Rassegna stampa Speciali

Storia di un fallimento clamoroso

Il 18 gennaio di un secolo fa si apriva la Conferenza di Parigi

La conferenza di pace che si riunì a Parigi il 18 gennaio 1919, due mesi dopo il termine della Prima guerra mondiale, avrebbe dovuto ricostruire l’Europa su basi

Il gallo francese abbatte laquila tedesca Monumento ai caduti della prima guerra modiale di Cimiez Nizza Il gallo francese abbatte l'aquila tedesca Monumento ai caduti della prima guerra modiale di Cimiez Nizza

di equità, rispettando quanto più possibile i diritti dei popoli. In realtà accadde tutto il contrario e i lavori, che si protrassero per un anno, fino al 21 gennaio 1920, si risolsero in un fallimento clamoroso.

Vent’anni dopo l’Europa e il mondo riprecipitarono in guerra, in larga misura proprio a causa dei problemi creati, o non risolti, dai trattati parigini, sicché il periodo 1914-1945 è diventato, nel giudizio ormai acquisito dalla storiografia, «la guerra dei trent’anni del XX secolo». Il fallimento è stato tale che, di rimbalzo, ha obbligato la storiografia a riconsiderare l’analogo congresso di cento anni prima, quello di Vienna del 1814-15, fino ad allora sommerso dalle critiche della cultura di impronta nazional-patriottica. Si dovette infatti prendere atto che agli statisti ottocenteschi era riuscito ciò che non avevano saputo fare i loro successori novecenteschi: ricostruire un ordine internazionale capace di durare nel tempo, nonostante cambiamenti, discordie e conflitti. La conferenza di Parigi — sulla quale si può leggere il recente La pace mancata di Franco Cardini e Sergio Valzania (Milano, Mondadori, 2018, pagine 252, euro 22) — rimane dunque un drammatico nodo irrisolto, che in parte ancora ci condiziona, nella grande tragedia del XX secolo.

 

Le decisioni che vi furono assunte andarono in fumo l’una dietro l’altra. Le ultime creazioni parigine a frantumarsi furono la Cecoslovacchia e la Jugoslavia, dopo la fine del comunismo. Ma il grosso dell’impalcatura creata cento anni fa esplose nei vent’anni successivi, cioè quasi subito. Che cosa, dunque, non funzionò nei dodici mesi della conferenza?

La prima cosa a non funzionare fu la città stessa, Parigi, la meno adatta a ospitare un incontro pacificatore, dal momento che traboccava di sentimenti antitedeschi. Qualunque altra località — era stata proposta la ben più tranquilla e neutrale Ginevra — avrebbe garantito un clima migliore. Va poi ricordato che i lavori nella capitale francese si svolsero mentre la guerra continuava quasi dovunque (Russia, Ungheria, Romania, Polonia, Bulgaria, Montenegro, Turchia, Irlanda), anche nelle forme feroci di guerra civile, tanto che alcuni dei suoi deliberati, come il trattato di Sèvres con l’impero ottomano, non andarono mai ad effetto. Si aggiunga che l’Europa centro orientale stava naufragando nel disordine e nella miseria. Tutte le testimonianze ci dicono che a Vienna si poteva morire di fame, che dopo il naufragio della Germania, della Russia e dell’Austria-Ungheria, torme di disperati vagavano senza patria, senza documenti, senza più identità. Per costoro sarà inventato più tardi il passaporto Nansen, ma intanto, nei dorati saloni parigini, governanti accecati dai rancori pensavano solo a spogliare il nemico e ad aumentare il bottino a proprio favore.

Su questa polveriera calò la decisione improvvida del presidente americano — che non era mai stato in Europa, non la conosceva e non aveva alcuna esperienza di negoziati internazionali — di guidare in prima persona la delegazione americana e l’intera conferenza. In questo modo ne rese inappellabili le deliberazioni, non essendoci autorità superiore cui far ricorso, e si consegnò alla furia antigermanica del presidente Clemenceau, il quale, giocando a casa propria, fu il vero regista del vertice.

A ciò si deve aggiungere l’andamento caotico e talora casuale dei lavori, ai quali non era stato dato un ordine preventivo, con scelte che stupiscono o per la loro palese ingiustizia, come l’esclusione dei vinti, ammessi solo ad accettare le decisioni che li riguardavano; oppure per la loro illogicità, come l’ammissione di alcune irrilevanti (anche come apporto bellico) repubbliche centro o sudamericane; oppure per la loro assurdità: l’inclusione fra i vincitori della Cecoslovacchia, che era stata parte dello sconfitto impero austro-ungarico fino agli ultimi giorni di guerra e aveva proclamato la propria indipendenza solo il 28 ottobre 1918, sette giorni prima dell’armistizio di Villa Giusti. A far giustizia degli errori del suo presidente fu il Congresso degli Usa, che alla fine del 1919 bocciò le deliberazioni parigine e l’adesione americana alla Società delle Nazioni, ovvero il perno della strategia wilsoniana. Ma in questo modo anche il contenitore che avrebbe dovuto tenere in ordine il traballante sistema internazionale nacque pieno di buchi e di falle, inadatto alla sua funzione.

Le decisioni assunte nella capitale francese sono note, ma bisogna ricordarle, perché sono state il germe di tutti gli sconquassi successivi. Alla Germania furono imposte amputazioni territoriali a favore di Francia, Belgio, Danimarca e Polonia, con la perdita di circa il 13 per cento del territorio, in particolare delle regioni più ricche di carbone, e la totale smilitarizzazione della Renania, che la poneva in completa balia della Francia. Dovette cedere come bottino di guerra gran parte del patrimonio ferroviario e navale, ciò che ne prostrò definitivamente l’economia, e ridimensionare l’apparato militare a un punto tale che divenne difficile anche il controllo dell’ordine interno. Fu privata poi di tutte le colonie e obbligata a sobbarcarsi il pagamento ai vincitori di una stratosferica somma di denaro a titolo di risarcimento.

Il celebre economista John M. Keynes, che faceva parte della delegazione britannica, si dimise per non essere corresponsabile di queste assurdità, scrivendo in un libro divenuto celebre, Le conseguenze economiche della pace, che la distruzione economica della Germania, cioè del cuore pulsante del continente, del territorio più evoluto, attraverso il quale transitano per forza uomini, merci, alimenti e rifornimenti di ogni paese, avrebbe precipitato l’Europa e il mondo intero in una crisi senza precedenti. Come ciò non bastasse, le fu imposto di caricarsi della “colpa” di quanto era accaduto, accettando la clausola «Gli Alleati e i Governi Associati affermano, e la Germania accetta, la responsabilità della Germania e dei suoi alleati per aver causato tutte le perdite ed i danni che gli Alleati ed i Governi Associati e i loro cittadini hanno subito come conseguenza della guerra loro imposta dall’aggressione della Germania e dei suoi alleati» (art. 231 del Trattato di Versailles).

Se i quattro grandi fossero stati più saggi e avessero mitigato la punizione con misure di incoraggiamento alla fragile repubblica di Weimar, forse i rancori in Germania sarebbero stati meno veementi e la crisi postbellica non avrebbe provocato il collasso dell’economia che condusse al potere Hitler.

Non meno irrazionale fu la ricostruzione dell’est europeo, dove all’errore di aver lasciato scomparire l’impero austro-ungarico, si cercò di rimediare creando dal nulla una decina di nuovi stati, nessuno dei quali sarebbe stato in grado di svolgere la funzione che era stata assolta per due secoli dalla creazione asburgica: tenere sotto controllo la Russia separandola dalla Germania e dall’area balcanica. Questa galassia, economicamente e politicamente inconsistente, fu poi disseminata di minoranze nazionali — smentendo clamorosamente uno dei cardini dei 14 punti che Wilson aveva posto a base della sua politica — destinate a diventare un permanente focolaio di tensioni. Citando alla rinfusa: tedeschi, ungheresi e ruteni in Cecoslovacchia; ungheresi, bulgari, tedeschi e ucraini in Romania; slovacchi in Ungheria; bulgari in Grecia; tedeschi in Italia.

Per non parlare della Polonia, costruita attorno alla follia del cosiddetto corridoio di Danzica, che rompeva la continuità territoriale della Germania contro ogni logica geopolica, nella quale entrò di tutto: tedeschi, lituani, ucraini, russi, ungheresi. È stato calcolato che quasi metà della popolazione inclusa nei confini dello stato non fosse polacca. Fu un’operazione di ingegneria sociale che spianò la strada alle due catastrofiche annessioni — prima del Reich hitleriano, poi dell’Unione Sovietica — dalle quali l’est europeo fatica anche oggi a risollevarsi.

La Santa Sede, che non prese parte alla conferenza, aveva visto più lontano degli apprendisti stregoni riuniti a Parigi quando aveva pronosticato proprio questo esito: finita la guerra, tornati in patria gli americani e ritirati oltremanica gli inglesi — risulta abbia detto a conflitto appena concluso il segretario di Stato cardinale Gasparri — l’est Europa, senza più il grande contenitore asburgico, sarà fatalmente preda dei suoi più forti vicini.

La conferenza di Parigi richiama dunque alla memoria non un successo ma un colossale insuccesso della politica. L’unica scusante, per chi lo provocò, sta nel fatto che il compito dei quattro grandi che sovrintesero ai lavori (oltre a Wilson, il presidente francese Clemenceau e i primi ministri David Loyd George, inglese, e Vittorio E. Orlando, italiano) era davvero immane. Sarebbe stato difficile fare peggio di ciò che fecero.

Ma cento anni dopo, in tutta onestà, dobbiamo anche chiederci se e come sarebbe stato possibile fare meglio. Quando arrivarono a Parigi, infatti, il vero disastro — i quattro anni e mezzo di guerra che produssero il “suicidio dell’Europa civile”, come aveva previsto Benedetto XV — era già avvenuto.

di Gianpaolo Romanato

© Osservatore Romano - 16 gennaio 2019


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