Rassegna stampa Speciali

La fraternità e la pace, ma dalla prospettiva del Cielo

Andrea Monda

La parola dell’anno, il Papa lo aveva fatto capire nel messaggio Urbi et Orbi del giorno di Natale, è fraternità. Oggi questa parola mostra il suo frutto più bello: la pace. È in ossequio a queste due parole e al loro significato che il Papa ieri ad Abu Dhabi ha compiuto un altro gesto storico del suo pontificato che si avvicina al sesto anniversario: la firma congiunta con il Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyib del «Documento sulla Fratellanza Umana».

Prima della firma, nella sobria e suggestiva cornice del Founder’s Memorial, il Papa ha tenuto un discorso di alto livello che parte da lontano, l’ottavo centenario dell’incontro tra San Francesco e il sultano al-Malik al-Kamil e dall’alto, dallo sguardo di Dio: «Non si può onorare il Creatore senza custodire la sacralità di ogni persona e di ogni vita umana: ciascuno è ugualmente prezioso agli occhi di Dio. Perché Egli non guarda alla famiglia umana con uno sguardo di preferenza che esclude, ma con uno sguardo di benevolenza che include». E più avanti: «La condotta religiosa ha dunque bisogno di essere continuamente purificata dalla tentazione di giudicare gli altri nemici e avversari. Ciascun credo è chiamato a superare il divario tra amici e nemici, per assumere la prospettiva del Cielo, che abbraccia gli uomini senza privilegi e discriminazioni». Viene in mente, rovesciata in positivo, la frase de Il nocciolo della questione di Graham Greene in cui si parla del cielo lontano dalla terra della Sierra Leone, luogo d’ambientazione del romanzo: «Qui si potevano amare le creature umane quasi come le ama Dio stesso, conoscendo il peggio di loro». Nessun giudizio, nessuna giustizia, se non declinata secondo la misericordia. E invece l’individualismo, «nemico della fratellanza» e la sete di potere, conducono l’uomo a separare il mondo in amici e nemici. Carl Schmitt, il grande (e inquietante) filosofo del diritto tedesco, osservava che «il potere si concentra intorno a un nemico», ed è questa “concentrazione” che il Papa è venuto a spezzare qui negli Emirati Arabi; da vero operatore di pace egli vuole con il suo discorso «contribuire attivamente a smilitarizzare il cuore dell’uomo» perché «la fratellanza umana esige da noi, rappresentanti delle religioni, il dovere di bandire ogni sfumatura di approvazione dalla parola guerra. Restituiamola alla sua miserevole crudezza».
La pace è imposta dalla fratellanza umana quando questa diventa fraternità, cioè secondo lo sguardo di Dio padre. Un padre misericordioso, e anche fantasioso. Perché si tratta di un padre prolifico, creatore di tutto quello che esiste: «la fratellanza esprime la molteplicità e la differenza che esiste tra i fratelli, pur legati per nascita e aventi la stessa natura e la stessa dignità. La pluralità religiosa ne è espressione. In tale contesto il giusto atteggiamento non è né l’uniformità forzata né il sincretismo conciliante». Ci vuole quindi la stessa fantasia di Dio, a tener insieme sia l’affermazione della propria identità «cui non bisogna abdicare per compiacere l’altro», sia «il coraggio dell’alterità che comporta il riconoscimento pieno dell’altro e della sua libertà». Libertà; non a caso il Papa cita il Dostoevskij de I fratelli Karamazov, il grande dramma della libertà, e lo cita per riflettere sul tema della sincerità, condizione necessaria per un dialogo che voglia portare alla pace.
Ecco quello che tutto il mondo ha visto ieri sera ad Abu Dhabi: un uomo sincero che attraversa instancabilmente il mondo, che ha colto l’occasione di un antico anniversario per «venire qui come credente assetato di pace, come fratello che cerca la pace con i fratelli».


© Osservatore Romano - 6 febbraio 2019