Rassegna stampa Speciali

Il contributo dei cristiani al riconoscimento legislativo della pari dignità fra i coniugi. Lievito per il Medio oriente

immigrati reteGianni Valente

Le Chiese e le comunità cristiane sparse in Medio oriente e nel resto del mondo arabo non devono essere ossessionate dal problema di occupare spazi e marcare i territori di possesso. L’immagine evangelica con cui confrontare la propria presenza nelle società storicamente permeate dall’islam — ha ripetuto il Papa anche nel suo recente viaggio in Marocco — è quella della piccola quantità di lievito che si mescola alla grande quantità di farina, in modo che «tutta la massa fermenti».

In tempi recenti, la condizione delle donne e l’affermazione della pari dignità tra i coniugi è una delle frontiere sensibili dove si può sperimentare il contributo concreto offerto dai cristiani alle società mediorientali, nel cammino in atto per affrancarsi da prassi discriminatorie e forme di sopruso lesive della dignità della persona. Un processo portato avanti con pazienza, senza forzature, senza pose presuntuose, sempre cercando sinergie e condivisioni con i rappresentanti istituzionali delle comunità islamiche. E puntando a innescare anche meccanismi di revisione degli istituti giuridici che ancora sanciscono o tollerano la discriminazione femminile in quelle società.
In Giordania, mentre il Parlamento si confronta in queste settimane sul cambiamento delle leggi che regolano lo status personale, anche le Chiese hanno innescato un processo di revisione delle regole di matrice canonico-ecclesiastica che determinano lo status personale dei cristiani del regno hascemita. La revisione punta a eliminare disposizioni che penalizzano le donne in materia di matrimonio e questioni ereditarie. Nella società giordana, principi fondati sulla legge islamica ispirano la legislazione seguita dai cittadini musulmani riguardo al matrimonio, al divorzio e alle successioni ereditarie. Tale legislazione non si applica ai cittadini di fede cristiana, per i quali le questioni relative allo status personale sono soggette alle regole definite dalle rispettive autorità ecclesiastiche. Ma l’orientamento prevalente in seno alle diverse Chiese presenti in Giordania riconosce che anche tali disposizioni vanno rinnovate: esse sono state delineate in epoca ottomana e non corrispondono più al profilo dell’attuale società giordana. Le regole sulle divisioni ereditarie, a titolo di esempio, continuano a penalizzare le donne nubili e senza figli nelle ripartizioni delle quote di eredità. I canonisti coinvolti nel progetto di revisione — come padre Shawqi Baterian, giudice di tribunale ecclesiastico a Gerusalemme e ad Amman — hanno sottolineato che le nuove leggi sullo status personale punteranno ad assicurare la piena uguaglianza di diritti tra uomo e donna all’interno delle famiglie. Nella speranza di innescare processi di imitazione virtuosa, in grado di coinvolgere gradualmente l’intera società del regno hascemita.
In Libano, sia pur con molta prudenza, alcuni settori ecclesiali manifestano nuove aperture possibiliste riguardo alla legalizzazione del matrimonio civile, questione controversa che torna di nuovo ad animare il dibattito pubblico nella società libanese. Nel paese dei cedri, dove convivono diciotto diverse confessioni religiose, ogni comunità di fede regola secondo le proprie tradizioni specifiche la legislazione relativa alle unioni coniugali, e non c’è possibilità legale di sposarsi contraendo il matrimonio come vincolo esclusivamente civile. Le coppie libanesi che vogliono sposarsi solo civilmente ricorrono all’escamotage di contrarre matrimonio civile a Cipro per poi far registrare in Libano la propria unione.
A varie riprese, esponenti politici sunniti, cristiani e drusi hanno sostenuto la necessità di cambiare questo stato di cose, trovando la ferma opposizione delle autorità religiose islamiche, sunnite e sciite. Non di meno, nel febbraio scorso, il patriarca di Antiochia dei maroniti, cardinale Béchara Boutros Raï, ha riferito di non essere assolutamente contrario a una legge che riconosca il matrimonio come vincolo di carattere civile. Secondo il primate della Chiesa maronita, il riconoscimento giuridico del carattere civile del matrimonio dovrebbe valere per tutte le unioni coniugali: «Poi sarebbe mio dovere di patriarca — ha dichiarato il cardinale Raï — spiegare ai maroniti che il matrimonio è uno dei sette sacramenti della Chiesa, da celebrare se vogliono vivere in maniera autentica il loro cristianesimo».
Il ruolo di “apripista” dell’emancipazione delle donne da prassi sociali violente e discriminatorie, giocato con discrezione dalle comunità cristiane mediorientali in dialogo e sinergia con istituzioni e soggetti islamici, si è manifestato anche in Egitto, nelle campagne volte a superare le pratiche dell’infibulazione e il fenomeno delle cosiddette “spose bambine”. Già nel maggio 2016 l’Università islamica di al-Azhar — considerata la più autorevole istituzione teologico-accademica dell’islam sunnita — e il patriarcato copto ortodosso hanno sottoscritto un documento programmatico con cui si impegnavano a combattere insieme ogni forma di violenza e di abuso sui minori.
La dichiarazione comune, sottoscritta dal patriarca copto ortodosso Tawadros II e dal grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, indicava l’infibulazione e i matrimoni precoci tra le pratiche sociali da bandire, insieme ovviamente ai rapimenti e agli abusi sessuali su bambini e bambine. Nel luglio 2017, a conferma che certe prassi degradanti non sopravvivono solo tra le popolazioni islamiche, la Chiesa copta ortodossa ha lanciato tra i propri fedeli una intensa campagna di sensibilizzazione contro la pratica dell’infibulazione e delle mutilazioni genitali femminili, che continua a essere diffusa anche tra i cristiani copti in diverse aree dell’Alto Egitto.

© Osservatore Romano - 11 aprile 2019