Rassegna stampa Speciali

Il Concordato tra la Santa Sede e l’Italia nelle pagine dell’Osservatore Romano

La mattina dell’11 febbraio 1929, un lunedì, nella Sala del Concistoro, Papa Pio XI, durante l’udienza ai parroci di Roma e ai predicatori della Quaresima, pronunciò

«L’Osservatore Romano» del 12 febbraio

queste parole: «Proprio in questo giorno, anzi in questa stessa ora, e forse in questo preciso momento, lassù nel Nostro Palazzo del Laterano (stavamo per dire, parlando a parroci, nella Nostra Casa Parrocchiale) da parte dell’Eminentissimo Cardinale Segretario di Stato come Nostro Plenipotenziario e da parte del Cavaliere Mussolini come Plenipotenziario di Sua Maestà il Re d’Italia, si sottoscrivono un Trattato ed un Concordato». Rendeva così noto in forma solenne che, nello stesso frangente, nel Salone dei Papi del Palazzo apostolico lateranense, il segretario di Stato Pietro Gasparri e il primo ministro e capo del governo italiano firmavano l’accordo che metteva fine alla Questione romana.

 

«Un Trattato — proseguiva Papa Ratti — inteso a riconoscere e, per quanto hominibus licet, ad assicurare alla Santa Sede una vera e propria e reale sovranità territoriale (non conoscendosi nel mondo, almeno fino ad oggi, altra forma di sovranità vera e propria se non appunto territoriale) e che evidentemente è necessaria e dovuta a Chi, stante il divino mandato e la divina rappresentanza ond’è investito, non può essere suddito di alcuna sovranità terrena». Nel discorso, pubblicato sull’«Osservatore Romano» il 13 febbraio 1929, il Papa analizzò la natura globale dell’accordo: «Un Concordato poi, che volemmo fin dal principio inscindibilmente congiunto al Trattato, per regolare debitamente le condizioni religiose in Italia, per sì lunga stagione manomesse, sovvertite, devastate in una successione di Governi settari od ubbidienti e ligi ai nemici della Chiesa, anche quando forse nemici essi medesimi non erano». Passò a illustrare il percorso fatto per giungervi: «Possiamo dire che non v’è linea, non v’è espressione degli accennati accordi che non sia stata, per una trentina di mesi almeno, oggetto personale dei Nostri studi, delle Nostre meditazioni, ed assai più delle Nostre preghiere».

Anticipò sul nascere eventuali contestazioni: «Vero è che Ci sentiamo pure in diritto di dire che quel territorio che Ci siamo riservati e che Ci fu riconosciuto è bensì materialmente piccolo, ma insieme è grande, il più grande del mondo, da qualunque altro punto di vista lo si contempli. Quando un territorio può vantare il colonnato del Bernini, la cupola di Michelangelo, i tesori di scienza e di arte contenuti negli archivi e nelle biblioteche, nei musei e nelle gallerie del Vaticano; quando un territorio copre e custodisce la tomba del Principe degli Apostoli, si ha pure il diritto di affermare che non c’è al mondo territorio più grande e più prezioso. Così si può abbastanza vittoriosamente, tranquillamente rispondere a chi obietta d’aver Noi chiesto troppo poco».

Per poi concludere: «Che veramente le vie di Dio sono alte, numerose, inaspettate; che qualunque cosa avvenga, comunque avvenga e da Noi se ne cerchi il successo, sempre siamo nelle mani di Dio: che le grandi cose non ubbidiscono né alla Nostra mente né alla Nostra mano; che sempre ed in ogni incontro, come il Signore sa approfittare di tutti e di tutto, tutto fa concorrere al raggiungimento dei benèfici fini della Sua santissima volontà».

Una decina di giorni dopo la firma del Concordato, incontrando il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, espresse grande soddisfazione per il risultato raggiunto, parlando di «una svolta tanto importante nella storia della Santa Sede e della Chiesa».

Svolta voluta e cercata sin dal primo giorno della sua elezione, il 6 febbraio 1922, quando aprì in modo inaspettato il pontificato, impartendo la prima benedizione urbi et orbi dalla Loggia esterna della basilica vaticana, chiusa dal 1870. E annunciando così al mondo la volontà di porre fine alla Questione romana. «L’Osservatore Romano», nell’edizione straordinaria dell’Habemus Papam, pubblicò in seconda pagina un comunicato del maresciallo del Conclave, il principe Ludovico Chigi, che sottolineava la «particolare intenzione che la Benedizione stessa sia diretta non solo ai presenti sulla Piazza di San Pietro, non solo a Roma, all’Italia, ma a tutte quante le Nazioni ed a tutte le genti, e porti a tutti l’augurio e l’annunzio di quella universale pacificazione che tutti così ardentemente sospirano». L’imprevisto gesto del Pontefice fece scrivere al direttore, il conte Giuseppe Dalla Torre, nell’incipit dell’editoriale: «e la voce del solenne messaggio, dalla Loggia vaticana, scese alla città acclamante, per echeggiare nell’Orbe, sospinta dal rombo di tutte le campane!», per riprendere poi con «Pietro è tornato, nella augusta persona di Achille Ratti. Egli è ancora fra noi!».

Con il titolo «L’ora solenne», Dalla Torre firmò pure l’editoriale che celebrava l'accordo, pubblicato sulla prima pagina dell’«Osservatore» il 12 febbraio 1929, in cui ripercorreva «l’essenza della questione romana» a partire dal pontificato di Pio IX. In apertura, sotto la rubrica «Nostre Informazioni» l’annuncio ufficiale della firma al Laterano.

I testi del Trattato, della convenzione finanziaria e del Concordato vennero pubblicati alcuni mesi più tardi sull’edizione dell’8 giugno, nelle edicole dal pomeriggio del 7, giorno in cui nel Palazzo apostolico vaticano si svolse la cerimonia dello scambio degli strumenti di ratifica.

Tornando alla Questione romana, «L’Osservatore Romano» ne fu attento testimone sin dal concepimento. Il giornale nacque il 1° luglio 1861, circa cento giorni dopo la proclamazione del regno d’Italia.

Nell’editoriale del primo numero, ne venivano riassunte le motivazioni: «L’Italia è ormai divisa in due campi contrari (...) In una lotta in cui si cimentano interessi di tanto momento, quali sono gl’interessi della fede, della civiltà, della stessa esistenza sociale, nessuno può restarsi spettatore inerte». Motivazioni di cui il giornale vaticano non poteva non sentirsene parte: «Nati nel grembo della Chiesa Cattolica, e sotto il mite governo della Santa Sede Romana, offriremo il nostro povero concorso alla causa del Vicario di Cristo, alla corona di Pio ix nostro Padre, e nostro Sovrano».

Nel settembre del 1870, con la presa di Roma, il quotidiano sospese le pubblicazioni. Se nell’edizione del 19 settembre si informava della relativa calma che regnava in città, il giorno successivo il giornale esprimeva con fermezza la propria posizione ammonendo «chiunque in mente sua dedurrà le conseguenze che possono all’Italia derivare dal porre le mani rapaci sul trono dei Papi».

Le pubblicazioni ripresero circa un mese dopo, il 27 ottobre. Quel numero riportava in apertura di prima pagina una dichiarazione di obbedienza al Papa, di totale adesione alle sue direttive «sotto qualsivoglia aspetto» e di fedeltà «a quell’immutabili principi di religione e di morale, di cui riconosce solo depositario e vindice il Vicario di Gesù Cristo in terra».

Con l’elezione di Leone XIII e la successiva celebrazione dell’incoronazione, il 3 marzo 1878, il livello di tensione tra le parti non si attenuò. L’edizione del 21 febbraio confermava al «Supremo Pastore» la «piena ed intera corrispondenza di sentimenti e d’affetti (...) che Colui vive disconosciuto e vilipeso in questa Italia, la quale pur deve alla Chiesa le sue più eccelse glorie, i suoi più incliti splendori».

Alla vigilia dell’incoronazione, il quotidiano in data 2 marzo pubblicava un dispaccio del ministro dell’interno Crispi, ripreso da «L’Unità Cattolica», che intimava autorità e funzionari pubblici ad «astenersi dal prender parte a quelle solennità che il clero celebrasse per festeggiare l’avvenimento». Pronta fu la risposta del giornale: «Questa Nota circolare, ispirata dall’eccellentissimo Crispi, ci sembra abbia strettissima analogia con la favola della volpe che rinunziò al possesso dell’uva. Non ci voleva che la mente sublimissima del signor Crispi per pensare che il clero avrebbe invitato le autorità e i funzionari del governo, e non ci voleva che il suo criterio per rinunziare con tanta solennità ad un invito che nessuno avrebbe fatto. È indubitato che la nota governativa otterrà in Europa un successo immenso (...) d’ilarità».

In una nota apparsa sul giornale del 5 marzo venne spiegato come l’ordine emanato del ministro avesse costretto il Papa a rinunciare alla sua volontà di far partecipare «il suo diletto popolo a questo grande atto (...) ma ha dovuto recedere da questa sua risoluzione, quando fondati motivi hanno fatto nascere il dubbio che l’ordine potesse essere turbato, non certo per parte dei cattolici romani, nell’interno della Basilica Vaticana».

A partire dal 1929, in occasione dell’anniversario dei Patti Lateranensi, «L’Osservatore Romano» prese a pubblicare articoli a cadenza annuale. Alcuni di questi rapportavano la ricorrenza ad alcuni importanti episodi verificatisi nell’anno, altri erano più semplicemente commemorativi.

Nel primo anniversario, con il titolo emblematico «XI Febbraio» il giornale esaltava la ormai «felice realtà» della condizione raggiunta, nonostante «le incertezze della prima sorpresa», e sgonfiava le polemiche sollevate durante quei travagliati dodici mesi, in quanto «non hanno minimamente intaccato la solidità o diminuita l’imponenza del monumentale edificio». L’articolo si chiudeva con queste parole: «Così il significato di una data sì memorabile nella storia d’Italia, tale appare, dopo un anno, da valicarne i confini, per incidersi in quella del mondo e della civiltà».

Il decimo anniversario, nel 1939, coincise con la morte, il 10 febbraio, di Pio XI. A pochi mesi dal tragico inizio della seconda guerra mondiale, il Pontefice, nonostante le precarie condizioni di salute, aveva preparato un discorso, reso pubblico nel 1959 da Giovanni XXIII in una lettera all’episcopato italiano, apparsa sul giornale del 9-10 febbraio, a trenta anni dal Trattato e a venti dalla morte del Papa Conciliatore.

Papa Roncalli vi definiva le parole di Ratti «di esultanza e di pace». Ecco alcuni passaggi del discorso di Pio XI, contenuto nella lettera del Papa “buono”: «Esultate ossa gloriose dei Principi degli Apostoli, discepoli e amici di Cristo, che onoraste e santificaste questa Italia benedetta (…) in questo memorabile giorno che ricorda Dio ridato all’Italia e l’Italia a Dio, ottimo auspicio di più luminoso avvenire». Continuava poi rivolgendosi sempre alle ossa sacre «profetate, infine, ossa apostoliche, l’ordine, la tranquillità, la pace, la pace, la pace a tutto questo mondo, che, pur sembrando preso da una follia omicida e suicida di armamenti, vuole la pace ad ogni costo, e con Noi dal Dio della pace, la implora e confida di averla».

Alla fine della guerra, con il passaggio dalla monarchia alla repubblica, decretato dal referendum del 2 giugno 1946, si sollevò il problema di inquadrare le relazioni ratificate nel 1929 tra la Santa Sede e l’Italia all’interno del testo della Costituzione. L’iter della discussione dell’articolo 7, quello volto a regolare i rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, è descritto minuziosamente nel primo capitolo del recente volume di Alessandro Acciavatti, Oltretevere. Il rapporto tra i Pontefici e i Presidenti della Repubblica Italiana dal 1946 a oggi (Milano, Piemme, 2018, pagine 573, euro 24).

«L’Osservatore Romano», sulla prima pagina del 27 marzo 1947, annunciò l’approvazione da parte della Costituente italiana dell’articolo 7 «che dichiara regolati dai Patti Lateranensi i rapporti fra Chiesa e Stato nella Repubblica italiana». L’articolo sottolineava che «la Conciliazione, la pace religiosa espressa nei patti Lateranensi, reca una firma nuova, l’unica, si disse, che avrebbe suggellato il grande evento, quella del popolo italiano per mezzo di una sua autentica rappresentanza».

Prima di descrivere lo svolgimento della seduta, concludeva che «se in tant’anni da quando essi vigono, prima nel pieno totalitarismo del potere statale, poi nella sua anarchia, poi ancora nell’incerto muovere dei primi passi delle nuove cose, l’accordo del Laterano apparve alla coscienza popolare qual era: “Conciliazione”; intransigenza, pressione, sopraffazione mai».

Nell’articolo di approfondimento del 12-13 febbraio 1962 vennero riproposte le dichiarazioni rilasciate dal conte Giuseppe Dalla Torre in un’intervista per il programma «Incontri cristiani» del Centro Cattolico Televisivo. Il direttore emerito (nel 1960, alla guida del giornale, gli era subentrato l’onorevole Raimondo Manzini) rievocò un episodio che riguardava il momento stesso della firma della Conciliazione, poi pubblicato anche sulle sue Memorie.

La «Riflessione per l’11 febbraio», pubblicata sul giornale vaticano il 12 febbraio 1966 e siglata f a (Federico Alessandrini, allora vicedirettore) legava il pensiero di Pio XI, espresso nel succitato discorso ai parroci del febbraio 1929 — «ci pare insomma di vedere le cose al punto in cui erano in san Francesco benedetto: quel tanto di corpo che bastava per tenersi unita l’anima» — all’intervento di Paolo VI all’Onu del 4 ottobre 1965: «Egli (il Papa) è vostro fratello, e tra voi, rappresentanti di Stati sovrani, uno dei più piccoli rivestito lui pure, se così vi piace considerarci, d’una minuscola quasi simbolica sovranità temporale, quanto gli basta per esser libero di esercitare la sua missione spirituale e per assicurare chiunque tratta con lui che egli è indipendente da ogni sovranità di questo mondo, ma egli non ha alcuna potenza temporale, né alcuna ambizione di competere con voi, non abbiamo infatti alcuna cosa da chiedere, nessuna questione da sollevare».

Alessandrini analizzava quanto «la storia ha dimostrato, che il distacco della Chiesa dalla temporalità ha segnato, se così si può dire, un accrescimento spirituale e morale della Chiesa stessa», concludendo che «come dicono i Papi e la storia conferma, (la Chiesa) non ha nulla da cercare e nulla da chiedere in un campo che non è suo, innanzitutto perché ciò non le compete. In secondo luogo perché avrebbe tutto tutto da perdere e nulla da guadagnare, se proprio vogliamo misurare certe realtà col metro degli interessi terreni».

di Fabrizio Peloni

 

© Osservatore Romano -11-12 febbraio 2019

Conferenza Stampa di presentazione dell’incontro di Studi “I Patti Lateranensi. Tavola Rotonda in occasione del XC anniversario (1929-2019)”

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