Rassegna stampa Speciali

La barbarie giornalistica

studi-cattolici-settembre.jpgRiceviamo dall'Ufficio Stampa di ARES e volentieri pubblichiamo:

Cesare Cavalleri, da Studi cattolici n. 583, settembre 2009.

  Il giornalista ha il dovere fondamentale di rispettare la persona, la sua dignità e il suo diritto alla riservatezza e non discrimina mai nessuno per la sua razza, religione, sesso, condizioni fisiche o mentali, opinioni politiche».  «Il giornalista rispetta il diritto alla riservatezza di ogni cittadino e non può pubblicare notizie sulla sua vita privata se non quando siano di chiaro e rilevante interesse pubblico e rende, comunque, sempre note la propria identità e professione quando raccoglie tali notizie».  

Questi e altri nobili princìpi sono contenuti nella Carta dei doveri del giornalista firmata dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione nazionale stampa italiana e che nessuno degli enti firmatari sembra intenzionato a far rispettare.

Da mesi la persona del Presidente del Consiglio è oggetto di una forsennata campagna denigratoria da parte del quotidiano la Repubblica, del settimanale L’Espresso e di altri media cartacei e televisivi antipatizzanti, italiani e stranieri, con divulgazioni di registrazioni telefoniche, fotografie clandestine, interviste trash e quant’altro si può immaginare di invasivo della privacy di qualunque cittadino. Né l’Ordine né la Federazione dei giornalisti hanno battuto ciglio di fronte a queste ondate di fango, salvo levare alti e grotteschi lai quando Silvio Berlusconi, che è anche un cittadino, oltre che il Presidente del Consiglio, si è rivolto alla magistratura in risposta agli attacchi. Apriti cielo! Minacce alla libertà di stampa, in un Paese come l’Italia in cui la Repubblica & C possono liberamente scrivere quello che hanno scritto e scriveranno. Affidare alla magistratura il compito di dirimere i torti e le ragioni è un attentato alla democrazia e allo Stato di diritto? Suvvia, risparmiamo il ridicolo.

In risposta alla campagna antiberlusconiana, Vittorio Feltri, neo direttore del Giornale, di proprietà della famiglia Berlusconi, ha contrattaccato sbagliando il bersaglio, e cioè accusando di moralismo immoralista il direttore di Avvenire, Dino Boffo. Un eccesso di zelo, da parte di Feltri, che sembra avere male interpretato le aspettative del padrone, il quale si è subito dissociato da un’iniziativa che può rivelarsi un boomerang nei rapporti di Berlusconi con l’elettorato cattolico.

Da questa amara e sgangherata vicenda che, ribadiamo, in primo luogo è una storia di orrendo giornalismo, possiamo puntualizzare almeno due temi:

a) il rapporto tra moralità personale e azione pubblica degli uomini politici. I due piani vanno tenuti separati. Certo, sarebbe splendido che ci fosse coincidenza, ma di statisti come Alcide De Gasperi sembra che si sia perduto lo stampo. La doverosità della separazione tra sfera privata e sfera pubblica è dimostrabile anche col ragionamento inverso: infatti, non è affatto garantito che un ottimo padre di famiglia (qualcuno penserà, per esempio, a Romano Prodi), sia automaticamente un buon Presidente del Consiglio. Se l’immoralità privata si rifletterà nelle scelte e nelle decisioni politiche, la censura avverrà politicamente, attraverso la democrazia elettorale. Del resto, noi ammiriamo le performances artistiche di attori, cantanti, registi, musicisti, scultori, pittori, molti dei quali hanno una vita privata più che discutibile: ma non per questo rinunciamo ad andare al cinema.

b) È falsa l’interpretazione di chi, come Feltri, sbandiera il detto evangelico «Chi è senza peccato, eccetera». Con quelle parole, Gesù ha abrogato l’odiosa pratica legale della lapidazione delle adultere, ma non ha liberalizzato l’adulterio. Infatti all’adultera (che nel film di Zeffirelli era interpretata da Claudia Cardinale) Gesù ha detto: «Va’ e non più peccare». L’insegnamento è di non giudicare e, a maggior ragione, di non lapidare mediaticamente il peccatore; ma, dal momento che siamo tutti peccatori, non dobbiamo forse combattere il peccato, anzitutto dentro di noi? Per il fatto che uno sia, per esempio, adultero, non avrebbe titolo per denunciare chi ruba? Altrimenti, dato che nessuno è senza peccato, dovremmo continuare indisturbati a voltolarci nei peccati.

Nello specifico, Dino Boffo – che ha vigorosamente respinto le accuse di Feltri – ha detto il minimo che si potesse dire sulla vita privata del Premier, il quale, augurabilmente, dovrebbe darsi una calmata, pur nella richiamata distinzione tra vita privata e azione pubblica. In quindici anni di direzione, Boffo ha portato Avvenire a inconsueti livelli di autorevolezza e perfino di diffusione, reggendo con straordinario equilibrio il timone nelle acque agitate dell’opinione pubblica cattolica. Nessuno gli toglierà questo merito, e su questo va giudicato. Lo spropositato attacco sferrato da Feltri è  profondamente ingiusto, ulteriore esempio di abuso della libertà di stampa. A Boffo sono giunti messaggi di stima e di gratitudine dalla gerarchia ecclesiastica, dai colleghi e da innumerevoli lettori. Mi unisco anch’io, commosso dal gesto delle dimissioni che dà ulteriore misura della dignità e della tempra dell’uomo Dino Boffo.

 

C.C.  

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