella Fabiani

© Osservatore Romano - 9 agosto 2018

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