Rassegna stampa Speciali

Se conobbi il diavolo fu per colpa mia

mask-clonazione.jpgdi Paolo Pegoraro
Nella sua lieta e bizzarra professione di fede di apologista, Gilbert Keith Chesterton si compiaceva di credere in quei "dogmi morti" che i suoi colleghi giornalisti deridevano, come la Trinità, la Madonna, il Papato e l'ortodossia tout court. Arrivando a parlare del diavolo, però, l'orgoglio credente, nel grande scrittore, si sgonfiava nei toni della più umile confessione: "Non mi glorio di credere nel demonio. Per esprimermi in termini esatti, non mi glorio di conoscere il diavolo. È colpa mia se ho fatto conoscenza con lui". Quando si parla del diavolo, l'uditorio si spacca immediatamente in due: chi pretende di speculare sull'origine del male e chi, più umilmente, riflette su quanto ha appreso dalla propria limitata, ma dolorosa esperienza. I testi della tradizione si posizionano decisamente su questo secondo fronte, come sottolinea Renzo Lavatori nella prefazione all'Antologia diabolica. Raccolta di testi sul diavolo nel primo millennio cristiano (Torino, Utet, 2007, pagine 677, euro 25), un'opera d'inedita compiutezza che completa la riflessione sistematica dell'autore, già presentata nel volume Satana un caso serio (1996). Vero è che nella Bibbia stessa la figura dell'avversario è complessa e mutevole. Tuttavia alcune caratteristiche sembrano rafforzarsi:  si va dal serpente - "la più astuta" delle bestie selvatiche create -, al sottile e accanito accusatore di Giobbe, fino al cattivo esegeta che osa tentare il Figlio di Dio deformando la Parola di suo Padre. Non stupisce quindi che il Signore abbia invitato a un linguaggio schietto perché "il di più viene dal maligno" (Matteo, 5, 37), né che abbia insegnato a pregare per essere liberati dalle tentazioni (Matteo, 6, 13) insinuate dal padre della menzogna. Oltre ai testi biblici, Lavatori presenta gli scritti di area giudaica - la tradizione rabbinica e i testi di Qumrân -, alcuni testi gnostici e gli immaginifici apocrifi, ma la parte del leone la fanno i Padri della Chiesa e quei formidabili atleti dello spirito che furono i Padri del deserto. Ed è qui, per l'appunto, che si coglie tutta la concretezza pratica dei pastori d'anime che ricordano la necessità del discernimento e della lotta spirituale. Non è un caso che la Vita di Antonio sia stata amata in ogni epoca, vero evergreen della spiritualità cristiana.
Ma le istruzioni di Pacomio, Evagrio e Cassiano non sono meno formidabili:  somigliano a manuali di strategia bellica, pervasi però da insolita serenità quando non da un'evidente allegria. Spesso s'immaginano questi austeri monaci che si sfiancavano con veglie e digiuni, come asceti dai volti raggrinziti. E volti grinzosi li avevano certamente, ma come lo sono i volti dei neonati, rinnovati di continuo, come lo erano, dalle vittorie spirituali. Per essi la gioia non era una emozione che "accadeva", ma una sicurezza profonda guadagnata attraverso estenuanti combattimenti. D'altra parte lo stesso Lavatori conclude la prefazione - sorprendentemente pacata, considerando l'argomento - con una stoccata di sostanzioso ottimismo cristiano:  "Conoscendo la figura del diavolo (...) si vede come l'evento redentore di Cristo costituisca il punto focale, davanti al quale Satana perde ogni consistenza, perché il misterium amoris vince e distrugge il misterium iniquitatis".
È la buona notizia che pervade questo tempo di Quaresima:  mentre l'empio - prigioniero di un moralismo sterile e solitario - "si illude con se stesso / nel ricercare la sua colpa e detestarla" (Salmi, 35, 3), Cristo ha conquistato la vittoria e ne rende partecipi coloro che lo seguono sull'amorosa via della croce. Solo l'occhio purificato dalla speranza della salvezza può scrutare a fondo il mistero del suo libero rifiuto. L'Antologia sarà presentata quest'oggi, alle ore 17, presso la Pontificia Università Urbaniana; saranno presenti, tra gli altri, il cardinale José Saraiva Martins, il professor Maurizio Gronchi e il rettore Ambrogio Spreafico.
Se qualcuno volesse guardare il diavolo da vicino, allora gli basterà aprire Il demoniaco nell'arte di Enrico Castelli (Torino, Bollati Boringhieri, 2007 pagine LII, 329, euro 30), un testo magistrale, riapparso dalle nostre librerie dopo l'edizione del 1956. Castelli, filosofo della religione e figura di spicco internazionale, si dedicò all'ermeneutica dell'arte con un'acribia e un acume degni del miglior Pavel Florenskij, usando una scrittura fatta di carambole linguistiche e d'intuizioni fulminanti che ricorda lo stile di José Bergamín, un altro geniale amante delle frontiere infernali, anche se della poesia. Castelli prende in esame i dipinti antecedenti al quindicesimo secolo, soprattutto di area nordeuropea, dunque Bruegel, Cranach, Bosch, Grünewald, Dürer. Sono i "pittori-teologi", come egli li chiama, perché le loro rappresentazioni simboliche del demoniaco sono una traduzione condensata della realtà, anzi, una sua intensificazione.
Nelle ricorrenti raffigurazioni della Tentazione di sant'Antonio il nemico accerchia il santo con un sabba di esseri polimorfi, bestiali, grottesche caricature degli esseri creati, perché il demoniaco è ciò che rifiuta di sottomettersi a un limite, è l'illusorio tuttoniente. La pluralità compiaciuta della propria caoticità è un tratto distintivo della frammentazione provocata dall'avversario, come sottolineerà anche Jean Starobinski in una celebre analisi dell'esorcismo alla Legione. I diavoli aggrediscono l'eremita strattonandolo con gli artigli, volteggiando mazze spaventose, sollevandolo da terra; nelle xilografie di Cranach risulta persino difficoltoso rintracciare la sagoma del santo, oscurata nella brulicante nube di chele, corazze e zanne. È la raffigurazione della tentazione fondamentale:  non un appagamento dei sensi né una seduzione dell'intelletto, ma la resa all'epifania del male, cioè l'abbandono delle armi davanti alla rivelazione dell'abisso e l'accoglienza in sé dell'abisso stesso. L'ultima tentazione del diavolo - che non è il nulla, ma un essere-che-non-vuol-essere, una esistenza divisa (dia-ballo) in se stessa - è l'imposizione della propria brutale e disperante manifestazione. Ma, per quanto strattonato, in questi dipinti il santo resta assurdamente inerte. Sembra anzi che zampe e bastoni lo colpiscano senza infliggergli danno, e scivolino via innocue, nonostante la loro feroce consistenza apparente.
L'unica forma di resistenza - dicono i pennelli dei "pittori-teologi" - è la preghiera e il completo affidamento alla grazia divina. Cosa vince il nemico? Non le semplici veglie - nemmeno i demoni dormono - né il solo digiuno - nemmeno i demoni mangiano - né la sola povertà - i demoni non possiedono nulla - ma l'umiltà. Solo un abbandono incondizionato e fiducioso alla volontà divina riconosciuta come volontà d'amore, qualunque cosa domandi o imponga, rende inefficace l'assalto dell'avversario. Lo ricorda anche Castelli citando alcuni paradossali sermoni della teologia mistica - Ruysbroeck, Suso, Taule - che sottolineando l'imperscrutabilità divina invitano ad accogliere come proprio bene ogni cosa... compresa un'eventuale condanna eterna all'inferno.
Estremi a parte, tornare a riflettere e meditare l'esistenza del diavolo continua a essere utile anche per la modernità:  non significa inebriarsi di morbosità patologiche, quanto piuttosto guardarle in faccia per ciò che sono davvero, scostando con coraggio l'assolutorio velo delle apparenze. L'effetto salutare è garantito. Tornando a Chesterton, nella sua autobiografia egli scrisse:  "Mia moglie, quando le si chiede chi l'abbia convertita al cattolicesimo, risponde invariabilmente:  "Il Diavolo"".

(©L'Osservatore Romano - 14 marzo 2008)