Rassegna stampa Speciali

LA DIGNITÀ DELLA VITA,DALLA CULLA ALLA TOMBA, E LE PRATICHE ABORTIVE

Prima parte

Introduzione

Psicologia dell' aborto

Le pratiche abortive nei secoli

L'aborto chimico e il ricorso alle pillole

Il caso della RU486

Legislazione abortiva nel mondo

L'ONU e l'aborto

Bibliografia e Linkografia


Introduzione

La dignità umana dalla culla alla tomba è un valore imprescindibile, che occorre difendere contro ogni attacco del relativismo moderno. Quel relativismo per il quale è normale che Eluana Englaro sia stata fatta morire, per cui è lecito che le donne decidano o meno di proseguire una gravidanza, anche all'insaputa dei propri partner. La ragione umana, però, è in stretto rapporto con l'affezione e quest'ultima non può non farci percepire la vita come un dono prezioso, qualsiasi sia la sua forma e il suo destino. Occorre certamente calarsi nelle situazioni umane e personali, poiché è difficile giudicare chi viene toccato da una situazione di dolore così estremo, ma partendo dalla certezza che la vita è un dono, è un segno in ogni sua forma, e che la dignità di qualsiasi essere "vivo" deve essere rispettata: possiamo noi giudicare se un feto soffre o no? Non possiamo. Quel che possiamo fare è considerarlo vita, fin dall'incontro delle due cellule che gli danno il soffio iniziale. In Europa c'è un aborto ogni 27 secondi. La percentuale degli aborti a cui si assiste in Francia, Spagna, Romania, Italia, Regno Unito e Germania rappresentano circa il 77% del totale: il 20% dei bambini concepiti nel Vecchio Continente non vede la luce. Si calcola che negli ultimi venti anni gli aborti nel mondo siano stati quasi un miliardo. Una questione che non è solo morale, né solo sociale, né solo legata all'ambito della salute; una vicenda che interessa tutti, uomini e donne, e che delinea il modo stesso dell'uomo di concepirsi nel mondo.


Psicologia dell’ aborto  L’aborto esiste da sempre, ed è parte delle tecniche che l’uomo usa per governare la vita e la morte; in ogni sua forma, anche quando arriva al tragico epilogo dell’aborto, il contatto e il rapporto fra madre e feto è qualcosa di misterioso, di unico, e di inspiegabile, un rapporto che comunque lega la madre al figlio, dalla vita alla morte. La maternità, per quanto possa essere un evento desiderato ed eccezionale, ha anche un lato oscuro, è un evento estremamente complesso: perciò non è lecito giudicare una donna che sceglie di abortire, ma è necessario capire la sua interiorità e il dramma che vive. La donna è un caso raro in natura, perché è l’unico essere che genera un altro essere; psicologicamente il peso di una tale responsabilità è grave. L’eccessiva medicalizzazione del parto e l’ipotesi del feto come un essere da creare in laboratorio, certo tentano di aumentare i timori delle donne e di minare quel rapporto inscindibile che ogni madre ha con suo figlio. Vi sono, poi, degli aspetti psicologici non secondari che sono stati ben evidenziati in una due giorni di convegno, dal titolo “Olio sulle ferite. Una risposta alle piaghe del divorzio e dell’aborto”, tenutosi presso l’Istituto Giovanni Paolo II. Tra i numerosi argomenti e studi presentati durante il convegno uno in particolare testimoniava come la mentalità abortiva crea enormi danni nei rapporti fra genitori e figli, nati prima o dopo un aborto. Il figlio nato dopo un aborto, in particolare, risulta una sorta di capro espiatorio per i genitori che in precedenza hanno compiuto un gesto disperato come l’interruzione di gravidanza; su di lui i genitori porranno molte pressioni e numerose aspettative, tanto da soffocarne la libertà e l’identità. In qualche modo, poi, il bambino si percepisce come un sostituto di qualcun altro; per giunta, alcuni studi medici hanno mostrato che alcune cellule del feto abortito passino al nuovo nato, creando un legame ancora più serrato fra madre e figli, nati e non. È stato dimostrato, inoltre, un legame molto stretto di causa/effetto tra aborto e violenze: chi ha vissuto un aborto tende alla violenza, chi è stato vittima di violenza tende a praticare l’aborto. Inoltre numerosi sono gli aspetti che legano l’aborto alla salute di chi lo vive: i disturbi che si possono presentare sono molteplici, si va dall’insonnia e la depressione, fino alla difficoltà di rapporti di coppia stabili, maltrattamenti, disturbi alimentari, anomalie nel rapporto tra genitori e figli.     

Le pratiche abortive nei secoli Nell’antichità l’aborto era una questione esclusivamente femminile, in quanto il corpo del nascituro era assimilato alla madre, come se fosse un’appendice della madre stessa. Si abortiva solo per cause naturali, o in caso la nascita contrastava in qualche modo con la supremazia maschile. Le pratiche abortive sono antichissime, poiché nel momento in cui l’uomo inizia a manipolare la natura per curarsi, e quindi, da vita alla medicina, contestualmente arrivano le prime tracce di tecniche abortive. La notizia più antica è relativa ad un imperatore cinese, vissuto nel 2000 a.C., nel cui archivio personale si trova una ricetta abortiva a base di mercurio. Le popolazioni mediterranee, quali gli Assiri, i Sumeri e Babilonesi conoscevano perfettamente l’aborto, e lo praticavano per gli stessi motivi che ritroviamo nella cultura moderna: una gravidanza indesiderata o illegittima, preoccupazioni di carattere economico- sociale o addirittura estetico. Non essendo molto evoluta l’arte medica, molte donne erano terrorizzate dall’idea del parto, tanto da preferire, al suo posto, l’aborto. Le leggi di queste popolazioni mostrano già una sacra venerazione e difesa del feto; nelle leggi assire di Tiglat Pileser I il nascituro viene tutelato tanto che si richiede, per la sua morte, la restituzione di una vita, non per forza quella di colui che aveva procurato l’aborto. Nel caso in cui fosse la donna stessa a procurarsi l’aborto, la pena per lei era l’essere lasciata morire legata ad un palo e l’impossibilità di ricevere un’adeguata sepoltura. Anche una delle più antiche raccolte di leggi dell’umanità, il Codice del re babilonese Hammurabi, risalente al XVIII secolo a.C., fa cenno all’aborto. Nel codice troviamo perfino delle sanzioni che dovevano essere pagate in caso di aborto accidentale; interessante notare come la multa si differenziava a seconda del ceto sociale della ragazza gravida. La speculazione scientifica dell’antica Grecia non è stata affatto esente dall’interrogarsi sull’essere lecito o meno dell’aborto. Tra i filosofi greci troviamo i primi segnali dei fautori dell’aborto moderno: per Empedocle, filosofo del V° secolo, la madre poteva disporre a suo piacimento dell’embrione, considerato una parte del suo corpo, da poter gestire a sua voglia. E Platone, sulla scia di una attualissima politica di controllo delle nascite, arriva ad affermare che la nascita o meno dei figli, e quindi la pratica dell’aborto, era un interesse dello Stato, che quindi, avrebbe dovuto attuare un rigido controllo delle nascite. Patria degli abortisti, l’Antica Grecia, vede, però, fiorire anche gli anti-abortisti, tra cui, innanzitutto, troviamo non filosofi o pensatori, ma medici, primo fra tutti Ippocrate, nel cui giuramento, del 430 a. C., troviamo un esplicito riferimento all’aborto: “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo”. Al contrario dei filosofi, per cui il feto non era vivo, e solo l’individuo uscito dal ventre della madre aveva dignità di essere umano, i medici greci consideravano già l’aborto al pari di un crimine sanguinoso e il feto un essere umano. La loro analisi scientifica partiva da una corretta analisi della realtà e della natura, perciò l’aborto era equiparato ad un omicidio, e il feto, fin dall’inizio della gravidanza era considerato degno di dignità, come un essere umano adulto. Il feto, infatti, veniva considerato un essere umano a partire dal quarantesimo giorno di gravidanza. È dal mondo romano che arriva la prima definizione di aborto, in un’opera del linguista romano Marco Verrio Flacco (I secolo d.C.): “È chiamato aborto di donna gravida ciò che sia immaturamente nato”. Una definizione che potremmo definire quasi scientifica, e che come la definizione della scienza attuale non definisce le cause, quindi non distingue tra l’aborto spontaneo e quello procurato, tra i quali, però, duemila anni come ora, c’è un’enorme differenza. Nell’antica Roma, comunque, nonostante l’influsso del Cristianesimo e il parere contrario dei medici, nei primi secoli dopo Cristo l’aborto procurato era una pratica piuttosto comune; nel diritto romano non troviamo riferimenti all’aborto considerato un omicidio, né il feto è considerato un essere umano; si trovano, alcune tracce di tutele particolari a favore delle donne in dolce attesa. Il giudizio del mondo romano cambia radicalmente solo a partire dal III secolo d.C., nel momento in cui l’aborto viene considerato non un omicidio, ma una pratica pericolosa per la donna e sgradevole per la morale pubblica. L’aborto dava un’immagine errata della donna e della società, come se fosse una pratica che svelasse il decadimento dei mores romani. Nel Codex Iustinianus, redatto tra il 529 e il 534, le pene in caso di aborto sono durissime: l’esilio per una donna sposata che abortisce spontaneamente; lavori forzati e confisca dei beni per chi somministra una bevanda abortiva; addirittura la morte per una donna che si procura l’aborto per motivi economici. Nel Medioevo sia l’aborto che la contraccezione, sebbene molto denigrati, soprattutto dalle sfere religiose, erano notevolmente diffusi, nonostante le conoscenze mediche ancora primitive facessero spesso confondere le due pratiche. Sono gli arabi, all’inizio del Medioevo, a portare a conoscenza gli europei di ricette, medicinali e pratiche particolarmente innovative per procurare un aborto. E nel 314 d. C., durante il Concilio di Ancira, in Galazia, i Padri della Chiesa emisero la prima vera dura condanna ufficiale della Chiesa verso l’aborto. Recita un passo del Concilio: “Le donne che fornicano e uccidono le creature del loro grembo o tentano di abortire erano scomunicate fino alla fine della loro vita dalle precedenti disposizioni, e ad esse si adattavano; avendo ora pensato a un trattamento più benevolo, si è deciso che si sottomettano per dieci anni alle pratiche penitenziali nei gradi fissati”. È certamente il cristianesimo ad iniziare ad equiparare l’aborto procurato ad un omicidio, anche se il feto inizierà ad avere una sua autonomia solo tra Sei e Settecento, con le scoperte scientifiche, ed entrerà come tema importante nella vita pubblica solo con la Rivoluzione Francese. È la rivoluzione comunista del 1917 a dare vita alla prima considerazione dell’aborto come diritto, quindi libero e legale. La rivoluzione comunista parte dal fatto che la famiglia non sia un’entità naturale, ma artificiale, simbolo di una società borghese e corrotta. Abolire la proprietà privata vuol dire anche abolire i rapporti familiari, i legami moglie-marito e genitori-figli; per questo vi è una chiara propensione per il divorzio e per l’aborto. Il materialismo, alla base della dottrina comunista, giustifica ulteriormente le pratiche abortive: l’uomo è fatto solo di materia, non ha né anima, né destino. Un altro regime totalitario, nel 1933, legalizzò l’aborto e si pose a favore del divorzio: il nazionalsocialismo. Probabilmente, più che una dottrina materialistica, che doveva, comunque, essere presa in considerazione, erano le dottrine eugenetiche a far favorire la pratica dell’aborto, come avverrà, in seguito, con la soppressione dei diversamente abili, l’eutanasia, la sterilizzazione, gli accoppiamenti forzati dall’alto per concepire individui perfetti. Lo Stato è l’entità suprema, non la famiglia, né l’individuo: tutto è al servizio dello Stato, che deve ricevere, nel nazionalsocialismo, gli individui e cittadini migliori, per forma fisica e doti intellettuali. Attualmente le pratiche abortive sono numerose, non solo perché la conoscenza scientifica si è evoluta, ma anche perché il dibattito sull’aborto è estremamente vivace, aperto ed estremamente legato ai temi della morale e della libertà, soprattutto della donna. In tempi recentissimi la Camera dei Deputati italiana ha approvato la cosiddetta “mozione Bottiglione” sulla moratoria internazionale dell’aborto obbligatorio: la Camera si impegna a coadiuvare il Governo Italiano nella promozione di una risoluzione delle Nazioni Unite che condanni l’utilizzo delle pratiche abortive come strumento di controllo delle nascite, e favorisca delle politiche che rimuovano le cause economico-sociali dell’aborto, in modo che nessuna donna sia posta nella condizione di dover abortire. Attualmente le tecniche abortive possono essere chirurgiche o farmacologiche. Tra quelle chirurgiche: l’aspirazione si avvale di un potente aspiratore, col quale il corpo viene letteralmente risucchiato. Si utilizza per feti di tre mesi circa; l’isterotomia segue lo stesso percorso del parto cesareo, ma una volta fuoriuscito il feto si lascia morire; l’embriotomia consiste nell’inserire un ferro con estremità ricurva all’interno dell’utero e tagliare il feto a pezzi. Le tecniche chimiche più diffuse sono conosciute col nome di ‘pillole’: quella del giorno dopo e quella del mese dopo e la discussa RU486.   

L’aborto chimico e il ricorso alle pillole
 Anche se il suo nome può dare la sensazione di una semplice pratica medica, come se di dovesse curare un’influenza o un raffreddore, l’aborto chimico non è affatto indolore, né le sue conseguenze sulla salute delle donne sono trascurabili. L’aborto chimico avviene per mezzo delle cosiddette pillole abortive, quella del giorno dopo e quella del mese dopo. In realtà la loro definizione corretta è pillole di contraccezione di emergenza, poiché non avrebbero possibilità di riuscita se l’ovulo fosse già impiantato nell’utero, quindi operano prima che questo accada. Si tratta di un preparato a base di ormoni, che per agire deve essere assunta non oltre le 72 ore da rapporto sessuale che si presume a rischio gravidanza; la pillola rilascia un meccanismo che impedisce all’ovulo fecondato di impiantarsi nella parete uterina, poiché agisce sulla parete uterina stessa. Il principio attivo di questo tipo di pillole si trova anche in molte pillole anticoncezionali, ma nel caso della pillola del giorno dopo il levonorgestrel viene somministrato in un dosaggio di circa 20-30 volte superiore. La Risoluzione del parlamento europeo del 2002 oltre a dare ampio appoggio alle pratiche abortive, ha anche spronato gli Stati membri a favorire la diffusione della contraccezione di emergenza a basso costo. Negli Stati Uniti, dal 2006, la pillola del giorno dopo è venduta come medicinale da banco, non solo nelle farmacie, quindi, ma anche nei negozi e nei supermercati; si può acquistare senza prescrizione medica, l’importante è che la donna che acquista il prodotto abbia compiuto 18 anni. Questo avviene anche in Svezia, Portogallo, Paesi Bassi, Grecia, Belgio, Norvegia, Danimarca, Finlandia, Israele, Canada, Messico e Cile. In Spagna occorre la prescrizione medica, ma il governo lascia libertà ai comuni di prescrivere la pillola anche in maniera più libera. In Gran Bretagna, come negli Stati Uniti, la distribuzione avviene senza prescrizione, ed alcune città hanno iniziato in via sperimentale la distribuzione gratuita. In Italia questa pillola può essere venduta solo dopo prescrizione medica, tuttavia non ripetibile; e i medici obiettori possono rifiutarsi di venderla.    

Il caso della RU486
 La pillola del giorno dopo che ha un valore contraccettivo più che abortivo, non va confusa con la più famosa pillola abortiva, la RU 486. In America la chiamano kill pill, ad indicare la facilità con cui grazie a questa pillola si procura un aborto. La sua è una storia piuttosto recente: nell’aprile del 1982 il prof. Etienne- Emile Baulieu presentò all’Accademia delle scienze i suoi studi sul mifepristone, una nuova sostanza antiprogesterone, poi chiamata RU486. La pillola interrompe lo sviluppo della gravidanza, bloccando l’azione del progesterone; alla RU486 viene affiancato, poi, un farmaco a base di prostaglandina, che induce le contrazioni dell’utero, e quindi l’espulsione dell’embrione. La pillola con questo principio attivo fu sperimentata dell’ospedale universitario di Ginevra, dove diede i primi risultati: sette donne tra la sesta e la settima settimana di gravidanza abortivano. Il prof. Baulieu stipulò, allora, un accordo con l’Organizzazione mondiale della sanità e con un’organizzazione non governativa americana, la Population Council, al fine di iniziare le prime sperimentazioni. In Francia, già nel 1988, la pillola viene commercializzata, anche se inizialmente con vicende alterne. Attualmente il farmaco è distribuito negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Spagna, Olanda, Svezia, Danimarca, Finlandia, Germania, Austria, Belgio, mentre Grecia, Lussemburgo e Norvegia ne hanno chiesto l’autorizzazione. Italia, Portogallo e Irlanda non hanno mai registrato il prodotto. In Italia, quindi, la somministrazione della RU486 può avvenire solo a scopo sperimentale e sotto autorizzazione del Ministero della Salute. È quello che è accaduto in Italia, a partire dall’Ospedale S. Anna di Torino. Nel settembre 2005, infatti, era giunta presso l’ospedale l’autorizzazione a disporre la sperimentazione del farmaco su 400 donne. In due settimane ci furono 26 interruzioni di gravidanza, in seguito la sperimentazione venne interrotta e poi ripresa, attenendosi a disposizioni più severe da parte dell’allora Ministro della Salute, soprattutto quella per cui la gestante doveva rimanere sotto osservazione in ospedale per tutta la durata del trattamento. Una storia piuttosto annosa quella della pillola abortiva in Italia, ma che potrebbe giungere ad un epilogo nel corso dell’estate. Oltre al caso della sperimentazione a Torino, c’è stato il caso della città di Pisa, dove un gruppo di esponenti radicali si è battuto per l’introduzione del medicinale negli ospedali pisani; dopo una lunga battaglia la Asl di Pisa ha individuato una casa farmaceutica francese da cui importare il farmaco: in questo modo la RU486 viene considerata alla stregua di un farmaco necessario che l’azienda sanitaria deve importare, come accade per altri farmaci. Le richieste di pillola abortiva sono estremamente numerose, per questo, nel 2007, la casa farmaceutica Exelgyn richiede all’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) l’autorizzazione alla vendita del farmaco su tutto il territorio nazionale. Nel dicembre del 2007 la società medico scientifica Promed Galileo inviò all’Aifa i risultati di alcuni studi congiunti che mostravano la pericolosità della RU486, in quanto sia i decessi post aborto farmacologico, sia le complicanze erano nettamente superiori a quelle che seguivano un aborto di tipo chirurgico. Nonostante queste avvertenze, nel febbraio del 2008, il Comitato tecnico scientifico dell’Aifa diede parere favorevole rispetto al medicinale. In questi giorni, ed entro il mese di luglio, il CdA dell’Aifa deve pronunciarsi rispetto al via libera già dato dal CTS della stessa agenzia.La questione dei decessi e delle complicazioni che succedono alle donne in seguito alla somministrazione della RU486 è certamente di non facile soluzione: già nel 1991, uno studio di Renate Kleine, Lynette Dumble e Janise Raymond, pubblicato dal MIT, metteva in guardia rispetto ad una serie di falsi miti legati alla RU486: al contrario di quello che si vuol far credere, non è una procedura che si può realizzare nella privacy della propria casa, poiché nessuna donna sa quando e come avverrà l’aborto; anzi, l’assunzione della pillola è sconsigliato a donne che non posseggano un telefono, un mezzo di trasporto, o che vivono troppo lontano da un ospedale o pronto soccorso. Più che una pratica privata, l’aborto chimico rischia di divenire una situazione atroce per la donna, che si trova sola e abbandonata in questa circostanza. L’aborto, infatti, può dare vita ad emorragie anche particolarmente abbondanti, oltre al fatto che l’aborto chimico non è meno doloroso di quello chirurgico, tanto che la somministrazione della RU486 va accompagnata da antidolorifici contro nausee, crampi addominali e mal di testa, oltre ad una serie di malori che avvengono più a lungo termine. Per non parlare del peso psicologico di un’azione che può risolversi anche in un tempo lungo, circa quindici giorni. Nella realtà la questione è tutt’altro che semplice: solo il 5% delle donne abortisce con la prima pillola, l’80% con la seconda, circa il 15% nei quindici giorni successivi, mentre un altro 5% dovrà ricorrere ad un intervento chirurgico, poiché la gravidanza non si è interrotta. In pratica la donna non sa come e quando abortirà, una volta ingerita la pillola. Nei paesi del Terzo Mondo, poi, in cui i metodi concezionali e la sterilizzazione femminile sono altamente utilizzate per il controllo delle nascite, la Ru486 rappresenta una sorta di facile soluzione e potrebbe essere somministrata alle donne a loro insaputa: soprattutto in un caso come questo, in cui le implicazioni sociali, morali e fisiche sono importanti, occorre salvaguardare la consapevolezza e l’informazione che la donna deve avere rispetto alla scelta e al gesto, comunque ai limiti, che sta compiendo. La donna, sembra paradossale, quasi non viene menzionata in questa vicenda; ed anche quando si parla di morti (una ogni 100.000 nel 2005, negli Stati Uniti), non si calcola il fatto che a morire siano delle giovani vite, in salute, senza calcolare il fatto che il numero reale di morti per RU486 non è chiaro e conosciuto, né dai suoi sostenitori, né dai suoi avversari. Si stimano in 17 le donne morte nel mondo occidentale, quattro le giovani morte in California in circostanze ancora da capire, secondo l’autorevole The New England Journal of Medicine la mortalità data dall’aborto chimico è di dieci volte superiore rispetto a quella relativa all’aborto chirurgico. In Asia molte donne muoiono in seguito all’assunzione della pillola abortiva, ma difficilissimo è capire il numero preciso, né chiedere a parenti o autorità la verità sui numeri. Un altro degli effetti dannosi della RU486 è quello di aver favorito la privatizzazione dell’aborto e di averlo ricondotto su strade molto vicine alla clandestinità. Inoltre con l’introduzione della pillola abortiva si rischia anche di scardinare la 194, che prevede la necessità del ricovero in ospedale e non la somministrazione privata. Esiste un altro elemento spesso utilizzato, in maniera illegale, per procurare un aborto: si tratta del Cytotec, un gastroprotettore introdotto in Italia nel 1985 e registrato in più di 80 paesi; in Italia si può acquistare, ma con ricetta non ripetibile. È solitamente una soluzione a cui ricorrono le donne immigrate o coloro che sono arrivate troppo in là coi termini per un aborto legale: in questi casi i rischi di un aborto non definito o fallito sono numerosi, come i casi di malformazioni del feto in seguito all’assunzione del medicinale. Molte delle complicanze dell’uso del Cytotec derivano dal fatto che viene assunta una quantità grande di prodotto, poiché gli effetti possono non essere immediati e dal fatto che chi arriva ad usare questo prodotto lo fa non essendo particolarmente informato sui rischi e la posologia.  

Legislazione abortiva nel mondo
 Subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale l’aborto fu legalizzato nei paesi dell’est che mantenevano ancora un legame con la Russia comunista; l’Ungheria, la Polonia, la Bulgaria e la Romania introdussero la legalizzazione nel 1956, la Cecoslovacchia nel 1957, stesso anno della Cina. È lo stesso anno in cui la Repubblica Popolare inizia le sue politiche di controllo delle nascite, imponendo un solo figlio per ogni nucleo familiare. Politica ancora vigente che ha dato origine, non solo ad un precoce invecchiamento della popolazione, ma ad un’uccisione sistematica delle figlie femmine, poiché i nuclei familiari cinesi, la cui sussistenza si basava soprattutto sul lavoro agricolo, prediligevano la nascita di un figlio maschio che avrebbe potuto coadiuvarli nel lavoro nei campi. Il dato allarmante è che l’ONU, attraverso l’agenzia Unpfa ha stanziato aiuti economici per incentivare l’aborto in Cina, una pratica finanziata, fino al 2002, anche dal governo statunitense, che, però, ha deciso di non voler più essere coinvolto in politiche di aborto forzato. Anche l’Unione Europea nel 2002 si è messa in campo a favore dell’aborto, stanziando circa 32 milioni di euro, divenendo quasi un promotore delle pratiche abortive. Nonostante gli Stati membri continuino a mantenere una propria autonomia circa le politiche abortiste e di contraccezione, nel 2002 l’Europarlamento si è espresso a favore dell’aborto; l’art.12 della risoluzione recita così: “Al fine di salvaguardare la salute e i diritti riproduttivi femminili, l'aborto deve essere legale, sicuro e accessibile a tutti”, un passaggio cruciale che ha spaccato l’Europarlamento, in questa decisione, e tanto più che negli Stati membri le legislazioni in materia di aborto sono estremamente diverse: in Italia è la legge 194 (del 22 maggio 1978) a permettere l’aborto entro i primi 90 giorni di amenorrea, che viene calcolata in base all’ultima mestruazione o ad un’ecografia che riveli lo stato del feto; entro questo limite la donna può decidere esclusivamente e senza prendere in considerazione le eventuali obiezioni del padre, di interrompere la gravidanza. Dopo quel termine l’aborto è consentito solo in caso di malformazioni del feto o di pericolo di vita per il feto o la madre. Per legge i medici devono dissuadere le donne dall’intervento e quanti sono obiettori di coscienza possono rifiutare di eseguire l’operazione. In Italia il dibattito per l’approvazione dell’aborto fu particolarmente vivace: falsamente chi- ed erano, appunto, la maggior parte- proclamava la necessità dell’aborto lo faceva denunciando l’elevato numero di aborti clandestini, pericolosi perché procuravano spesso la morte delle madri, e il sovrappopolazione del pianeta- anche se già alla fine degli anni Settanta l’Italia iniziava il suo declino di paese con un bassissimo tasso di natalità ed un elevato tasso di anziani. Una legge che, nella sua applicazione, non risponde alle esigenze di nessuno: il padre non ha voce in capitolo, il feto considerato alla stregua di una “cosa”, quando in realtà è la vittima di una decisione non sua, che gli impedisce la vita; inoltre la 194 è una legge sempre meno messa in pratica, anche se, ai tempi dell’approvazione della legge come oggi, la pratica dell’aborto è vista come una pratica normale e quasi favorita. Scriveva, in quel periodo, il giornalista cattolico Bonicelli che  “l'interruzione di gravidanza è resa libera e gratuita, ma viene in ogni modo favorita. Il parere contrario del medico, del padre del concepito, dei genitori, ovunque emerga, viene neutralizzato. Di fronte alla gestante dubbiosa ogni porta si apre perché la sua scelta sia quella del rifiuto della vita, ma nessun serio aiuto viene predisposto perché quella vita possa trovare accoglienza”. La 194, però, possiede, rispetto alle altre leggi che vigono nel mondo, una peculiarità positiva: permette, più delle altre, di fare un lavoro per poter diminuire gli aborti. Per esempio: nella legge sull’aborto svedese, la donna può autodeterminare, entro la diciottesima settimana, la decisione di abortire, senza apporre motivazioni e giustificazioni; la legge 194, invece, richiede accertamenti e il parere di un medico, permette di discutere le motivazioni che spingono all’aborto, tanto da far passare una settimana tra il certificato e l’intervento. Ed è uno spazio in cui si inseriscono i numerosi centri di aiuto alla vita, che cercano di sostenere la donna nella sua decisione e nell’analisi di tutti i fattori che la portano ad una decisione così importante. Spesso le cause dell’aborto sono di natura economico-sociale, derivano da una instabilità affettiva o professionale: è in questo senso che occorre cercare delle politiche di sostegno, affinché vengano eliminate le cause che portano a decidere per l’aborto. Un altro punto a favore della 194 sta nel fatto che proibisce gli aborti tardivi: dopo i 90 giorni, infatti, si può abortire solo per gravissimi motivi di salute della donna. Inoltre, in quasi tutti i paesi del mondo, la malformazione del feto è un motivo insindacabile per scegliere l’aborto: con la 194 lo è solamente nel caso in cui la malformazione del feto intervenga in maniera nociva sulla salute della gestante. Il problema è certamente la mancanza di politiche a sostegno della famiglia o dei diversamente abili: in Italia solo l’% delle donne a cui viene diagnosticato un figlio con la sindrome di down decide di tenerlo; in Svezia, dove l’aborto è molto praticato e le donne decidono autonomamente e senza bisogno di colloqui coi medici di abortire, il 30% dei bambini diagnosticati down viene alla luce: tutto questo grazie a delle politiche attuate dal Governo svedese per cui la vita e la dignità del diversamente abile sono tutelate in ogni ambito e settore.
Dalla 194, che viene spesso demonizzata e che rimane ancora una legge poco conosciuta, circa le leggi relative all’aborto non sono stati fatti grandi passi avanti, anche se il dibattito, in Italia, per esempio, non è mai del tutto sopito.
Nel 2004 è stata approvata una legge, la n. 40 in materia di procreazione medicalmente assistita. Una guida alla procreazione per la quale si destinano alla morte numerosi embrioni: circa 9 per ogni bambino nato. Non si tratta, quindi, di un aborto spontaneo, ma di aborti programmati. Non va, comunque, considerata come una legge eugenetica, ma come possibilità per le coppie sterili di avere un’ulteriore strada per poter diventare genitori. In Francia, fin dal 1982 gli interventi abortivi sono rimborsati dal ministero della Sicurezza sociale, e dal 2001 si è stabilita la possibilità di abortire entro la dodicesima settimana. In Spagna il dibattito circa l’aborto è attualmente un tema caldissimo, poiché il Governo Zapatero sta portando avanti una forte campagna di liberalizzazione; una legge sull’aborto esiste dal 1985, ma limita l’interruzione di gravidanza a soli tre casi: pericolo per la salute della donna, malformazione del feto o episodi di violenza carnale. Una legge che permetteva l’aborto entro i primi tre mesi in caso di violenza, e di cinque settimane e mezzo in caso di malformazione del feto o malattia della madre. Con la nuova legge, invece, in Spagna, sarà possibile abortire senza consultare un medico entro la quattordicesima settimana, mentre dalla quindicesima alla ventiduesima settimana l’aborto sarà ancora possibile, ma esclusivamente col parere di un medico e in caso di gravissime malformazioni del feto. Recentemente anche il Consiglio generale del potere giudiziario spagnolo si è espresso circa il progetto di riforma del Governo spagnolo, affermando che le donne tra i 16 e i 18 anni sono mature a sufficienza per poter decidere se interrompere o proseguire una gravidanza, ed auspicando, ad ogni modo, il diritto dei genitori delle adolescenti di essere messi a conoscenza della decisione della propria figlia, anche se la loro opinione in merito non avrà alcun potere giuridico. In Germania e Portogallo le leggi sull’aborto rispecchiano i tre casi previsti dalla vecchia legge spagnola. L’Irlanda rappresenta un caso particolarissimo nell’Unione Europea: si tratta, infatti, dell’unico paese in cui l’aborto è illegale, consentito unicamente per salvare la vita della donna. Nel referendum a cui il popolo irlandese è stato chiamato nel 2002 la linea del proibizionismo è stata mantenuta, e recentemente, circa l’approvazione del Trattato di Lisbona, l’Irlanda ha ottenuto garanzie che nulla cambierà rispetto alla sua politica antiabortista. In Inghilterra l’aborto è stato legalizzato nel 1967, con l’introduzione dell’Abortion Act, una legge figlia di una società protestante, capitalista e liberale che fin dai primi del Novecento aveva mostrato interesse per il controllo e la manipolazione della vita: l’aborto è consentito entro 24 settimane, mentre oltre quel termine bisogna che sia accertato un grave problema di salute per la madre o per il feto. Nell’ex Europa comunista, in Bulgaria e Romania l’aborto è ancora considerato l’unica modalità anticoncezionale, mentre Polonia e Slovacchia, dopo quaranta anni di liberalizzazione, hanno reso illegali le pratiche abortive. Negli Stati Uniti l’aborto venne introdotto nel 1973, dopo il famoso processo per cui a una donna, Roe, con un’infanzia ed una vita fatta di stenti e violenze, fu concessa la possibilità di abortire. Da quel momento gli Stati Uniti divennero i più grandi fautori dell’aborto, promotori e finanziatori dell’aborto in tutto il mondo. È concessa la possibilità di un aborto molto tardivo, fino alla 32esima settimana. Dagli anni Ottanta, non senza esplosione di violenze, si sono definite due distinte fazioni: la “pro-life” e la “pro-choice”. Un tema, quello della difesa della vita, che è stato anche al centro del recente incontro del Presidente Barack Obama con Papa Benedetto XVI, incontro durante il quale il Presidente degli Stati Uniti si è impegnato a ridurre il numero degli aborti nel suo paese; una pratica che si sta già, visibilmente, riducendo dato il fatto che gli aborti nel 1990 sono stati i milione e 600mila e sono scesi ad 1 milione e 200mila nell’arco di quindici anni. In India, formalmente, l’aborto è vietato, ma in pratica i trasgressori non vengono puniti; in questo modo si è dato vita ad una pratica molto diffusa, soprattutto per quanto concerne l’aborto selettivo; come nel caso della vicina Cina, la nascita di un figlio maschio è favorita rispetto a quella della femmina. In Cina, inoltre, è diritto della donna conoscere il sesso del nascituro e le innovazioni tecnologiche in campo permettono di conoscere in tempi brevi il sesso del nascituro; in un paese in cui il controllo delle nascite è serratissimo- ogni nucleo familiare può avere un solo figlio- la scelta ricade, nella maggior parte dei casi, sul figlio maschio. Per quanto riguarda il continente africano le pratiche abortive sono state al centro del Protocollo sui Diritti delle donne africane, approvato a Maputo nel 2003  ed entrato in vigore nel 2005; è prevista nel Protocollo, già approvato da 38 paesi e ratificato da 16, l’autorizzazione all’aborto, nonostante qualche stato sia ancora scettico su questa possibilità, che potrebbe essere causa di una brusca caduta dei valori. In generale, la liberalizzazione e la legislazione in tema di aborto non hanno assolutamente sconfitto la piaga dell’aborto clandestino, diffusissimo soprattutto in caso di gravidanze seguite ad una violenza, e particolarmente utilizzato dalle donne immigrate. Si arriva, allora, ad utilizzare metodo abortivi fai-da-te, spesso pericolosi per la salute, o a sborsare ingenti somme di denaro per corrompere qualche medico.  

L’ONU e l’aborto
  
Nel 1948 la Dichiarazione universale dei diritti umani segna una svolta epocale per quanto concerne la concezione dell’essere umano, emanando articoli e disposizioni che sono ancora attuali, nonostante siano passati più di 60 anni, e tanto più importanti perché il mondo intero usciva devastato dalla recente fine del secondo conflitto mondiale. Recita la Dichiarazione: “Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo (…); Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”.
Leggendo questi ed altri passi della Dichiarazione balza agli occhi l’importanza che viene data all’individuo, all’essere umano, anche se nemmeno questo documento ha salvato e salverà la società umana da un diffuso relativismo. Ciò che colpisce è come una tale difesa dei diritti e della dignità dell’uomo si coniughi, poi, con un forte incoraggiamento alle pratiche abortive in tutto il mondo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, organismo dell’ONU, registra l’aumento e le modalità delle pratiche abortive nel mondo, delineando anche numerose statistiche: emerge che, pur nei paesi in cui l’aborto costituisce un reato, le punizioni sono poco severe e per nulla messe in atto, e che gli aborti continuano a crescere in maniera vertiginosa; un altro dato fotografato dall’ONU è quello degli aborti clandestini, che sono una forte causa di morte della gestante. Probabilmente la legalizzazione per la quale l’ONU si batte vuole portare ad una maggiore sicurezza delle pratiche abortive, che vanno effettuate in strutture sanitarie e sotto il controllo medico.    

 

Bibliografia e Linkografia

 

Associazione Medicina e persona

www.medicinaepersona.org

Associazione Promed Galileo

http://www.promedgalileo.org/

Centro Internazionale studi famiglia

http://www.cisf.it/

Dichiarazione Universale dei diritti umani

http://www.ohchr.org/EN/UDHR/Pages/Language.aspx?LangID=itn

Legge 194

http://www.giustizia.it/cassazione/leggi/l194_78.html

Legge 40

http://www.camera.it/parlam/leggi/04040l.htm

Il Sussidiario www.ilsussidiario.net

Istituto Giovanni Paolo II www.istitutogp2.it

Osservatorio Nazionale sulla Famiglia http://www.osservatorionazionalefamiglie.it/

Rete europea istituto ricerca politica familiare (IPF) http://www.ipf.org/

 

Bonicelli Emilio, Gli anni di Erode 1981, Editoriale LCA

 

Gatta Gianluca, Aborto. Una storia dimenticata, 1997, ed. Pragma

 

Morresi Assuntina, Roccella Eugenia, La favola dell'aborto facile. Miti e realtà della pillola RU 486, 2006, La società- Saggi



 

Seconda parte


Embrione: quale identità?

La posizione della Chiesa

 

Aborto e morale: la difesa della vita e la libertà della donna

 

Il dibattito attuale sull'aborto

Bibliografia e Linkografia


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Embrione: quale identità?

A 18 giorni il cuore già pulsa, ad un mese e mezzo le mani hanno già tutte le dita, ed ogni dito ha la sua impronta digitale unica ed irripetibile; a due mesi il nascituro è grande più o meno tre centimetri, ma è assolutamente un adulto in miniatura, è perfetto in ogni sua parte. Chi è allora l'embrione? La scienza afferma che, nel momento del concepimento, ci troviamo di fronte ad un essere nuovo, come mai ne erano esistiti e mai esisteranno. Un essere nuovo ed unico. Vivo, perché ha un cuore, un intelletto, delle emozioni e a misura d'uomo perché, fin dall'incontro delle prime cellule, è un essere umano. La magia sta anche nel fatto che la madre porta dentro di sé, unico caso al mondo quello della donna che genera, un essere che è suo, ma non più suo, tanto che non condivide con lei nemmeno il patrimonio genetico: le cellule della riproduzione, i gameti, sono le uniche nel corpo umano ad avere metà del patrimonio genetico di una cellula normale: in questo modo quando le due cellule, l'ovulo e lo spermatozoo si fondono, danno letteralmente vita ad un nuovo essere vivente, con un patrimonio di 46 cromosomi. Questo, però, non deve indurci a considerare l'embrione solo come un ammasso di cellule, sarebbe un errore anche dal punto di vista scientifico; la speculazione scientifica, infatti, individua tre caratteristiche che lo rendono, fin da subito, un essere umano. L'embrione si sviluppa in maniera coordinata, continuativa e graduale. I processi di sdoppiamento e di moltiplicazione delle cellule embrionali non avvengono in maniera casuale, ma in base alle precise informazioni contenute nel DNA. In questo modo l'individuo che si viene a creare è un individuo che cresce in maniera ordinata e organizzata, con una propria unità. Il processo è poi continuativo perché, pur crescendo, l'embrione è sempre lo stesso individuo. Infine, la sua crescita è graduale, passa di stadio in stadio, per fasi che sono già predefinite e che non possono essere saltate, pena la malattia o addirittura la morte dell'embrione. Siamo di fronte, quindi, ad un essere che si evolve attraverso diverse fasi, ma che rimane sempre lo stesso individuo, pur se passa da forme semplici a forme più complesse.

L'embrione è, quindi, un nuovo individuo della specie umana, anche se in molti obiettano questa affermazione, basandosi sul fatto che l'embrione non è un essere indipendente, ma dipendente in tutto e per tutto dalla madre; in realtà nessun individuo è completamente indipendente dalla situazione ambientale che lo circonda, quindi la dipendenza dell'embrione dalla madre è estrinseca; è vero che l'embrione e il feto hanno bisogno di un ambiente protetto ed accogliente, ma lo sviluppo del nuovo essere è indipendente dalla volontà della madre, non dipendono da decisione del corpo materno, ma dalle ‘regole' dettate dalla composizione genetica del DNA. La dipendenza dell'embrione dalla madre, quindi, non mina la sostanza e l'individualità dell'embrione, che rimane se stesso dal punto di vista della sostanza e dell'identità. L'embrione quindi, scientificamente parlando, è un nuovo individuo: possiede un codice genetico personale, ed ha una dipendenza accidentale rispetto all'ambiente in cui si trova, ambiente da cui non partono decisioni volte alla sua crescita e al suo cambiamento. L'embrione è un essere umano indipendente; l'altro dubbio su cui si soffermano, per esempio, i fautori dell'aborto sta nel fatto che l'embrione non può essere considerato una persona. Chi è la persona? Nella speculazione della filosofia antropologica, la persona è una entità razionale che è dotata di coscienza di se e di una propria identità. La parola persona deriva dal greco ed indicava la maschera degli attori teatrali, grazie alla quale la voce poteva rimbombare e raggiungere anche il pubblico più lontano: l'etimologia indica che la persona è un'entità in cui esiste qualcosa al suo interno, e che poi si palesa esternamente. Tra maschera e voce c'è quella che viene definita una unità sostanziale, giacché non esiste l'una senza l'altra. Il concetto di individuo è un punto fondamentale della cultura occidentale, nella quale, da sempre, il valore della persona e dell'individuo sono considerate sacre. Questa sacralità, nei secoli, ha portato anche a considerazioni e speculazioni piuttosto forti, come quella di Foucalt, secondo il quale l'uomo è capace di autoplasmarsi, come fosse una statua. Secondo questa tipologia di pensiero la libertà personale (intesa come possibilità di fare tutto ciò che si vuole) e l'azione dell'uomo su se stesso e sulla sua natura divengono le uniche modalità di approccio col mondo esterno. La teoria aristotelico-tomista ci richiama un altro concetto importante: la persona è un insieme di anima e corpo che non può essere separato. L'uomo, infatti, non compie solo azioni che hanno a che fare col corpo, con la sua fisicità, ma numerose sono le azioni legate all'anima e alla spiritualità, come il provare delle sensazioni, l'avere dei pensieri, perfino sognare. Secondo la filosofia tomista tutto ciò che si fa è in relazione, è conseguenza con quel che si è; nel caso dell'essere umano, però, dovendo tenere presente che molte delle sue azioni non dipendono dal suo corpo, si è dimostrata la necessità dell'esistenza di un fattore diverso e altro rispetto al corpo, un fattore non corporeo e spirituale: l'anima, appunto.

Considerare l'uomo solo per quello che fa e non per quello che è, risulta essere un concetto molto pericoloso, che porta alla violenza e alla razionalizzazione, alla confusione rispetto al concetto di vita stesso; è da qui che partono tutte le battaglie pro e contro la vita dell'epoca contemporanea. Un uomo in coma, come un feto o un embrione non compiono attività proprie di un essere umano, non lo fanno in maniera cosciente. Questa considerazione, però, è molto diversa dal dire e dal postulare che chi non compie attività umane non è un essere umano, occorre distinguere la capacità di fare qualcosa dall'azione del fare qualcosa.

 

 

La posizione della Chiesa

 

Nel Vangelo di Giovanni, dopo la guarigione del cieco nato, Gesù affermò che era nato in quel modo perché ‘perché si manifestassero in lui le opere di Dio'. Indicazione del fatto che tutte le esistenze, anche quelle che apparentemente possono sembrare più difficili e disperate, hanno una forte dignità ed un enorme valore, poiché l'uomo è creato a immagine di Dio stesso.

La Dottrina della Chiesa è molto chiara sui temi dedicati all'aborto. Una delle fonti primarie per questa materia è il Catechismo della Chiesa Cattolica: "La vita umana deve essere rispettata e protetta in modo assoluto fin dal momento del concepimento. Dal primo istante della sua esistenza, l'essere umano deve vedersi riconosciuti i diritti della persona, tra i quali il diritto inviolabile di ogni essere innocente alla vita. "Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato" (Ger 1, 5). "Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra" (Sal 139, 15). E ancora: "La cooperazione formale a un aborto costituisce una colpa grave. La Chiesa sanziona con una pena canonica di scomunica questo delitto contro la vita umana. "Chi procura l'aborto, se ne consegue l'effetto, incorre nella scomunica latae sententiae" (Codice di Diritto Canonico, can. 1398), "per il fatto stesso d'aver commesso il delitto" (Codice di Diritto Canonico, can. 1314) e alle condizioni previste dal diritto (cfr. Codice di Diritto Canonico, cann. 1323-1324). La Chiesa non intende in tal modo restringere il campo della misericordia. Essa mette in evidenza la gravità del crimine commesso, il danno irreparabile causato all'innocente ucciso, ai suoi genitori e a tutta la società". Nella Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes di Papa Paolo VI, uno dei documenti più importanti del Concilio Vaticano II, promulgata alla fine del 1965, si legge che "la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura; l'aborto e l'infanticidio sono delitti abominevoli". Importante anche ribadire, grazie all'Enciclica Humanae vitae scritta da Papa Paolo VI e pubblicata nel 1968, il fondamento dell'unione fra l'uomo e la donna: "La Chiesa insegna che qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita". E ancora: "Tale dottrina, più volte esposta dal magistero della chiesa, è fondata sulla connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l'uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell'atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo. Infatti, per la sua intima struttura, l'atto coniugale, mentre unisce con profondissimo vincolo gli sposi, li rende atti alla generazione di nuove vite, secondo leggi iscritte nell'essere stesso dell'uomo e della donna. Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l'atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore ed il suo ordinamento all'altissima vocazione dell'uomo alla paternità".

Un documento fondamentale in materia di aborto è Dichiarazione sull'aborto procurato della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, ratificata e confermata nel 1974. Vi è scritto: "La tradizione della Chiesa ha sempre ritenuto che la vita umana deve essere protetta e favorita fin dal suo inizio, come nelle diverse tappe del suo sviluppo. Opponendosi ai costumi del mondo greco-romano, la Chiesa dei primi secoli ha insistito sulla distanza che, su questo punto, separa da essi i costumi cristiani. Nella Didachè è detto chiaramente: «Tu non ucciderai con l'aborto il frutto del grembo e non farai perire il bimbo già nato». Ed ancora: "Il primo diritto di una persona umana è la sua vita. Essa ha altri beni, ed alcuni sono più preziosi, ma quello è fondamentale, condizione di tutti gli altri. Perciò esso deve essere protetto più di ogni altro. Non spetta alla società, non spetta alla pubblica autorità, qualunque ne sia la forma, riconoscere questo diritto ad alcuni e non ad altri: ogni discriminazione è iniqua, sia che si fondi sulla razza o sul sesso, sia sul colore o sulla religione. Non è il riconoscimento da parte degli altri che costituisce questo diritto; esso esige di essere riconosciuto ed è strettamente ingiusto il rifiutarlo". E la Dichiarazione si preoccupa anche, oltre a ribadire il diritto inalienabile alla vita, di dare risposta alle numerose obiezioni di quanti sono favorevoli all'aborto: "La legge divina e la ragione naturale escludono, dunque, qualsiasi diritto di uccidere direttamente un uomo innocente. Tuttavia, se le ragioni addotte per giustificare l'aborto fossero sempre manifestamente cattive e prive di valore, il problema non sarebbe così drammatico: la sua gravità deriva dal fatto che in certi casi, forse abbastanza numerosi, rifiutando l'aborto si reca pregiudizio a beni importanti, che è normale voler salvaguardare e che possono anche apparire, talora, prioritari. Non possiamo misconoscere queste gravissime difficoltà: può essere ad es. una grave questione di salute, talvolta di vita o di morte, per la madre; può essere l'aggravio che rappresenta un figlio in più, soprattutto se ci sono buone ragioni per temere che egli sarà anormale o rimarrà minorato; può essere il rilievo che, in diversi ambienti, hanno o assumono le questioni di onore e di disonore, di declassamento sociale, ecc.; si deve senz'altro affermare che mai alcuna di queste ragioni può conferire oggettivamente il diritto di disporre della vita altrui anche se in fase iniziale; e, per quanto concerne l'infelicità futura del bambino, nessuno, neppure il padre o la madre, può sostituirsi a lui, neanche se è ancora allo stato embrionale, per preferire a suo nome la morte alla vita. Egli stesso, raggiunta l'età matura, non avrà mai il diritto di scegliere il suicidio; tanto meno, dunque, finché non ha l'età per decidere da solo, potranno essere i suoi genitori a scegliere la ‘morte per lui. La vita, infatti, è un bene troppo fondamentale perché possa essere posta a confronto con certi inconvenienti, benché gravissimi ". E conclude offrendo ai cristiani e non solo una speranza ed una posizione validissima per affrontare il dibattito- vivace all'epoca come ora- sul diritto alla vita: "La valutazione di un cristiano non può limitarsi all'orizzonte della sola vita terrena: egli sa che, in seno alla vita presente, se ne prepara un'altra, la cui importanza è tale che alla sua luce bisogna esprimere i propri giudizi Da questo punto di vista, non esiste quaggiù un male assoluto, fosse pure l'orribile sofferenza di allevare un bambino minorato. È questo il rovesciamento di valori annunciato dal Signore: «Beati coloro che piangono, perché saranno consolati» (Matth. 5, 5). Sarebbe un volger le spalle al Vangelo, se si misurasse la felicità con l'assenza delle sofferenze e delle miserie in questo mondo".

Di fondamentale importanza anche il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede approvata e pubblicata nel 1987, quando il Card. Ratzinger era Prefetto della Congregazione, dal titolo: "Il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione". Nell'introduzione si questo documento si ha un esempio mirabile di come la scienza e la fede siano due argomenti tutt'altro che separati l'uno dall'altro: "Il dono della vita, che Dio Creatore e Padre ha affidato all'uomo, impone a questi di prendere coscienza del suo inestimabile valore e di assumerne la responsabilità: questo principio fondamentale dev'essere posto al centro della riflessione, per chiarire e risolvere i problemi morali sollevati dagli interventi artificiali sulla vita nascente e sui processi della procreazione. Grazie al progresso delle scienze biologiche e mediche, l'uomo può disporre di sempre più efficaci risorse terapeutiche, ma può anche acquisire poteri nuovi dalle conseguenze imprevedibili sulla vita umana nello stesso suo inizio e nei suoi primi stadi. Diversi procedimenti consentono oggi d'intervenire non soltanto per assistere ma anche per dominare i processi della procreazione. Tali tecniche possono consentire all'uomo di "prendere in mano il proprio destino", ma lo espongono anche "alla tentazione di andare oltre i limiti di un ragionevole dominio sulla natura". E prosegue, nella parte dedicata al rispetto per gli embrioni: "L'essere umano è da rispettare - come una persona - fin dal primo istante della sua esistenza". "Questa Congregazione conosce le discussioni attuali sull'inizio della vita umana, sull'individualità dell'essere umano e sull'identità della persona umana. Essa richiama gli insegnamenti contenuti nella Dichiarazione sull'aborto procurato: "Dal momento in cui l'ovulo è fecondato, si inaugura una nuova vita che non e quella del padre o della madre, ma di un nuovo essere umano che si sviluppa per proprio conto. Non sarà mai reso umano se non lo è stato fin da allora. A questa evidenza di sempre... la scienza genetica moderna fornisce preziose conferme. Essa ha mostrato come dal primo istante si trova fissato il programma di ciò che sarà questo vivente: un uomo, quest'uomo-individuo con le sue note caratteristiche già ben determinate. Fin dalla fecondazione è iniziata l'avventura di una vita umana, di cui ciascuna delle grandi capacita richiede tempo per impostarsi e per trovarsi pronta ad agire". Questa dottrina rimane valida e viene peraltro confermata, se ve ne fosse bisogno, dalle recenti acquisizioni della biologia umana la quale riconosce che nello zigote derivante dalla fecondazione si è già costituita l'identità biologica di un nuovo individuo umano". E ancora: "Il Magistero non si è espressamente impegnato su un'affermazione d'indole filosofica, ma ribadisce in maniera costante la condanna morale di qualsiasi aborto procurato. Questo insegnamento non è mutato ed è immutabile. Pertanto il frutto della generazione umana dal primo momento della sua esistenza, e cioè a partire dal costituirsi dello zigote, esige il rispetto incondizionato che è moralmente dovuto all'essere umano nella sua totalità corporale e spirituale. L'essere umano va rispettato e trattato come una persona fin dal suo concepimento e, pertanto, da quello stesso momento gli si devono riconoscere i diritti della persona, tra i quali anzitutto il diritto inviolabile di ogni essere umano innocente alla vita. Questo richiamo dottrinale offre il criterio fondamentale per la soluzione dei diversi problemi posti dallo sviluppo delle scienze biomediche in questo campo: poiché deve essere trattato come persona, l'embrione dovrà anche essere difeso nella sua integrità, curato e guarito nella misura del possibile, come ogni altro essere umano nell'ambito dell'assistenza medica".

Nella sequenza di interrogativi presenti del documento della Congregazione, uno riguarda anche la moralità o meno della diagnosi prenatale: "Se la diagnosi prenatale rispetta la vita e l'integrità dell'embrione e del feto umano ed è orientata alla sua salvaguardia o alla sua guarigione individuale, la risposta è affermativa. La diagnosi prenatale può infatti far conoscere le condizioni dell'embrione e del feto quando è ancora nel seno della madre; permette, o consente di prevedere, alcuni interventi terapeutici, medici o chirurgici, più precocemente e più efficacemente. Tale diagnosi è lecita se i metodi impiegati, con il consenso dei genitori adeguatamente informati, salvaguardano la vita e l'integrità dell'embrione e di sua madre, non facendo loro correre rischi sproporzionati; ma essa è gravemente in contrasto con la legge morale quando contempla l'eventualità, in dipendenza dai risultati, di provocare un aborto: una diagnosi attestante l'esistenza di una malformazione o di una malattia ereditaria non deve equivalere a una sentenza di morte". Un testo che affronta in materia approfondita ed attuale un tema sempre al centro del dibattito della società civile.

La dottrina circa le tematiche del rispetto della famiglia e della vita sono il tema centrale dell'Enciclica di Giovanni Paolo II Evangelium vitae (1995): "Con l'autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i Vescovi della Chiesa cattolica, confermo che l'uccisione diretta e volontaria di un essere umano innocente è sempre gravemente immorale. Tale dottrina, fondata in quella legge non scritta che ogni uomo, alla luce della ragione, trova nel proprio cuore (cf. Rm 2, 14-15), è riaffermata dalla Sacra Scrittura, trasmessa dalla Tradizione della Chiesa e insegnata dal Magistero ordinario e universale". Prosegue il testo: "La scelta deliberata di privare un essere umano innocente della sua vita è sempre cattiva dal punto di vista morale e non può mai essere lecita né come fine, né come mezzo per un fine buono. È, infatti, grave disobbedienza alla legge morale, anzi a Dio stesso, autore e garante di essa; contraddice le fondamentali virtù della giustizia e della carità". E ancora: "Nel diritto alla vita, ogni essere umano innocente è assolutamente uguale a tutti gli altri. Tale uguaglianza è la base di ogni autentico rapporto sociale che, per essere veramente tale, non può non fondarsi sulla verità e sulla giustizia, riconoscendo e tutelando ogni uomo e ogni donna come persona e non come una cosa di cui si possa disporre".

La difesa che la Chiesa compie della vita non indica affatto, come qualcuno potrebbe pensare, un distacco e un allontanamento del Magistero dalle problematiche e dalle sofferenze che un aborto, in qualunque caso venga praticato, può comportare. Lo si evince esplicitamente in un passaggio dell'Evangelium vitae: "È vero che molte volte la scelta abortiva riveste per la madre carattere drammatico e doloroso, in quanto la decisione di disfarsi del frutto del concepimento non viene presa per ragioni puramente egoistiche e di comodo, ma perché si vorrebbero salvaguardare alcuni importanti beni, quali la propria salute o un livello dignitoso di vita per gli altri membri della famiglia. Talvolta si temono per il nascituro condizioni di esistenza tali da far pensare che per lui sarebbe meglio non nascere. Tuttavia, queste e altre simili ragioni, per quanto gravi e drammatiche, non possono mai giustificare la soppressione deliberata di un essere umano innocente".

Di rilevante importanza anche l'azione, che Giovanni Paolo II ricorda, degli operatori medico-sanitari: "La loro professione li vuole custodi e servitori della vita umana. Nel contesto culturale e sociale odierno, nel quale la scienza e l'arte medica rischiano di smarrire la loro nativa dimensione etica, essi possono essere talvolta fortemente tentati di trasformarsi in artefici di manipolazione della vita o addirittura in operatori di morte. Di fronte a tale tentazione la loro responsabilità è oggi enormemente accresciuta e trova la sua ispirazione più profonda e il suo sostegno più forte proprio nell'intrinseca e imprescindibile dimensione etica della professione sanitaria, come già riconosceva l'antico e sempre attuale giuramento di Ippocrate, secondo il quale ad ogni medico è chiesto di impegnarsi per il rispetto assoluto della vita umana e della sua sacralità". Nel settembre del 2007, durante il viaggio Apostolico in Austria, Sua Santità Benedetto XVI , nel discorso alle autorità e al corpo diplomatico, ha ribadito la posizione della Chiesa rispetto ai temi della vita e delle pratiche abortive: "È nell'Europa che, per la prima volta, è stato formulato il concetto di diritti umani. Il diritto umano fondamentale, il presupposto per tutti gli altri diritti, è il diritto alla vita stessa. Ciò vale per la vita dal concepimento sino alla sua fine naturale. L'aborto, di conseguenza, non può essere un diritto umano - è il suo contrario". Ed ha proseguito, durante l'incontro, il Pontefice: " Mi appello in questo contesto ai responsabili della politica, affinché non permettano che i figli vengano considerati come casi di malattia né che la qualifica di ingiustizia attribuita dal Vostro ordinamento giuridico all'aborto venga di fatto abolita. Lo dico mosso dalla preoccupazione per i valori umani. Ma questo non è che un lato di ciò che ci preoccupa. L'altro è di fare tutto il possibile per rendere i Paesi europei di nuovo più aperti ad accogliere i bambini. Incoraggiate, Vi prego, i giovani, che con il matrimonio fondano nuove famiglie, a divenire madri e padri! Con ciò farete del bene a loro medesimi, ma anche all'intera società. Vi confermo anche decisamente nelle Vostre premure politiche di favorire condizioni che rendano possibile alle giovani coppie di allevare dei figli. Tutto ciò, però, non gioverà a nulla, se non riusciremo a creare nei nostri Paesi di nuovo un clima di gioia e di fiducia nella vita, in cui i bambini non vengano visti come un peso, ma come un dono per tutti". In questa occasione il Santo Padre ha ribadito la sua vicinanza e sensibilità rispetto al dramma  e ai conflitti delle donne costrette o decise ad effettuare un aborto, affermando che "la credibilità del nostro discorso dipende anche da quel che la Chiesa stessa fa per venire in aiuto alle donne in difficoltà". Anche la recente Enciclica di Benedetto XVI, la Caritas in veritate pone l'accento sulla questione del rispetto della vita in tutte le sue forme, che non può essere separata dall'impegno nello sviluppo di tutti i popoli; scrive il Santo Padre: "Non solo la situazione di povertà provoca ancora in molte regioni alti tassi di mortalità infantile, ma perdurano in varie parti del mondo pratiche di controllo demografico da parte dei governi, che spesso diffondono la contraccezione e giungono a imporre anche l'aborto. Nei Paesi economicamente più sviluppati, le legislazioni contrarie alla vita sono molto diffuse e hanno ormai condizionato il costume e la prassi, contribuendo a diffondere una mentalità antinatalista che spesso si cerca di trasmettere anche ad altri Stati come se fosse un progresso culturale". Prosegue, poi, il Santo Padre: "L'apertura alla vita è al centro del vero sviluppo. Quando una società s'avvia verso la negazione e la soppressione della vita, finisce per non trovare più le motivazioni e le energie necessarie per adoperarsi a servizio del vero bene dell'uomo. Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l'accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono. L'accoglienza della vita tempra le energie morali e rende capaci di aiuto reciproco. Coltivando l'apertura alla vita, i popoli ricchi possono comprendere meglio le necessità di quelli poveri, evitare di impiegare ingenti risorse economiche e intellettuali per soddisfare desideri egoistici tra i propri cittadini e promuovere, invece, azioni virtuose nella prospettiva di una produzione moralmente sana e solidale, nel rispetto del diritto fondamentale di ogni popolo e di ogni persona alla vita". Decisivo il richiamo di Benedetto XVI al tecnicismo diffuso, per il quale solo ciò che può essere spiegato materialmente sembra avere corpo: così non è, e la concezione che la Chiesa ha dell'embrione- persona intera, nel corpo, nella materialità, ma anche caratterizzata da una propria dimensione personale e spirituale, lo dimostra: "L'assolutismo della tecnica tende a produrre un'incapacità di percepire ciò che non si spiega con la semplice materia. Eppure tutti gli uomini sperimentano i tanti aspetti immateriali e spirituali della loro vita. Conoscere non è un atto solo materiale, perché il conosciuto nasconde sempre qualcosa che va al di là del dato empirico. Ogni nostra conoscenza, anche la più semplice, è sempre un piccolo prodigio, perché non si spiega mai completamente con gli strumenti materiali che adoperiamo. In ogni verità c'è più di quanto noi stessi ci saremmo aspettati, nell'amore che riceviamo c'è sempre qualcosa che ci sorprende. Non dovremmo mai cessare di stupirci davanti a questi prodigi. In ogni conoscenza e in ogni atto d'amore l'anima dell'uomo sperimenta un « di più » che assomiglia molto a un dono ricevuto, ad un'altezza a cui ci sentiamo elevati. Anche lo sviluppo dell'uomo e dei popoli si colloca a una simile altezza, se consideriamo la dimensione spirituale che deve connotare necessariamente tale sviluppo perché possa essere autentico. Esso richiede occhi nuovi e un cuore nuovo, in grado di superare la visione materialistica degli avvenimenti umani e di intravedere nello sviluppo un "oltre" che la tecnica non può dare. Su questa via sarà possibile perseguire quello sviluppo umano integrale che ha il suo criterio orientatore nella forza propulsiva della carità nella verità".

Decisiva l'attività della Pontificia Accademia per la Vita, istituita da Papa Giovanni Paolo II, nel 1994, attraverso il Motu proprio Vitae mysterium; questa istituzione, il cui Presidente attuale è S.E.R. mons. Rino Fisichella, nasce con l'intento di studiare i problemi riguardanti la promozione e la difesa della vita, di formare una cultura della vita attraverso iniziative all'interno del Magistero della Chiesa, fare informazione rispetto ai risultati delle proprie ricerche e studi. Nel 1985 Giovanni Paolo II istituì anche, col Motu Proprio Dolentium Hominum, la Pontificia Commissione per la pastorale degli Operatori Sanitari, che, con la Pastor Bonus (1988) divenne il Pontificio Consiglio per la pastorale degli Operatori Sanitari. La Commissione nasce con l'obiettivo di promuovere studio, formazione e attività in campo sanitario da parte delle organizzazioni sanitarie a vari livelli.

 


Aborto e morale: la difesa della vita e la libertà della donna

 

La cultura della maternità va certamente valorizzata e ripensata; troppo spesso si tralascia un fattore essenziale, decisivo, quanto naturale, per noi: la donna è l'unico essere che genera, è l'unico essere che è contemporaneamente due in uno e che poi si divide. Questo fattore pesa estremamente, dal punto di vista sociale e personale, anche a livello inconscio, sulla vita della donna e sulla società femminile, che necessita politiche che valorizzino la sua diversità, rispetto all'universo maschile.

Al momento attuale, quando si parla di aborto, viene menzionata la donna nella sua sfera legata alla salute e vitalità: sebbene, infatti, l'aborto è ritenuto illegale in molte culture e in molte leggi, la salvaguardia della vita della donna sembra essere un fattore a favore della scelta abortiva, sia nel caso in cui il testo legislativo menzioni questa possibilità, sia nel caso si possa ricorrere al codice penale. In linea generale la vita della donna è considerata un bene maggiore da preservare rispetto al proseguimento della gravidanza, non immediatamente rispetto all'embrione. Nel caso in cui le norme prevedano l'aborto al fine di salvaguardare la vita della donna il medico che praticherà l'aborto sarà svincolato da ogni responsabilità, cosa che non accade quando l'aborto deriva da una deduzione delle leggi e della situazione. Una condizione simile avviene quando l'aborto viene praticato per salvaguardare non la vita, ma la salute della gestante; in alcune legislazioni, la menzione della salute della donna è un fattore che abilita alla pratica dell'aborto, nonostante il fatto che, a differenza del rischio di vita o di morte, il rischio di salute può essere ambiguo, soggettivo, o non facilmente rintracciabile. Il concetto di salute, poi, è piuttosto ampio: l'Organizzazione Mondiale per la Salute nel 1994 ha dato una definizione di salute come "lo stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non meramente l'assenza di malattie ed infermità". Una definizione vastissima che in qualche modo favorisce la ricerca di escamotage legislativi per facilitare la pratica dell'aborto. Ci sono, quindi, numerose cause invocate per legittimare la pratica dell'aborto: dal preservare la vita e la salute della donna, alla scoperta di malformazioni del feto, da una gravidanza seguita ad una violenza fino a motivi di ordine economico o sociale. Molte leggi abortive sono caratterizzate da giustificazioni morali circa l'aborto in tutti quei casi in cui possano avvenire complicazioni per la salute mentale e psichica della donna, anche se nella maggior parte dei casi non è affatto chiaro cosa si intende per minaccia alla salute mentale della donna.

La definizione di salute mentale, come quella di salute in generale, è piuttosto vasta e non esiste nemmeno in alcuni paesi, anzi, per la stessa OMS non esiste una definizione definitiva ed ufficiale di salute mentale, che comporta una situazione di stabilità, normalità ed equilibrio in vari ambiti della vita: affettivo, emotivo, dell'umore, cognitivo e comportamentale. In generale, in caso di aborto, lo stress psichico deriverebbe dalle angosce e dalle preoccupazioni che colpiscono le donne in stato di gravidanza. Le leggi a favore dell'aborto hanno al loro interno disposizioni costanti in caso la gravidanza sia frutto di una violenza sessuale o di un incesto; questo accade anche in paesi in cui si cerca di evitare le pratiche abortive. La gravidanza frutto di una violenza, infatti, assume numerosi connotati di natura fisica, ma soprattutto psicologica: la donna si trova ad affrontare una sofferenza enorme e difficile da comprendere, un dolore che, in molti casi, potrebbe portarla a disprezzare, inconsciamente o no, il figlio che porta in grembo. C'è da notare che, in questi casi, il bambino è vittima in modo duplice: frutto di una violenza e non di un gesto d'amore, prima, frutto della violenza dell'aborto, in un secondo momento. Nella legislazione di alcuni stati sono nominati in maniera specifica sia l'incesto che la violenza; in altri paesi la definizione si allarga fino a comprendere anche i rapporti consenzienti che avvengono, però, tra minori. La denuncia di una violenza alla polizia o all'autorità giudiziaria favorisce, in alcuni paesi, il consenso per l'aborto.

Le malformazioni o il sospetto di malformazioni del feto, anche negli stati in cui vigono le leggi più restrittive, viene permesso, in caso di malformazioni; esistono, però, in alcuni stati precisi elenchi del tipo e del livello delle malformazioni che possono essere giustificate per via legale. Alcuni paesi, poi, consentono l'aborto per motivi di ordine economico e sociale esplicandoli oppure sottintendendoli in maniera evidente. In Australia, per esempio, tra le motivazioni che vengono addotte esplicitamente per l'interruzione di gravidanza, vi è uno specifico riferimento alle condizioni economiche e sociali della donna; spesso, poi, queste motivazioni vengono messe in relazione con problematiche di ordine psicologico: l'insicurezza e la preoccupazione della donna circa le sue condizioni e economiche e la condizione affettiva e sociale con la quale affronta la gravidanza possono essere addotte come giuste cause per un aborto.

Molti, però, sono i casi in cui non occorre comunicare alcuna motivazione: è unicamente la donna che vuole abortire e decide di farlo, senza essere sottoposta ad alcuna verifica o colloquio. Accade in Francia, Belgio, Albania: la donna chiede di abortire e la sua diventa una richiesta formale, visto che nessuno può ostacolare la sua decisione. L'unico dato da rispettare sono i tempi dell'aborto: dopo il terzo mese, in questi paesi, la donna può abortire solo se dimostra uno dei casi gravi descritti precedentemente. Esistono stato molto liberali in materia di aborto: in Danimarca, per esempio, esiste una legge abortiva dal 1937, anche se, inizialmente, l'aborto poteva avvenire solo in caso di violenza, incesto o malformazioni del feto. La legge fu, poi, modificata nel 1956 e nel 1970, ed è valida ancora oggi; l'aborto in Danimarca è legale per motivi sociali, quando, cioè, la donna ha già quattro figli o più di 38 anni, ma deve essere, in ogni caso, approvato e seguito in ogni passo da una commissione formata da uno psichiatra e due medici. Dopo il 1973 è permesso alla donna, entro la ventesima settimana, di abortire senza dover ricorrere alla commissione medico-psichiatrica; l'ausilio della commissione rimane valido dopo la ventesima settimana, in caso contrario si va incontro a sanzioni o addirittura al carcere, come nel caso di un aborto non praticato in strutture sanitarie e da personale medico. La Tunisia è stato il primo paese musulmano a legalizzare l'aborto, nel 1965: la legge prevedeva la legalizzazione dell'aborto entro i primi tre mesi di gravidanza, se la donna aveva già almeno cinque figli; in caso di pericolo di qualsiasi tipo per la donna, invece, la gravidanza poteva essere interrotta in qualsiasi momento. Dal 1973 vige un'altra legge, secondo la quale l'aborto è legale entro i primi tre mesi, qualunque sia il motivo per il quale la donna sceglie di interrompere la gravidanza; oltre il limite dei tre mesi la gravidanza può essere interrotta solo nel caso in cui venga accertato che il bambino nasca con delle malformazioni, o qualora la gravidanza alteri lo stato psico-fisico della madre in maniera irreparabile. Spostandoci in Asia, in Vietnam, ad esempio, l'aborto è legale su tutto il territorio nazionale dal 1975. Dal 1989 la pratica abortiva è regolarizzata, ed in base a questa legge la donna può abortire se lo desidera. In pratica l'aborto viene utilizzato per il controllo delle nascite: come per la distribuzione dei contraccettivi, però, lo stato deve farsi carico dell'accesso alle pratiche abortive per i malati, i poveri, i dipendenti governativi; per praticare l'aborto, in questo casi, è necessario il parere favorevole di una apposita commissione. Nella giurisdizione vietnamita non vi è alcun riferimento all'aborto; ciò indica che nel paese asiatico le pratiche abortive non sono punite in nessun caso.

Non esistono solo stati liberali, quando si parla di pratiche abortive: numerosi infatti sono gli stati che adottano politiche e leggi molto restrittive. È il caso già citato dell'Irlanda, per cui l'aborto è illegale e la legge non cita alcun caso di aborto considerato non illegale. È previsto l'aborto solo nel caso in cui sia necessario salvare la vita della gestante. Per la legislazione irlandese, come si legge nella Carta Costituzionale, il non nato ha diritto alla vita nella stessa misura in cui la donna ha diritto alla sua vita.

Nelle norme non codificate del diritto islamico l'aborto è proibito; queste sono le leggi che vengono seguite, in materia d'aborto, in Arabia Saudita, tanto che colui che procura un aborto è costretto a pagare una somma di denaro pari al numero dei giorni di vita del feto. Dal 1989 l'aborto è previsto solo in caso si debba salvare la vita della donna, purché questa sia incinta da meno di quattro mesi e se è accertato che la gravidanza provochi seri problemi alla salute della donna. Le pratiche abortive in Brasile sono regolate dal codice penale del 1940, secondo il quale un medico può praticare l'aborto solo per salvare la vita della gestante o se la gravidanza deriva da una violenza o da un incesto. È, comunque, assolutamente necessario il consenso della donna, e nel caso in cui fosse minorenne, quello del suo tutore. Chi pratica l'aborto rischia una pena di tre anni di detenzione, che aumentano se la donna non è consenziente, se ha meno di 14 anni e se l'aborto le comporta il rischio di morire.

 


Il dibattito attuale sull'aborto

 

Negli ultimi tempi varie sono le vicende che hanno riportato al centro del dibattito la questione dell'aborto e della difesa della vita. Grandissimo impulso al tema è stato, certamente, offerto dall'ultima Enciclica di Papa Benedetto XVI e dal recente incontro del Santo Padre col Presidente degli Stati Uniti, Barach Obama, che si è impegnato a ridurre, nel paese che governa, l'altissimo tasso di aborti che avvengono ogni anno; una vicenda che, soprattutto in una potenza mondiale come l'America e in un momento di disorientamento totale, dovuto alla crisi economica, riguarda aspetti prettamente economici- gli investimenti pubblici e privati-, sia la questione morale e di libertà di coscienza degli operatori sanitari e dei medici. Recentemente, inoltre, sulle pagine de "L'Osservatore Romano", la Congregazione per la Dottrina della Fede ha dovuto ribadire la posizione della Chiesa circa l'aborto procurato, ribadendo che la posizione non è cambiata, né può cambiare. La necessità di questo chiarimento nasce in seguito alla notizia della vicenda di una bambina brasiliana, costretta ad abortire dopo ripetute violenze da parte del patrigno, accompagnata, in questo terribile gesto dalla cura pastorale del Vescovo di Recife, che aveva scomunicato i medici e la madre della bambina di nove anni, incinta di due gemelli, ma aveva, poi, richiamato a gran voce e fatto pubblicità alla scomunica, avvenuta, tuttavia, in maniera automatica. Per la Chiesa non esiste l'aborto terapeutico, neanche nel caso in cui, come, a detta dei medici, per la bambina brasiliana, si trattava di pericolo di vita. In Brasile, uno dei paesi che ha leggi più restrittive circa l'aborto, questo è concesso solo per salvaguardare la vita della madre o in vaso di stupro. Per la Chiesa, che pur accompagna e partecipa alla sofferenza della donna, l'aborto è un atto che comunque va sempre condannato.

Una delle vicende che ha contribuito al ritorno dei temi della vita sulla scena del dibattito politico e sociale attuale è stata l'approvazione della moratoria internazionale sull'aborto imposto, vicenda che in Italia ha riaperto il dibattito sui temi etici che, in particolare quest'anno, non si è mai totalmente acquietato. In questo modo l'Italia avrà un ruolo rilevante, poiché si farà carico di portare presso le sedi dell'ONU una moratoria che "condanni l'uso dell'aborto come strumento di controllo demografico e affermi il diritto di ogni donna a non essere costretta o indotta ad abortire, favorendo pratiche che aiutino a rimuovere le cause economiche e sociali dell'aborto". Un'idea nata, sul piano culturale, da Giuliano Ferrara e portata avanti, dal punto di vista politico, da Rocco Bottiglione. Alla base di questa azione c'è la possibilità che le posizioni pro-life e pro-choice si uniscano al fine di salvaguardare il bene della madre e del bambino. Contemporaneamente all'approvazione di questa moratoria da proporre all'ONU, all'Europarlamento di Strasburgo, i liberali guidati dalla svedese Brigitta Ohlson, hanno dato vita ad una raccolta di firme per obbligare i paesi definiti retrogradi (Polonia, Malta e Irlanda) a liberalizzare l'aborto. Qualora si arrivasse ad un milione di firme raccolte c'è la possibilità che la proposta venga accolta e imposta senza ulteriori passaggi istituzionali.

Secondo i recenti dati del Centro di Epidemiologia dell'Istituto Superiore di Sanità, negli ultimi 25 anni il numero delle Ivg (interruzioni volontarie di gravidanza) si è dimezzato, ma quadruplicato tra le donne straniere che vivono nel nostro paese. Le interruzioni sono state 234.801 nel 1982 e 127.038 nel 2007, per quanto concerne le donne italiane; per le donne straniere erano 8967 nel 1995 e sono diventati 39.436 nel 2006. Con la legge 194 dal 1978 al 2002 sono state effettuate 4.200.224 interruzioni di gravidanza. L'anno in cui si è registrato il picco più alto è stato il 1982, con oltre 234mila casi. Non si è assistito ad un aumento di interruzione di gravidanza negli stati che hanno adottato il metodo abortivo chimico, a fianco di quello chirurgico. Nel panorama internazionale l'Italia è il paese con il tasso di abortività più basso (poco più di 11 aborti ogni mille donne), seguita dalla Germania; i numeri maggiori di interruzioni si riscontrano in Ungheria e Gran Bretagna.

E infine: una donna che è in dubbio e che non vuole abortire a chi può rivolgersi? Esistono i centri di aiuto alla vita; in Italia la regione Toscana costituisce un esempio di eccellenza: esistono 17 centri che nel 2007 hanno fatto nascere 520 bambini per i quali era stata ipotizzata una sorte diversa dalla vita. Il primo CAV in Toscana nasce nel 1975, quando l'aborto non era ancora un diritto. Si rivolgono a questi centri, secondo le statistiche, soprattutto donne straniere, tra i 25 e i 34 anni; in questi luoghi gli aiuti sono concreti: pannolini, pappe e denaro, grazie al ‘Progetto Gemma', col quale le mamme che decidono di tenere un bambino vengono adottate a distanza ed aiutate economicamente a portare avanti la gravidanza.

La vita è un bene preziosissimo che ci rende uomini e liberi; la sua difesa ad oltranza, la difesa della dignità del battito di un cuore, di un respiro e di un'anima, dal feto fino alla morte non è mai una questione moralistica, ma una questione di conoscenza: solo conoscendo e chiedendosi Chi è colui che ci da la vita e perché ci dona una vita fatta in un certo modo- spesso piena di sofferenze e prove- l'esistenza umana, in ogni sua forma, potrà diventare un tesoro unico e prezioso agli occhi di tutti.

 



Bibliografia e Linkografia

 

Catechismo della Chiesa Cattolica

http://www.vatican.va/archive/catechism_it/index_it.htm

 

Costituzione Apostolica Pastor Bonus di Giovanni Paolo II

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/apost_constitutions/documents/hf_jp-ii_apc_19880628_pastor-bonus-index_it.html

 

Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes di Papa Paolo VI

http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651207_gaudium-et-spes_it.html

 

Dichiarazione Universale dei diritti umani

http://www.ohchr.org/EN/UDHR/Pages/Language.aspx?LangID=itn

 

Dichiarazione sull'aborto procurato della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede

http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19741118_declaration-abortion_it.html

 

Discorso alle autorità e al corpo diplomatico durante il viaggio Apostolico in Austria di Sua Santità Benedetto XVI

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2007/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20070907_hofburg-wien_it.html

 

Enciclica Humanae vitae di Papa Paolo VI

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_25071968_humanae-vitae_it.html

 

Enciclica Evangelium vitae di Papa Giovanni Paolo II

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_25031995_evangelium-vitae_it.html

 

Enciclica Caritas in veritate di Papa Benedetto XVI

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20090629_caritas-in-veritate_it.html

 

Istruzione Donum vitae: "Il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione"- Congregazione per la Dottrina della Fede

http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19870222_respect-for%20human-life_it.html

 

Associazione Medicina e persona

http://www.medicinaepersona.org/

Legge 194

http://www.giustizia.it/cassazione/leggi/l194_78.html

 

Legge 40

http://www.camera.it/parlam/leggi/04040l.htm

Il Sussidiario

www.ilsussidiario.net

 

Istituto Giovanni Paolo II

www.istitutogp2.it

 

Motu Proprio Dolentium Hominum di Papa Giovanni Paolo II

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/motu_proprio/documents/hf_jp-ii_motu-proprio_11021985_dolentium-hominum_it.html

 

Motu proprio Vitae mysterium di Papa Giovanni Paolo II

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/motu_proprio/documents/hf_jp-ii_motu-proprio_19940211_vitae-mysterium_it.html

 

Pontificia Accademia per la Vita

www.academiavita.org

 

Pontificio Consiglio per la pastorale degli operatori sanitari

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/hlthwork/documents/rc_pc_hlthwork_pro_20051996_it.html

Bonicelli Emilio, Gli anni di Erode 1981, Editoriale LCA

Gatta Gianluca, Aborto. Una storia dimenticata, 1997, ed. Pragma

Morresi Assuntina, Roccella Eugenia, La favola dell'aborto facile. Miti e realtà della pillola RU 486, 2006, La società- Saggi

 

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Dossier a cura di P.C. - Agenzia Fides 12/08/2009; Direttore Luca de Mata


© Agenzia FIDES 12 agosto 2009

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