Rassegna stampa Speciali

Riflessione del vescovo di Ventimiglia - San Remo sul fenomeno migratorio. Tre volte vittime

Antonio Suetta«L’esperienza dell’emigrazione è dolorosa per ogni uomo; soffre chi è costretto a lasciare la famiglia, la casa, la terra, abbandonando affetti, costumi, lingua, cultura e tradizioni che compongono la propria identità; soffre la famiglia privata di un suo componente e smembrata; soffre la terra depauperata spesso delle sue risorse migliori. A ciò si affiancano le difficoltà dei popoli occidentali nel realizzare una difficile integrazione, spesso preoccupati — non sempre senza ragione — di preservare la loro sicurezza e la loro identità culturale e religiosa. Le lacrime dei tanti giovani immigrati che ho incontrato in questi anni danno ragione della complessità della vicenda».
È appunto una vicenda complessa, che ha bisogno di profonda riflessione, quella che il vescovo di Ventimiglia - San Remo, Antonio Suetta, affronta in un documento con il quale risponde ai firmatari della “Lettera ai vescovi italiani”, scritta da un gruppo di presbiteri e laici affinché i presuli intervengano sul «dilagare della cultura intollerante e razzista».
Una diocesi di confine quella guidata da monsignor Suetta, da qualche anno fortemente coinvolta dal fenomeno dell’immigrazione, passando da qui una delle principali rotte dei migranti prevalentemente africani e provenienti dal sud Italia. Rifiutare, maltrattare, sfruttare quanti si trovano in queste condizioni «è intollerabile, come anche il negare l’assistenza e le cure necessarie per la sopravvivenza è contrario all’insegnamento del Vangelo e al rispetto di ogni diritto umano fondamentale. Mi sono chiesto più volte: quale può essere il ruolo profetico della Chiesa in questa situazione? Certamente, abbiamo dato, e continuiamo a farlo, pasti caldi, riparo e supporti vari (mediazione, orientamento, soprattutto umanità) a chi versa in condizioni di difficoltà e ha bisogno del necessario per vivere. Ma può bastare questo per risolvere un problema di proporzioni sempre più gravi? La Chiesa — osserva il vescovo di Ventimiglia - San Remo — guarda al bene integrale dell’uomo e di tutti gli uomini, tenendo conto che la sua azione propria è di natura religiosa e morale, altrimenti non ci sarebbe nessuna differenza con una qualsiasi delle ong che si attivano per il trasporto dei migranti nel Mediterraneo. La Chiesa è nata per perpetuare la presenza e l’azione di Gesù Cristo Salvatore, essa parla alle coscienze e al cuore di ogni uomo, traducendo e incarnando il suo annuncio in azioni concrete». Compito della Chiesa è indicare principi morali affinché «le comunità cristiane possano svolgere il loro ruolo di mediatrici nella ricerca di soluzioni concrete adeguate alle realtà locali. Lo ha mirabilmente espresso il beato Paolo VI al n. 4 di Octogesima adveniens».
Nella lettera, Suetta si sofferma su un aspetto a volte sottovalutato: «La separazione e lo smembramento delle famiglie» dovuti all’emigrazione rappresentano «un grave problema per il tessuto sociale, morale e umano dei paesi d’origine. L’emigrazione dei giovani rappresenta un grande depauperamento per l’Africa. Spesso, inoltre, a emigrare sono i giovani istruiti, nell’illusorio sogno del benessere europeo a portata di mano. Nell’impegno per l’accoglienza, si finisce spesso per trascurare quanti restano in quei paesi, che spesso sono veramente i più poveri, anche culturalmente». Per questa ragione, oggi, «mentre affermiamo con Papa Francesco il dovere dell’accoglienza di chi bussa alla nostra porta in condizioni di grave emergenza, occorre anche impegnarsi, forse più di quanto non sia stato fatto, per garantire ai popoli la possibilità di “non emigrare”, di vivere nella propria terra e di offrire là dove si è nati il proprio contributo al miglioramento sociale».
Gli uomini, le donne e i bambini coinvolti nel fenomeno delle migrazioni sono «tre volte vittime». Sono, innanzitutto, vittime di ingiustizie, di miserie, e spesso anche di guerre, che li costringono a partire dai loro paesi d’origine; situazioni «direttamente o indirettamente frutto di politiche coloniali antiche e nuove». I migranti sono inoltre spesso soggetti al rifiuto e allo sfruttamento nei paesi a cui approdano, «vittime di condizioni strutturali che, al di là della buona volontà di chi accoglie, non consentono sempre di dare loro quella fortuna che cercano». Vittime, infine, insieme alle popolazioni occidentali, di «progetti e tentativi volti ad annullare le identità dei popoli», affinché «ciascun uomo sia più solo e debole, sganciato dai riferimenti culturali di una comunità in cui possa identificarsi fino in fondo». Monsignor Suetta cita, a esempio, una «produzione legislativa europea sempre più lontana e avversa alle radici della nostra civiltà». È in atto «una “guerra” contro le religioni, ogni religione, e contro il riferimento a Dio nella vita dell’uomo». E accade così che «spesso, giunti in Europa, i migranti sentono anche il peso e la fatica di una visione di vita e di uno stile non appartenenti alla loro storia e identità, siano essi cristiani, islamici o di altra fede religiosa».

© Osservatore Romano - 21 luglio 2018


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