Rassegna stampa Speciali

Matteo Ricci vive nella coscienza dei cattolici cinesi

A Hong Kong uno spettacolo sul missionario gesuita

Quest’anno la settimana di Pasqua a Hong Kong ha avuto un carattere davvero speciale e inusuale. Migliaia di spettatori hanno assistito a Matteo Ricci, the Musical, dedicato a Matteo Ricci, il missionario gesuita che ha introdotto il Vangelo nella Cina moderna attraverso la via dell’amicizia e del dialogo culturale e scientifico.

 

È stato davvero un evento eccezionale: lo spettacolo di due ore e mezzo aveva richiesto oltre due anni di lavoro, coinvolgendo famosi attori di teatro. È stato replicato ben 12 volte in nove giorni, sempre con il tutto esaurito, nel più prestigioso teatro della città, il Cultural Centre di Tsim Sha Tsui, che accoglie ben 1.800 spettatori, per un totale di più di 21.000 persone. L’opera teatrale è stata prodotta da Johnnie To e Damian Lau, e diretta dallo stesso Lau, che è anche un devoto cattolico. Jonathan Wong ha interpretato il ruolo di Matteo Ricci. Nel cast anche l’artista singaporiana Kit Chan. Sono nomi forse poco noti al lettore italiano, ma sono tra le più note personalità del mondo del cinema e dello spettacolo di Hong Kong.

Il musical nasce da un’idea di padre Gianni Giampietro, del Pontificio Istituto missioni estere (Pime), di 86 anni, dei quali oltre 60 spesi a evangelizzare in Hong Kong e nella diaspora cinese. Padre Giampietro è stato affascinato da Matteo Ricci da quando, prima del concilio Vaticano ii, la sua figura non era stata ancora riabilitata. «Ricci mi ha aiutato a vedere la presenza di Dio nella cultura cinese» ha detto padre Giampietro. «Il termine missionario, per alcuni, è diventato intriso di connotazioni negative, a causa dell’imperialismo e dell’imposizione della cultura occidentale. Ma Ricci è stato un missionario che ha ascoltato e imparato molto dai cinesi, e non ha confuso la fede con le culture europee».

La “prima” dell’opera è avvenuta il 21 aprile, la domenica di Pasqua. In teatro il capo esecutivo di Hong Kong, la cattolica Carrie Lam, molte altre autorità e celebrità, incluso il cardinale John Tong Hon, attuale amministratore apostolico di Hong Kong. Il pubblico non voleva lasciare la sala, “costringendo” gli artisti a riproporre alcune scene. Gli spettatori provenivano da appartenenze oltre i confini della comunità cattolica: gente di spettacolo e cultura, appassionati della storia cinese, fedeli di varie religioni, funzionari di governo. La produzione è stata invitata a riproporre lo spettacolo, e di portarlo nel mondo. Un successo davvero incredibile.

L’opera mostra che la memoria e il significato di Ricci non sono relegate alle pagine di storia, ai libri e ai monumenti. Ricci vive nella coscienza delle comunità cattoliche cinesi e di quanti amano il dialogo tra la fede cristiana e la cultura cinese.

Quello di Hong Kong non è il primo musical dedicato a Matteo Ricci. Nell’estate 2015 l’Accademia teatrale di Shanghai ha prodotto Padre Matteo Ricci in Opera, uno spettacolo presentato con successo anche nei prestigiosi teatri di Milano (il Piccolo), Verona e Macerata. Il Piccolo di Milano, sempre in collaborazione con l’Accademica teatrale di Shanghai, ha in calendario un’opera intitolata Matteo Ricci anche nel 2020.

Mentre scrivo questo articolo, torno col pensiero a una indimenticabile sera di tanti anni fa a Pechino. Era il 31 ottobre del 2010, e alla Beitang, la chiesa del Nord, fu messa in scena una drammatizzazione in dieci atti della vita di Matteo Ricci. Era stata realizzata dal coro guidato dall’ispirato maestro Zhou Yongzhen. La chiesa del Nord era stata l’antica cattedrale di Pechino, e ritornerà a esserlo.

Il pubblico era numerosissimo e di soli fedeli di Pechino (a eccezione di chi scrive). Ricci fu presentato per quello che significa per i cattolici di Pechino: il loro padre nella fede. Il missionario Matteo, dopo aver lasciato la propria terra per annunciare il Vangelo, fonda in Cina cinque comunità cristiane, in altrettante importanti città, a prezzo di grandi sacrifici. Un risultato straordinario, in un paese ermeticamente chiuso agli stranieri.

Fui molto colpito dal fatto che i cattolici di Pechino, aderendo alle vicende storiche, non omisero di rappresentare le sofferenze e le opposizioni di cui Ricci fu vittima. Furono messi in scena torti e assalti che il missionario subì, in uno dei quali fu ferito, tanto da dover camminare zoppicante per il resto della vita. Seguì un processo, in cui Ricci perdonò gli assalitori e chiese la clemenza della corte, impressionando tutti per la sua magnanimità. Un atto della drammatizzazione mostrava Ricci in catene: il riferimento è ai sei mesi di arresti domiciliari che subì nel 1600 nella città di Liqing. I cattolici cinesi, di ieri e di oggi, conoscono la sofferenza e l’opposizione. E non temono di mostrare come il loro padre e fondatore abbia condiviso lo stesso destino.

L’opera rappresentata a Pechino mise bene in rilievo il ruolo degli amici e collaboratori di Ricci, in particolare delle “tre colonne”: Paolo Xu Guangqi (di cui è in corso la causa di beatificazione insieme con quella di Matteo Ricci), Leone Li Zhizao e Michele Yang Tinyun. Furono ricordati con l’affetto e il rispetto dovuti ai propri antenati. La missione in Cina nasce dall’amicizia tra uomini, missionari e loro amici e collaboratori, che hanno dedicato la loro vita al Vangelo.

C’è talora l’idea che Ricci fu esclusivamente un uomo di cultura e di scienza. Un mediatore tra culture. Ma per i cristiani di Cina non è così. Anche quando, a causa dell’esito negativo della controversia dei riti cinesi — purtroppo, la delicata questione non venne pienamente compresa — numerosi cattolici hanno continuato a ricordarlo come il padre della loro fede, e come un santo. La fama di santità di Ricci infatti è stata presente tra i cattolici fin dagli anni immediatamente successivi alla sua morte, avvenuta a Pechino l’11 maggio 1610. Fin dal 1630, le fonti cattoliche cinesi riportano la notizia della visione di Michele Zhang, un giovane cristiano figlio di un importante letterato. Vide Matteo Ricci intercedere presso il trono di Dio per la salvezza eterna dello stesso giovane. Questa notizia, segno della devozione di cui Ricci godeva da parte dei cristiani, è stata tramandata di generazione in generazione. Ne abbiamo una evidenza anche dalla testimonianza di Gaetano Pollio, missionario del Pime, che fu arcivescovo di Kaifeng, nella provincia dell’Henan. Oltre che a menzionare l’antichissima storia della visione, Pollio ha affermato che negli anni Trenta del secolo scorso il popolo cattolico considerava Matteo Ricci come santo, tramandandone le virtù oralmente e con gli scritti. Erano soprattutto i catechisti e i cattolici letterati che chiedevano la sua intercessione. La fama di santità di Ricci era diffusa soprattutto nel nord della Cina e in particolare a Pechino, dov’è la sua tomba. E la comunità da lui fondata nella capitale nel 1601 è ancora in attività, e lo ricorda con devozione e coraggio.

di Gianni Criveller



© Osservatore Romano - 5 giugno 2019