caffarra 2In ricordo del cardinale Carlo Caffarra

Emanuela Ghini

Del cardinale Carlo Caffarra, uomo di profondo pensiero e di studio, ma insieme pastore affabile e umanissimo, colpiva, anche in chi non lo conosceva, la grande bontà di cuore, la sollecitudine di padre, in particolare per i sacerdoti, le famiglie, i giovani. L’arcivescovo Zuppi ha ricordato del suo predecessore il grande amore, anzi la passione per la Chiesa, la testimonianza di una vita spesa tutta per il Vangelo, ne ha ammirato «il carattere discreto e sensibile e il delicato rispetto».
Ha richiamato il suo amore immenso per Bologna, un amore «fino allo sfinimento». Nato in una famiglia modesta in una piccola frazione di Busseto (Parma), Caffarra ha sempre capito e aiutato i poveri, ha vissuto con umiltà gli incarichi delicati e sempre più impegnativi che come filosofo e teologo gli sono stati progressivamente affidati nella Chiesa, per esempio nella Congregazione per la dottrina della fede. Prima che persona di cultura, è stato pastore. La grande stima e l’amore per il cardinale Biffi gli causarono un grande dolore per la lunga malattia dell’arcivescovo emerito, che Carlo Caffarra seguì con vicinanza fraterna e paterna, assidua e premurosa, ma che lo logorò sensibilmente. Chi era presente alla celebrazione delle esequie lo vide prostrato da una sofferenza superiore alle sue forze. A chi gli confidava il dolore per la percezione del diffuso silenzio sull’escatologia e l’appiattimento della vita cristiana in un umanesimo che, senza l’o l t re , può divenire pelagianesimo, il cardinale Caffarra rispondeva: «Hai messo il dito nella piaga: la mondanizzazione della Chiesa, che sembra cercare l’applauso del mondo. Prega perché io non sia piombo che impedisca alla Sposa di sollevarsi all’abbraccio del suo Sposo. Il silenzio sulle realtà ultime è qualcosa di drammatico nelle comunità cristiane, perché chiude il cuore dell’uomo pienamente dentro alla inconsistenza del contingente: in umbris , direbbe Newman». Studioso, ma soprattutto amico per affinità spirituale di John Henri Newman, Carlo Caffarra ha vissuto con profonda serietà la ricerca e la difesa della verità Cristo, crocifisso e risorto, condividendo le parole del grande inglese: «La ricerca della verità non deve essere appagamento di curiosità; l’acquisizione della verità non assomiglia in niente all’eccitazione di una scoperta; il nostro spirito è sottomesso alla verità, non le è quindi superiore ed è tenuto non tanto a dissertare su di essa, ma a venerarla» ( Lo sviluppo della dottrina cristiana , Bologna, Il Mulino, 1967). Il cardinale ha sempre affermato con Newman, contro l’inconsistenza del soggettivismo, il primato della coscienza, come «la capacità di riconoscere la verità e le sue esigenze negli ambiti decisivi per il destino eterno dell’uomo, come l’originaria, permanente, imprescindibile rivelazione naturale che Dio fa di se stesso all’uomo: la prima Parola che Dio dice all’uomo». Nel cambio di civiltà in cui siamo immersi, l’ora che la Chiesa sta vivendo, in una trasformazione che deve portare i credenti, piccolo resto che può far fermentare tutta la massa, a una vita più evangelica, comporta anche dei rischi. Ma ogni cambio di civiltà richiede questo e dopo i soprassalti dei primi tempi di riforma la Chiesa, guidata dallo Spirito, prosegue il suo cammino di liberazione e di salvezza per chi lo voglia accogliere e, anche a distanza di tempo, si riscoprono valori che si erano dimenticati. Carlo Caffarra fu molto provato in questi ultimi anni per il fraintendimento di cui furono oggetto alcune sue prese di posizioni teologiche. Uomo profondamente sensibile, fu ferito nell’intimo da un’interpretazione di sue tesi che lo opponevano al Papa. La sua difesa di papista convinto fu energica e commovente. Era grato a chi, intuendo le ripercussioni dolorose che avevano su di lui incomprensioni e rifiuti, gli ricordava la difficile ora di gestazione che stiamo vivendo e la probabile prospettiva di non vedere la nascita di una Chiesa più evangelica, ma anche più ancorata alle sue fonti, i padri e i dottori che hanno trasmesso la fede. E tentava di consolarlo, nella convinzione che abbiamo solo questo breve tempo, il nostro, e lo amiamo. Faticosamente, ma è il solo chrònos disponibile, che accoglie comunque anche il kairòs . Soffriva, ma nella pace. Il 21 dicembre 2016 scriveva: «Sono molto sereno. L’unica vera sofferenza è il constatare quanta cortigianeria ci sia nella Chiesa, e quanto rifiuto di fare uso della luce dell’intelletto». L’ intellectus fidei dei grandi maestri della fede che ha guidato il suo amato Newman, un maestro che, come Carlo Caffarra, visse ore pesanti nella tarda età, ma si lasciò sempre penetrare (e ne fu consolato) dalla luce gentile. La luce amorosa e misericordiosa che è Cristo. Si possono riferire al cardinal Caffarra le parole che lui pronunciò ai funerali di Giacomo Biffi: «Il nostro fratello, il vescovo Giacomo, ha costruito la sua vita, il suo pensiero teologico, il suo ministero pastorale sulla roccia: il Cristo, il Figlio. Sopra questa certezza, ha edificato il suo cammino di fede, la sua profonda esperienza cristiana. La fede era diventata vita nel senso più profondo». Nel secondo anniversario della morte di Biffi diceva: «Ho pensato molto intensamente alla coincidenza con la festa di san Benedetto. Benedetto è stato un “principio”, come anche il nostro cardinale. Erano certi che non valeva più la pena di puntellare un edificio diroccato, ma che era necessario riproporre “il Principio”: nihil Christo praeponatur ». Nella recensione al libro C’è un dopo? La morte e la speranza del cardinale Camillo Ruini, Caffarra scriveva quanto lui stesso ha sperimentato nella sua vita di uomo, di cristiano, di umile grande pastore: «La testimonianza cristiana sul dopo morte ha una dimensione oggettiva: attesta il fatto decisivo: la risurrezione di Gesù. E ha una dimensione soggettiva: “io l’ho visto; io l’ho incontrato; e quindi sono assolutamente certo che esiste il dopo morte”. La testimonianza ha un contenuto; la testimonianza è una convinzione. La verità testimoniata è una verità pensata. Ma non solo. È una verità sentita, gustata, una verità del cuore, nel senso di Pascal. Non puoi testimoniare il dopo morte se non ne hai gustato, se non ne hai sperimentato le primizie». Carlo Caffarra, uomo dal cuore buono, ha vissuto la caratteristica più profonda del Vangelo di Gesù, quella che don Giuseppe Dossetti definiva l’ingenuità essenziale della fede. Ingenuità come condizione nativa di purezza e di schiettezza, il dato più puramente evangelico. A una persona cara scriveva, lo scorso 27 giugno: «Io sto ormai bene, ed ho cominciato a preparare la conferenza sulla dottrina della coscienza in Newman, che terrò a Londra in ottobre. Arrivederci». La luce gentile ha accolto l’amico di Newman nell’arrivederci che aspetta tutti e non finisce.

© Osservatore Romano - 7 dicembre 2017

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