Rassegna stampa Speciali

Sinodalità e Chiesa

cappella papale vaticano 1Un popolo pellegrino dietro al Pastore

Ecclesiologia sinodale

«Sinodo e Chiesa sono sinonimi».
A oltre cinquant’anni dalla chiusura del concilio, dopo le celebrazioni di tanti Sinodi dei vescovi (1965), con lo sviluppo della vita delle Conferenze episcopali e l’attivazione degli organismi di partecipazione nelle diocesi e nelle parrocchie e, da ultimo, con l’intenso esercizio di vasta e varia partecipazione delle Chiese particolari ai due Sinodi sulla famiglia del 2014 e del 2015, si sono create le premesse per porre al centro della prassi ecclesiale e dell’indagine teologica il tema della “sinodalità” (cfr. A. Spadaro - C.M. Galli, La riforma e le riforme della Chiesa, Queriniana, Brescia. Nel volume si dà molto spazio alla dimensione sinodale della Chiesa).

 

È da ricordare anche che lo sforzo di riflessione comune che si è sviluppato ecumenicamente, guardando, in concreto, a come si governava la Chiesa nei primi secoli, prima della rottura tra Oriente e Occidente, ha portato al convincimento che, nelle relazioni ecumeniche, non serve solo conoscersi in modo crescente, ma anche riconoscere quello che lo Spirito semina negli altri come dono per tutti. Tali premesse fanno ben comprendere come Papa Francesco, nel suo Discorso del 17 ottobre 2015 (= Discorso), abbia messo potentemente in evidenza l’idea di una Chiesa interamente sinodale.

È affermazione chiara che la collegialità non sia la sinodalità e questa non sia la collegialità perché i loro soggetti non sono coincidenti: infatti, come è stato precedentemente detto, la collegialità riguarda i vescovi, la sinodalità tutta la Chiesa. Si può e si deve affermare, però, una specie di communicatio idiomatum: la collegialità è anche sinodale e la sinodalità è anche collegiale. Il principio sinodale e il principio collegiale si annodano richiamandosi reciprocamente e costruiscono un filo forte, un tirante acciaioso per ben reggere la Casa ecclesiale.

La forma sinodale della Chiesa

«Il popolo di Dio, unico soggetto sinodale». Francesco dà alla sinodalità i colori cristiani: «Quello che il Signore ci chiede — afferma — in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola “Sinodo”. Camminare insieme — Laici, Pastori, Vescovo di Roma — è un concetto facile da esprimere a parole, ma non così facile da mettere in pratica» (Discorso). Per imprimere alla Chiesa tale svolta radicale, il Papa chiama a riscoprire che il primo e fondamentale soggetto della missione è l’insieme di tutti i fedeli o, come insegna Lumen gentium, 8, il “popolo di Dio” («populus messianicus… instrumentum redemptionis»). La sacra Gerarchia, infatti, nella sequenza dei capitoli della Lumen gentium, non sta prima né di fronte a tutto il corpo cristiano, ma anzitutto dentro il “popolo di Dio”.

Pertanto, i cristiani per evangelizzare non hanno bisogno di alcun altro sacramento oltre il Battesimo, né di alcuna delega da parte della Gerarchia. Del resto, almeno in terra europea, nei passaggi difficili del secondo millennio, la trasmissione della fede è stata assicurata dai fedeli laici, soprattutto nell’ambito della famiglia. Questo dato sul piano del diritto viene espresso nel can. 78 del Codex, attribuendo al “popolo di Dio”, come suo dovere fondamentale, l’“opus evangelizationis”.

La trasmissione della fede, che è l’atto più decisivo e onorifico della missione, è pertanto competenza propria di ogni fedele. La deduzione dovrebbe essere che, in ambiti di minore rilevanza (ad esempio nella scelta degli strumenti e dei modi più opportuni per evangelizzare), i fedeli dovrebbero essere considerati come soggetti originari e determinanti, nel convincimento che la vita della Chiesa non è anzitutto un dettato di legge o di disposizioni pastorali, quanto un’esperienza di fede che lo Spirito suscita nel cuore di ognuno e che si esprime in maniera spesso creativamente diversa da un cristiano all’altro.

«Il “popolo di Dio”, idea centrale del secondo post-concilio». Si è molto discusso su quale fosse l’idea centrale del Vaticano II e si è spesso pensato che forse fosse la comunione, ma restava un forse che, a dire il vero, proprio negli anni del pontificato bergogliano è andato facendosi più forte fino a imporsi la convinzione che l’idea centrale del concilio sia proprio la categoria biblica di “popolo di Dio”. Papa Francesco ha manifestato la sua preferenza per questa categoria — come ha confermato nel n. 119 dell’Evangelii gaudium (24 novembre 2013) — e, in tal modo, egli ha indicato, di fatto, la strada privilegiata per tornare al concilio di san Giovanni XXIII e di san Paolo VI.

La categoria di comunione-comunità, che ha dominato parecchi decenni del post-concilio, è da pensare come una concretizzazione dell’idea di “popolo di Dio” (cfr. S. Dianich – C. Torcivia, Forme del popolo di Dio tra comunità e fraternità, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2012). Oggi la concezione della Chiesa come “popolo di Dio” sta felicemente tornando in auge (cfr. C. M. Galli, Dal basso, in «L’Osservatore Romano», 21 ottobre 2015, p. 5). Intanto, i germi di un nuovo post-concilio lievitano la speranza che la sinodalità diventi un’esperienza diffusa e permanente nella vita interna della Chiesa e nella sua opera di missione.

È una “richiesta apparentemente nuova” questa della sinodalità diffusa, ordinaria, feriale, ma in verità essa ha per matrice il Vangelo di Gesù, che lo Spirito sfoglia con divina sapienza e apre alle pagine più adatte nelle varie ore della storia. Fondamentale è la riscoperta della sinodalità perché — come ha ricordato Papa Francesco nel suo Discorso — «Chiesa e Sinodo sono sinonimi» (San Giovanni Crisostomo, Explicatio in Ps. 149). Oggi, però, è l’ora della sinodalità e il Vangelo è il suo codice. Ormai è scoccata per sempre l’“ora della sinodalità” e ci sono le premesse perché quest’“ora” diventi secolare, anzi permanente.

La Chiesa sinodale è un popolo in cammino

«La “popularitas”, parola portante dell’ecclesiologia di Papa Francesco». Il concilio scopre un grande orizzonte per dire il “popolo di Dio” pensandolo come la Chiesa “in tempore” — nel frattempo — o tra il già e non ancora, tra la prima e la seconda venuta del Messia. Nell’Evangelii gaudium Papa Bergoglio menziona 164 volte la parola “popolo”: è il sostantivo più utilizzato in tutto il documento. Egli, infatti, ha particolarmente presente la «teologia del popolo» argentina, animata soprattutto da tre teologi a lui cari:

— Rafael Tello (1917-2002). Consigliere dei vescovi argentini tra il 1966 e il 1973, egli elabora una «teologia del popolo» coltivando come basilare l’idea teologica di pensare l’evangelizzazione del popolo a partire dal popolo stesso, ossia dalla sua cultura, dai suoi linguaggi, dai suoi costumi, dai suoi modi d’interpretare la vita e la storia (cfr. E. C. Bianchi, Introduzione alla teologia del popolo. Profilo spirituale e teologico di Rafael Tello, prefazione di Jorge Mario Bergoglio – Francesco, Emi, Bologna, 2015).

– Juan Carlos Scannone (1931). Anch’egli è esponente della «teologia del popolo», una delle declinazioni della Teologia della liberazione, di cui ha fatto parte un uomo della statura spirituale di Eduardo Pironio, che ha sviluppato un’analisi storico-culturale dei Paesi latino-americani senza appellare a procedure marxiste, pur operando l’opzione preferenziale per i poveri espressa nelle Conferenze dell’Episcopato latino-americano e ribadita da Benedetto XVI nel Discorso inaugurale, nei nn. 3 e 4, della v Conferenza generale dell’Episcopato Latino-americano e dei Caraibi di Aparecida (13 maggio 2007). Insegnante del giovane Bergoglio, su di lui, Papa, scrive un testo che aiuta a comprenderne la dimensione della sua popularitas teologico-pastorale: Il Papa del popolo. Bergoglio raccontato dal confratello teologo gesuita e argentino, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2015.

– Lucio Gera, (1924-2012). Considerato il teologo più influente della seconda metà del secolo XX in Argentina, suo Paese, e uno dei più accreditati di lingua spagnola, appunta la sua attenzione sulla diffusione della fede tra gli uomini mediante la proclamazione del Vangelo, ma anche sulla promozione dell’uomo nell’ambito dei valori temporali. Chi vuole capire il pensare profetico e il parlare metaforico di Papa Bergoglio e la sostanza spirituale che li anima, può farlo leggendo Lucio Gera (La religione del popolo. Chiesa, teologia e liberazione in America latina. Prefazione di Alberto Melloni e Postfazione di Juan Carlos Scannone. Nuova edizione, Dehoniane, Bologna, 2015).

Questa “teologia del popolo” entra in rapporto simbiotico con la cultura di popolo perché la grazia suppone la cultura e il dono di Dio s’incarna nella cultura di chi lo riceve. Naturalmente questo rapporto simbiotico è mediato ecclesialmente: «La Chiesa — afferma don Gera — si incarna nella massa degli uomini attraverso la fede, che essa predica e trasmette loro. Tuttavia, la fede cristiana non può essere normalmente e con la relativa facilità ricevuta, vissuta e conservata dalle maggioranze (il “comune” della gente) se non è espressa e mediata attraverso forme, simboli e valori propri della cultura di coloro ai quali viene annunciata» (Ivi, p. 40): punto di riferimento stabile della “teologia del popolo” è, peraltro, la religiosità popolare o pietà popolare (Ivi, pp. 19-55).

Una Chiesa sinodale è concreta e ha nomi propri

La domanda su che cosa sia la sinodalità si lega subito a un’altra, quella dell’identità della Chiesa. In termini subito espliciti: a un’idea concreta, quale solo può essere quella della sinodalità, deve precedere un’idea concreta di Chiesa. Tutto è importante nel cercare di capire la Chiesa, ma più importante è una domanda concreta su di lei. Evitate le domande astratte sulla sua natura, sul suo “che cos’è” (in questa domanda si era rimasti impigliati con una concezione giuridicistica di essa), resta la domanda personologica: “Chi è la Chiesa?”, che notoriamente si è posta von Balthasar (Ch. H. U. von Balthasar, «Chi è la Chiesa?», in Id., Sponsa Verbi. Saggi teologici, ii, Morcelliana, Brescia, 1985, pp. 139-188). Ma basta chiedersi al singolare “chi è la Chiesa?”. Parrebbe di no. Allora: “Chi sono la Chiesa?” o “Siamo la Chiesa?” (J. A. Komonchak, Siamo la Chiesa? Qiqajon, Magnano, 2013).

Queste due ultime domande hanno risposta positiva che consiste nell’affermare la dimensione personale della Chiesa e la sua piena concretezza. Quelle domande sollecitano di per sé una risposta perché, trattandosi di Chiesa, inducono a parlare non di persona al singolare, ma di persone al plurale: la pluralità infatti è necessaria perché vi sia la fede (la Chiesa è la comunità dei credenti), perché vi sia la congregatio fidelium (Dio chiama i figli e i fratelli a credere), infine perché essa è “comunità di discepoli” (Gesù non ha chiamato un solo discepolo, ma molti e agli apostoli ha affidato il compito missionario di fare degli uomini tutti discepoli). Insomma, non a caso nella Chiesa si è in più.

Chi sono la Chiesa, perciò? Tutti i figli di Dio, tutti i fratelli di Cristo, tutti gli amici dello Spirito. La Chiesa è un soggetto plurale, ma non un soggetto plurale-aristocratico (la comunità dei migliori, degli innocenti, dei senza peccato). La Chiesa è un popolo sinodale, fatta di credenti, di discepoli così come sono, oscillanti fra santità e colpa, belli per la grazia e sporchi per il peccato: in questo popolo sinodale il grande, la bellezza, il sublime, il glorioso sono sperimentati nella concretezza della condizione esodale, fatta di stanchezza e di entusiasmo di fede, di ferite e di guarigioni, di cadute e di risurrezioni.

Una Chiesa in stato di sinodo

«La Chiesa vive la sinodalità dentro di sé». La sinodalità, essendo una dimensione essenziale della Chiesa, suscita in essa anche l’esigenza di vivere sempre in stato sinodale: questo significa “in condizione discepolare e di missione”. In altri termini, la Chiesa vive due realtà. Anzitutto, essa vive una sinodalità interna: essendo e percependosi come comunità concreta, grande e limitata, la Chiesa vive e mostra la sua tensione a conquistare la perfezione, che è il piacere al Padre, l’imitazione di Cristo, la docilità all’azione trasformante, purificatrice ed elevante dello Spirito.

La Chiesa si può concretamente trovare, non solo dove sono conservati le misteriose realtà che la generano e la nutrono (Scrittura, Sacramenti, Ministeri…), ma in quanti quelle misteriose realtà vivono e producono trasformazioni formidabili di avvicinamento e di assimilazione all’Eterno. La Chiesa concreta è la comunità di uomini e di donne per i quali il Vangelo e il regno rappresentato la discriminante della loro esistenza e che a quel Vangelo e in quel regno vogliono accostare i compagni di vita della carovana umana con i quali, sperando, passano e se ne vanno… (cfr. J. A. Komonchak, Siamo la Chiesa?, passim).

«La Chiesa vive la sinodalità “in uscita” cercando gli uomini». La sinodalità chiede una Chiesa estroversa, ossia una Chiesa aperta al mondo e al tempo che le si offre presente e come futuro, i due tempi da lei attingibile: per il passato, pur fonte di sapienza e d’ispirazione, vale anche per la Chiesa l’adagio latino Actum ne agas. Essa, infatti, ha bisogno degli spazi del mondo e del tempo degli uomini per avanzare nel suo cammino sinodale, spazio e tempo che deve conoscere per potervi andare fruttuosamente e che deve perciò saper gerarchizzare: «Il tempo è superiore allo spazio», afferma Francesco indicandone una ragione capace di motivare bene il cammino sinodale che, tra limite dello spazio e apertura al futuro, deve trovare la forza di oltrepassare quel limite e dare modo alla speranza degli uomini di espandersi. «Vi è una tensione bipolare tra la pienezza e il limite. La pienezza provoca la volontà di possedere tutto e il limite è la parete che ci si pone davanti. Il “tempo”, considerato in senso ampio, fa riferimento alla pienezza come espressione dell’orizzonte che ci si apre dinanzi, e il momento è espressione del limite che si vive in uno spazio circoscritto» (Evangelii gaudium, n. 222 e cfr. fino al n. 225). Si tratta per il popolo sinodale di andare nel mondo e a starci dentro con la volontà di condividerne gioie, dolori, paure e speranze, come il concilio di Giovanni XXIII e di Paolo VI auguravano per la Chiesa (Gaudium et spes, n. 1). La Chiesa, come già Israele nel deserto, è un popolo nomade e in stato di esodo in cerca di una terra migliore e più degna (cfr. 1 Pietro, 1, 17 e 2, 11, Ebrei, capp. 3,4 e 11, 8-10).

«La Chiesa vive la sinodalità “in uscita” cercando Dio». La Chiesa è pellegrina di Dio, proprio mentre è un popolo sinodale per il mondo. Andando nel mondo per la missione, la Chiesa va in uno spazio umano non sconosciuto; infatti, lei sa che il mondo fa intrinsecamente parte di sé e viceversa: i figli della Chiesa sono inscindibilmente anche i figli del mondo. Insomma, questi figli vivono simultaneamente due realtà inseminando l’una e l’altra dei loro reciproci valori. «Se non è di questo mondo, ciò non toglie che essa sia nel “mondo”, al punto da costituire una parte di esso. Un’accentuazione così unilaterale della differenza della Chiesa rispetto al mondo da non essere più in grado di integrare la considerazione del fatto che la Chiesa rimane comunque un “pezzo” di questo nostro mondo non potrà che indurla sulla strada di una “orgogliosa autosufficienza”, che finirà per produrre però, quasi paradossalmente, un effetto di alienazione e di perdita di senso rispetto al mondo» (R. Repole, L’umiltà della Chiesa, Qiqajon, Magnano, 2010, pp. 90-91).

Il cammino sinodale non intende però affogare la Chiesa nello spirito del mondo: essa va nel mondo come “pellegrina”, cioè restando anche a esso estranea, in quanto lei cerca sempre pure per sé quel Dio e quel Regno che vuole portare al mondo. 

di Michele Giulio Masciarelli



© Osservatore Romano - 11 agosto 2019


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